Sayd Bahodine Majrouh

Yves Bergeret

Memoria di Sayd Bahodine Majrouh,
onore dell’Afghanistan

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Nell’estate del 1977 organizzai una spedizione alpinistica nell’Hindu Kush, in Afghanistan, l’unica regione dell’Himalaya non soggetta al monsone. Siamo andati sulle creste e le cime ai confini del Nuristan e dell’alta valle del Panshir. Nei villaggi in altura e negli accampamenti nomadi, violenza, grandezza d’animo e fiero eroismo brillavano ovunque. (Su questo argomento invito a leggere il testo che ho scritto per il PEN Club, un omaggio alle donne e agli uomini di questo paese martoriato).

Prima di lasciare il paese, troppe formalità amministrative, in particolare il visto di uscita, ci obbligarono a restare a Kabul ancora qualche giorno. L’attesa del visto ci permise di andare a Bamyan, dove i talebani non avevano distrutto le gigantesche statue del Buddha, e soprattutto di visitare, su una collina vicina, il sito di Shahr-i-Gholghola di cui Gengis Khan nel 1221 non aveva lasciato che le rovine dopo un massacro mostruosamente crudele dell’intera popolazione: per me questo luogo devastato ha rappresentato uno stimolo per tutta la mia successiva opera creativa, poiché la parola non si lascerebbe mai inaridire nemmeno nelle più feroci repressioni. Da quelle rovine nel deserto minerale di incandescente bellezza, la poesia sarebbe sempre rinata.

Negli ultimi giorni a Kabul venni a sapere che nel salone di un modesto albergo, vicino a quello, piccolissimo, dove alloggiavamo, un poeta afghano avrebbe recitato quella sera i suoi versi. L’interprete della nostra spedizione, la mia compagna ed io ci andammo. La sala era piena, tutti seduti, anche per terra. Il poeta, un uomo sulla sessantina in abiti tradizionali, era accompagnato da un suonatore di tabla e da un suonatore di saz; tutti e tre seduti su un tappeto. Con voce uniforme e lieve, il poeta salmodiava dei lunghi componimenti; nonostante l’interprete, non riuscivo a comprenderli bene. Lungi dall’essere dei raga indiani, queste poesie sembravano una sorta di racconti epici che traversavano lentamente l’aspro paesaggio delle vallate del paese. Verso le tre del mattino, il poeta smise dando appuntamento al suo auditorio per la serata successiva. Ogni sera, prima della partenza,  tornai ad ascoltarlo. La sala era sempre gremita. Ebbi modo di comprare una cassetta dei suoi poemi cantati; li ho ascoltati per anni, fino al giorno in cui la registrazione, estremamente importante per me, non è andata perduta nelle traversie della vita. Per quanto sforzi oggi la mia memoria, mi è impossibile recuperare il nome di quel poeta.

Non c’erano dubbi sul fatto che una voce di altissima qualità umana, musicale e, senz’altro, poetica fosse in risonanza con i numerosissimi Afghani, provenienti dai quartieri più umili della città. E certamente si trattava molto più di una semplice risonanza.

*

Nove mesi dopo i Sovietici favorirono un colpo di stato a Kabul e poi, in capo ad altri quattro mesi, invasero il paese e lo devastarono: vi restarono dieci anni. Un altro poeta, proveniente da una grande e agiata famiglia pashtun educata sia nelle usanze locali che in quelle occidentali (lui aveva fatto gli sudi superiori a Montpellier), molto apprezzato nei circoli intellettuali, faceva sentire la sua voce di uomo fiero, chiaro e resistente. Prima di essere costretto all’esilio nel 1980, aveva occupato incarichi prestigiosi, ministro, ambasciatore, governatore di una regione… Ma era  sempre rimasto sensibile, con la massima indipendenza, alla grandiosa bellezza poetica degli uomini e delle donne del suo paese. Si chiama Sayd Bahodine Majrouh.

Egli ha partecipato molto attivamente alla resistenza contro i sovietici da Peshawar, in Pakistan, dove era stato costretto a rifugiarsi nel 1980. Vi ha fondato nel 1981 il Centro Afghano d’Informazione che diffondeva notizie precise e verificate sulla resistenza all’interno del paese occupato. E’ stato ucciso proprio alla vigilia del suo sessantesimo compleanno, l’11 febbraio 1988. Probabilmente da integralisti religiosi che stavano radicalizzando i campi di profughi afghani.

