Gort 5


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a M., che vive nel silenzio dell’esilio


Puntata numero 5 / Hai-chi?, un tentativo di poesia “ex” (*h₁eǵʰs, out) umana

Sono ormai convinto che lo haiku sia fra le forme più pure e ineguagliabili di espressione poetica che l’essere umano abbia mai prodotto. Perché fra tutti i tentativi poetici di avvicinarsi alla Natura è il più perfetto. E cercare di avvicinarsi alla Natura significa, per la poesia, ricercare l’universalità, il cosmo, la materia e l’antimateria: tutte cose che stanno fuori dell’uomo.

Per Natura non intendo la descrizione di un paesaggio o di un filo d’erba che si muove. Non pastorelle. Non fiori. Ma ciò che è in sé: il tutto in cui viviamo e di cui siamo composti.

(Già la parola “Natura”, come in molte altre lingue, non è definizione di qualcosa ma “definisce sé stessa”.)

E insomma è nello haiku che il “recinto dell’umano” tende a smontarsi, specie quando, negli haiku perfetti, scompare la persona e il tutto è cercato da occhi e sensi che svolgono la propria funzione indagatrice senza le interferenze del pensiero. Dove la poesia è sé stessa, infine, e non pensiero, e non filosofia. Di qui, la Natura, in primo piano, così come è percepita dalla nostra forma biologica. (Sarà che la Natura voleva essere percepita così?) E spesso, negli haiku perfetti, quest’assenza di angoli, questi cerchi millimetrici sono espressi con le parole etimologicamente “originarie”, proprio quelle che cercava Thoreau:

…trapiantate sulla pagina con la terra ancora attaccata alle radici; (…) talmente autentiche, fresche e naturali da dare l’impressione di gonfiarsi come germogli all’arrivo della primavera.

La poesia che cercava Thoreau è lo haiku, dove le molte parole onomatopeiche fluiscono come acqua perché acqua, come aria perché aria (vedi Gort 4 per capire che intendo), etimologicamente “pure e dure”, in atti di linguaggio che non sono il risultato di un’esperienza intellettuale ma di puro senso – in tutti e tre i suoi sensi. Natura che parla di sé, con parole sue, attraverso le nostre corde vocali.

E’ questo che, in fondo, dovrebbe guidare chi tenta di tradurre uno haiku: segni scritti non come segno di cosa si “(in)taglia” (*sek-) ma di cosa, forse, s’insegue (*sekʷ-); parole, così, che invece d’incidere la Natura in perenne mutamento, semplicemente le corrono dietro, istante infinitesimale di realtà, res, cosa prima e ultima di un mondo che è materia, cosa.

Troppi haiku sono stati “trascritti” nelle varie lingue come banali susseguirsi di parole, quasi si trattasse di “ricopiare” il semplice “sentimento del momento”, dimenticando che lo haiku è, soprattutto, mestiere verbale.

Come non vedere, sentir crescere e odorare il verde di Konishi Raizan (1653-1716), nella sua triplice ripetizione di un suono pieno come

aoshi aoshi aoshi
verde verde verde
?

Se reiterare è risaltare, che sarà se metto questo colore in contrasto con il bianco del campo di neve?

青し青し 若菜は青し雪の原

aoshi aoshi wakana wa aoshi yuki no hara

Perché questo genere poetico non è solo immagine, come spesso si equivoca, ma soprattutto parola, suono. O, meglio, come già detto per Pedro Xisto, è un piccolo meccanismo audiovideosense uno e trino.

La fantasmagoria delle libellule di Horyu, ad esempio. Sta nell’incanto di suono ed echi di “tombo” e “tobu”, “volare” e “libellula”. La traduzione è già lì, a portata d’orecchio: i naturalisti che chiamarono così la libellula sapevano il fatto loro. Una bilancetta. Qualcosa che sta in equilibrio. Da “libra”.

とんぼとぶとんぼのうえもとんぼとぶ空

tombo tobu tombo no ue mo tombo tobu sora

E infine Bashō (1644-1694). Perché non “suggerire” un “quasi kakekotoba” fra strillare e stillare, così che l’urlo dell’uccello cada come una goccia nell’occhio del pesce?

行春や鳥啼魚の目は泪

yuku haru ya tori naki uo no me wa namida

Ancora Bashō. Se so che nella “rana” c’è una parola onomatopeica, devo ricrearla. A che mi serve scrivere “rumore d’acqua” o cadere nel ridicolo di “splash” e “pluff” (ed è successo) se dell’acqua posso farne sentire il suono?

古池や蛙飛び込む水の音

furuike ya kawazu tobikomu mizu no oto


Cosa è Gort. Gort, quello sotto la freccia, è un alieno di gommapiuma che protegge un alieno di carne e ossa. Questo alieno di carne e ossa vuole salvare il pianeta Terra. Dagli esseri umani. In realtà, questa è una trama mista di due film: un capolavoro e un ipolavoro. Ma poco importa. Importa che Gort salvi il pianeta Terra. Per far questo, intraprende un viaggio nel cosmo per mostrare la realtà, cioè cosa è all’essere umano. La realtà è che esiste un cosmo che va preservato dall’essere umano, creatura malata di autoreclusione nei suoi stessi recinti dove, da sempre, l’unica cosa che fa è parlarsi addosso. Che argomenti ci saranno, là fuori? Perché, come dice il poeta:

se il contenuto
sta dentro
qua fuori
che ci sarà?

3 pensieri riguardo “Gort 5”

  1. Sarà che lo scintoismo ha sensibilizzato i giapponesi nei confronti della natura? sarà che il buddismo indirizza verso il superamento del superfluo?
    Tolto il futile la verità si disvela

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