Il viandante di Briançon

Yves Bergeret

Il viandante di Briançon

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

L’associazione Eternelles crapules organizza dei “Festival di arte da strada” con eccellenti artisti di affreschi murali. Il festival del 2021 si tiene a Briançon. Sette affreschi monumentali sono attualmente in fase di realizzazione su muri molto visibili in pieno centro della città. Dal 12 al 19 settembre, l’artista Pandele ha dipinto un gigantesco viandante, alto quindici metri, sul frontone senza aperture che domina il parcheggio di un piccolo supermercato del centro (20 avenue Maurice Petsche). Un giovane uomo, probabilmente, che cammina in direzione di chi passa per strada. Il suo volto è in controluce e, di conseguenza, scuro e non identificabile. Si può ipotizzare che si tratti di un africano del sud del Sahara, ma tutto può essere. Il dipinto è splendido per la maestria tecnica della realizzazione, la dignità, la ricchezza umana.

Potrebbe trattarsi di un migrante che ha attraversato senza documenti la frontiera tra l’Italia e la Francia, proprio a pochi chilometri da Briançon: un eroe di volontà e di abnegazione, cacciato dal suo paese da una repressione feroce o gettato sulla strada dalla povertà estrema; e “la strada”, fin qui, è l’attraversamento del Sahara, della guerra civile libica e del Mediterraneo al prezzo di pericoli di ogni genere.

Poi, arrivato e stabilitosi finalmente in Francia, senza mai lamentarsi e con discrezione, eccolo sostenere, inviandole una parte significativa del denaro guadagnato qui, la sua famiglia rimasta lontana e soggetta alle peggiori condizioni di vita. Questo giovane uomo, in piedi, con la sua postura dignitosa, chiara, naturale, viaggia senza nessun bagaglio. Un eroe modesto che ignora la magniloquenza e non presta ascolto a insulti razzisti o assurdi.

Muove la gamba sinistra, il suo busto si piega leggermente in avanti. Dove sta andando? Sta andando. Non è seduto. Non sta piangendo o implorando la carità. Semplicemente, cammina. È uno qualsiasi di noi, che non si abbatte, non si assopisce, non si rinchiude in un egocentrismo edonistico e infantile o in false deliranti certezze di stupidità e di odio: mi riferisco allo spaventoso tracollo etico e psicologico che l’attuale pandemia sta provocando e rivelando in tanti nostri simili.

Sta attraversando il paesaggio della sua vita e di questa zona; riconosco sulla destra il profilo delle Tenailles de Montbrison e della Tête d’Amont. Cammina tra gli steli flessuosi di una vegetazione verde chiaro, forse quella di un futuro raccolto, di quel verde speranza a cui è impossibile rinunciare. Percorre e accompagna lo spazio di una scacchiera grigia e bianca, a due dimensioni; una strana scacchiera, ambivalente. Forse la scacchiera asfissiante simile alle lastre delle tombe antillane, un micidiale fango solidificato da cui i suoi passi si sforzano di tirarlo fuori, ed egli strenuamente prosegue, instancabile va. Oppure è l’architettura della sua vita che egli viene componendo, giorno dopo giorno, non come una rigida e dogmatica linea retta verso una meta finale – il consumo ad ogni costo, il sovraindebitamento, o anche un aldilà prestabilito – ma come una molteplicità percorribile in tutte le direzioni di un destino sempre aperto e sempre insieme agli altri.

Il corpo del viandante è pudico, sobrio l’abbigliamento. Non è l’eroe dirompente, né lo sportivo della montagna col suo mascheramento pubblicitario da mercante di articoli alla moda. Non è una bolla di solitudine chiusa su se stessa. Non è bardato da una corazza di solitudine. E’ attraversato da tutto lo spazio, dal cielo con le sue nuvole viola, presenti anche sui suoi pantaloni, a destra, e sul suo petto, a sinistra, perché egli è vasto quanto un movimento dei venti. È attraversato dalla linfa verde chiaro della vegetazione che scorre sui suoi pantaloni, sul suo braccio destro e sulla sua mascella, perché egli è il frutto armonioso della natura e del mirabile tappeto vegetale che vive sui pendii delle montagne intorno a Briançon.

Ecco che ai suoi piedi passa su un rimorchio la ruspa arancione che va a scavare più lontano un condotto per i nuovi cavi della casa da costruire.

Ecco che ai suoi piedi passa la piccola moto il cui anziano conducente sta portando su in città la borsa delle medicine per la sua vecchia madre che, a dispetto di ogni sofferenza, ha voglia di vivere.

Ecco che ai suoi piedi si ferma l’autobus cittadino, i viaggiatori salgono e vi prendono posto per andare a portare più lontano alla scacchiera della città e alla scacchiera della vita i nuovi quadrati bianchi o grigi della dimora comune.

Sull’affresco, l’umile giovane, immenso camminatore, non ha piedi. I suoi piedi sono i nostri: senza fatica, come quel giovane gigante, noi portiamo la parola, cioè il senso della vita, sempre davanti a noi, sempre all’incontro con l’altro.

1 commento su “Il viandante di Briançon”

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