L’estate corsa

Ouverture

     Ci sono due modi per arrivare in Place des Vosges. Uno è percorrendo da Bastille il boulevard Beaumarchais prima di imboccare la rue du Pas-de-la-Mule; ben altra cosa però è raggiungere la meta sfilando lungo la rue des Rosiers, trecento metri di strada, rue des oubliés, des émigrés, des retrouvailles. In un angolo di giardino che precede la piazza, Frank osserva le panchine di legno disposte ad arco e le persone che se ne stanno sedute durante la pausa pranzo. Frank ne distingue i profili e ne indovina le conversazioni nonostante si trovi a una certa distanza e di spalle. Ad attirare la sua attenzione è la panca di sinistra, dove due donne sulla quarantina hanno disposto nel mezzo alcuni dolci, blanc-manger e baklava, acquistati in uno degli innumerevoli ristorantini ebraici che popolano la strada.

     Certamente è colpito dall’eleganza delle due signore, ma è la loro disinvoltura ad attirarlo, per i gesti con cui accompagnano le parole, per la semplicità dell’atto di mangiare una cosa su una panca in un giardino, ma vestita di abiti di marca e scarpe di lusso. Le osserva per un tempo infinito prima di avere come un presentimento di non essere solo. Con la coda dell’occhio ha infatti percepito una presenza, concentrata come lui sulle donne, ma in una prospettiva totalmente diversa dalla sua. Non sa dire se l’altro se ne sia accorto, per quanto, per un breve istante, abbia avuto l’impressione che i loro sguardi si siano incrociati a metà strada, in campo neutro; l’assoluta perseveranza del suo alter ego aveva però dissolto ogni dubbio a riguardo e ne aveva dedotto che della sua presenza non s’era affatto reso conto.

     Una cosa però ora sa di certo: l’attenzione che aveva fino a quel momento totalmente dedicata alle due amiche – la confidenzialità che la vicinanza dei corpi trasmetteva faceva pensare a un’amicizia di lunga data – era stata distolta e la triangolazione che si era creata tra lui, l’altro e le due donne, si teneva sospesa in un gioco di specchi di cui era il solo a essere consapevole e che lo salvava dal rischio di un accerchiamento. Così Frank osserva i pensieri e i movimenti dell’altro con meticolosa concentrazione, quasi convinto del fatto che qualcun altro stia osservando lui, e quello, a sua volta, sotto gli occhi di un altro ancora, come del resto stava già accadendo alle due donne che non lesinavano affatto, tra una battuta e l’altra, una risata e occhiate ai passanti, specie se prestanti o accompagnati da donne insicure.

     Ci sono due modi di vedere le cose e le persone. Si possono contemplare, ammirare, riconoscendone un valore superiore, quasi una possibilità di riscatto interiore in una tale esperienza di bellezza o di sublime manifestazione di una presenza tanto inattesa quanto catartica. Ci si sente migliori quando la bellezza diventa un viatico imprescindibile come le parole di un amico prima d’intraprendere un viaggio; lo sguardo allora si lascia fagocitare e allo stesso tempo nutrire e l’estasi è indotta a un’immobilità quasi feroce dei muscoli se non si avvertisse dentro un movimento frenetico dato dal battito accelerato del cuore, il freddo alle ginocchia, le vertigini. Diverso è lo sguardo del predatore perché anticipa un movimento, una sequenza ripetuta mentalmente, un piano d’azione che non lascia adito al fallimento, non ammette sconfitta. In realtà esiste un altro modo di guardare ma si tratta piuttosto di un non vedere, come effettivamente accade alle due donne sedute sulla panchina, molto prese nella conversazione.

     Al punto di non accorgersi affatto del topo che, dopo averne registrato le pause, i movimenti, la durata delle distrazioni dai dolci – generalmente dopo averne preso uno dal vassoio e per buona educazione attendere la fine della frase prima di portarlo alla bocca – con una mossa del cavallo e un salto da dietro alla panca afferra quello più sul bordo, e per quanto grande, ben più del suo muso, sgattaiola via sotto le lamiere di un cantiere in corso. Certamente Frank è colpito dalla rapidità del roditore ma è soprattutto l’agilità quasi felina del topo ad attirarlo, la precisione dell’azione tutta svolta nel silenzio e con una tale sapienza che le due signore non si sono rese conto di nulla. Frank abbandona la sua posizione dirigendosi verso di loro. Non ha voglia di dirglielo né di avvisarle; non vuole interrompere il sodalizio che la giornata di sole, la freschezza del giardino ornato con piante di fico, una pausa pranzo dal lavoro, una certa spensieratezza ha reso possibile.