Si traduceva da sé in francese, con l’aiuto del poeta Serge Sautreau. Di lui si leggono i due meravigliosi volumi del suo Ego Mostro, prima Il viaggiatore di mezzanotte (1989) e successivamente Il sorriso degli amanti (1991), pubblicati dalle Edizioni Phébus, una sorta di libri-specchio fatti di successioni di poesie e racconti provenienti dal suo esclusivo paesaggio afghano.

Vorrei ora, di fronte ai tragici avvenimenti afghani delle ultime settimane, attirare l’attenzione soprattutto sul piccolo volume pubblicato da Gallimard nella collezione Conoscenza dell’Oriente dal titolo Il suicidio e il canto. Sottotitolo: Poesia popolare delle donne pashtun. Sayd Bahodine Majrouh vi ha raccolto dei “landay”, distici composti da un verso di nove sillabe seguito da uno di tredici, improvvisati e cantati dalle donne pashtun in campagna e poi nei campi di rifugiati, di denuncia della più dura e spregevole tradizione maschilista. Non rifuggendo dalla disperazione, queste donne si raccontano, con pungente acutezza, il sarcasmo contro “il piccolo spaventoso” (il marito imposto), l’incontro passionale e furtivo con l’amante, poi l’onore fiero di tutta la famiglia costretta all’esilio.

*

Il suicidio e il canto

[Traduzione dal persiano dari in francese a cura di
Sayd Bahodine Majrouh e Serge Sautreau.]

*

Ô tombe ruinée, ô briques dispersées, mon bien-aimé n’est plus que poussière]
Et le vent de la plaine l’emporte loin de moi.

O tomba rovinata, o mattoni sparsi, il mio amato non è che polvere
E il vento della pianura lo porta via da me.

*

J’ai fait un lit de ma poitrine
Et mon amant fourbu suit un long chemin jusqu’à moi.

Ho fatto del mio petto un letto
Per il mio amante stanco che fa un lungo cammino fino a me.

*

Prends-moi d’abord en tes bras, serre-moi,
Après seulement tu pourras te lier à mes cuisses de velours.

Prendimi prima tra le tue braccia, stringimi,
Solo dopo potrai legarti alle mie cosce di velluto.

*

Que peut-il faire d’autre que se conduire en héros ?
Puisque je mets sous sa tête l’oreiller de mes bras blancs.

Cos’altro può fare se non comportarsi da eroe?
Ora che metto sotto la sua testa il cuscino delle mie braccia bianche.

*

Rassemble du bois, fais un grand feu !
Car j’ai coutume de me donner en pleine lumière.

Raccogli la legna, fai un gran fuoco!
Perché mi piace fare l’amore in piena luce.

*

Mon amour, viens vite le contenter,
L’alezan de mon cœur a rompu toutes brides.

Amore mio, vieni presto a soddisfarla,
La puledra del mio cuore ha sciolto le briglie.

*

Va te battre à Kaboul, mon amour,
Pour toi je garderai intacts et mon corps et ma bouche.

Vai a combattere a Kabul, amore mio,
Per te conserverò il mio corpo e la mia bocca intatti.

*

Jeunes gens, défendez-moi, défendez votre honneur !
Mon père est un tyran qui me jette au lit d’un vieillard.

Giovani, difendetemi, difendete il vostro onore!
Mio padre è un tiranno che mi getta nel letto di un vecchio.

*

Tu as mangé ma bouche sans être rassasié,
Idiot, porte-moi sur ton dos, je suis prête à te suivre !

Hai mangiato la mia bocca senza saziarti,
Stupido, portami sulle spalle, sono pronta a seguirti!

*

Mets tes lèvres sur ma bouche,
Comme un sarment de vigne qui se tord sur la terre.

Metti le tue labbra sulla mia bocca,
Come un tralcio di vite che si attorciglia sul terreno.

*

Fils, si tu désertes notre guerre,
Je maudirai jusqu’au lait de mes seins.

Figlio, se diserti la nostra guerra,
Maledirò finanche il latte dei miei seni.

*

Cueille des fleurs à poignées,
Je suis un jardin qui sait qu’il t’appartient.

Raccogli fiori a manciate,
Sono un giardino che sa di appartenerti.

*

Dieu, unis-moi à lui, ne serait-ce qu’un instant,
Comme un éclair passager aux bras sombres des nuages.

Dio, uniscimi a lui, anche un solo istante,
Come un lampo fugace alle braccia scure delle nuvole.

3 pensieri riguardo “Sayd Bahodine Majrouh”

  1. Come sono freschi, semplici e belli questi versi, pieni di libertà e amore, delle donne afghane, le stesse che oggi rischiano di essere messe a tacere per sempre. Avranno ancora la poesia a salvarle come una spada?
    Grazie per questo articolo.

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