     Ma quando se le ritrova quasi di fronte e ne nota lo stupore di non ritrovarsi uno dei dolci gli viene un sorriso; lo stesso che la lettura di un’inserzione su Libération poco prima gli ha provocato:

     Cercasi scrittore in residenza. Vitto, alloggio, rimborso spese, gettone. Durata un anno. Disponibilità a trasferirsi.

     Seguivano indirizzo mail a cui inviare la candidatura e le referenze richieste. Frank non ha dubbi adesso. Quella sarà sa part de gâteau.

*

Capitolo I

Sul giornale

     Un giornale che nel 1973 annuncia la sua nascita reclamando la restituzione della parola al popolo. Sartre, Mauriac e Serge July sono seduti al tavolo con altri e immagino il numero di posaceneri; le nubi di fumo si aprono un varco attraverso larghe finestre che danno sulla rue de Lorraine, per raggiungere le acque immobili del canal de l’Ourcq. Libération dagli anni Ottanta abita in un garage al numero 11 della rue Béranger, a una manciata di minuti dalla Marianne de la République.

     Alle pagine culturali ci lavora Marongiu e Frank, che di fatto è un musicista prestato al mondo delle lettere, tiene per lui dei corsi di fisarmonica, per arrotondare. Jean-Baptiste, d’origine sarda, una volta alla settimana lo accoglie nella rue d’Alésia, estremo sud della città, per passare un’ora – generalmente la sera dopo aver consegnato il suo pezzo al compositore del giornale – sui tasti in madreperla di una vecchia Meister rossa acquistata per pochi franchi al mercato delle pulci della Porte de Montreuil. Quando Frank lo chiama, Jean-Baptiste è in redazione, sta sorseggiando un caffè ed è convinto, sulle prime, che la telefonata abbia a che fare con il suo corso di fisarmonica:

     “No, Jean Baptiste, non ci sono problemi per il corso di domani; ti chiamo per un’altra ragione.”

     “Spara!” dice accendendosi la sigaretta dopo il caffè. “Sai l’annuncio uscito ieri sulle pagine culturali?”

     “Quello dell’isola? Non dirmi che anche tu! I centralini sono letteralmente impazziti; o qui sono diventati tutti scrittori o nessuno ci ha più una lira. Lo sapevo che sarebbe finita così ma era un annuncio a pagamento e la mia nota di accompagnamento serviva soltanto per creare un effetto di sogno a occhi aperti.”

     “E ha funzionato. Se ti ho telefonato è stato solo per via della tua nota.”

     “Tra musicisti ci si capisce, no?”

     Frank sorride. La velocità con cui l’amico trova una battuta è davvero sorprendente. Così prende fiato e riparte all’attacco quando Jean-Baptiste gli chiede: e allora?

     “Niente, pensavo che magari, chissà, potrebbe essere una buona idea per sbarcare il lunario…”

     “Da musicista desideroso di rimparare a suonare mi guarderei bene dal dare al mio maestro una dritta che me lo porti via ma visto che su quell’isola ci passo tutte le mie vacanze, e che il maestro è un bravo scrittore, sai che ti dico?”

     Frank è sorpreso. Raramente gli ha sentito pronunciare le parole “bravo scrittore” ed è sicuramente per questa ragione che le sue recensioni sono molto seguite dai lettori e temute dagli scrittori per la sua etica inamovibile in materia. Pur frequentando molti autori, nessun affetto, giustificato in certi casi da una vera condivisione e intimità, avrebbe interferito con la sua attività di critico.

     “Dai, dimmi!”

     “Tra meno di un’ora passano quelli dell’annuncio per firmare un documento che avevano dimenticato di contrassegnare. Se ti precipiti da me ci parli direttamente; en plus ti faccio da garante.”

     “E in cambio ti pago un couscous da chez Omar.”

     Frank non abita lontano dalla redazione di Libé. C’è un autobus diretto dalla rue Monge e se si dà una mossa – per Frank darsi una mossa equivale a una decisione tanto grave quanto imprescindibile – in una ventina di minuti dovrebbe arrivarci. C’è stato due volte in quella redazione; una per discutere con Jean-Baptiste del corso e l’altra in occasione dell’uscita del suo libro che aveva voluto recapitargli di persona. Per accedere ai piani alti bisogna percorrere una rampa a spirale, come quelle dei parcheggi.

     Più che un giornale è un’officina delle idee e per quanto lo stampino a Saint Denis e al posto delle macchine da scrivere ci siano comodi computer, si sente l’odore d’inchiostro, lo stesso che ti lascia le dita sporche di grasso come quelle dei meccanici. Lo accompagna una strana euforia mentre raccoglie curriculum, riviste, una rassegna stampa e un paio di copie salvate dal macero e dagli editori.

*

Francesco Forlani
L’estate corsa
Pisa, Felici Editore, 2021

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1 commento su “L’estate corsa”

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