Il mio primo incontro con Carlo

Quando ho conosciuto Carlo, a Roma faceva freddo. Ricordo che presi una stanza non ricordo dove. Lontana però dalla casa di Carlo.

La casa di Carlo aveva un odore di cose cui non si richiede un odore specifico. Nel senso che ci sono mobili e mobili. Alcuni non hanno odore. Sembra quasi che assolvano le loro funzioni basilari e poi scompaiano, o si rifugino da qualche parte, fuori della scena, pronti a ricomparire quando ci dobbiamo sedere per mangiare o dobbiamo andare a dormire.

Da questi particolari, capii quasi subito che Carlo non viveva in mezzo alle cose. Come nella sua poesia, come nel suo modo di esistere, le cose avevano un’esistenza minima, o una funzione propiziatrice. Come la danza della pioggia, che serve soprattutto a far piovere. Le cose, attorno a Carlo, e in ciò che scriveva, servivano solo per provocare altre reazioni, chimiche o fisiche, a catena. Piccole catene di microeventi che poi, sommati tutti insieme, danno come risultato finale la costruzione di un mondo.

Così, la prima cosa che mi colpì dell’ambiente di Carlo fu questa insistente evanescenza delle cose. E anche Carlo, nonostante la corporatura, si muoveva come in attesa di vedersi svanire la mano mentre sollevava il bicchiere di vino.

Ricordo la prima cosa che mi raccontò. Che qualche tempo prima (qui parliamo del 2012, o forse 2011) aveva riferito a un suo amico medico di un dolore ai polmoni. Sorrise come avesse detto una scemenza. Disse che il suo amico medico gli disse che aveva detto una scemenza perché i polmoni non fanno male. Era il cuore.

Poi parlammo a lungo e bevemmo anche del vino. Non molto. Non come qualche anno dopo a casa di Massimo Barone, suo amico ed eccezionale scrittore, che mi regalò il libro “Il console Stendhal”, un libro davvero molto bello. (Io all’epoca vivevo a Civitavecchia. Stendhal era vissuto a Civitavecchia. Comunque, Massimo è un narratore eccezionale.) Ma dicevo che con Carlo bevemmo un po’ di vino, il giorno del nostro primo incontro, quando sentivo che, in fondo, saremmo potuti essere amici.

Poteva forse essere l’aria di Roma, che a qualcuno, come a me, fa un effetto ipnotico ed estraniante. Sentii che sarebbe potuto essere anche mio padre. Lo sentivo così forte che qualche anno dopo quel primo incontro, quando già m’ero trasferito a Civitavecchia, un giorno che ero andato a trovarlo, gli diedi un bacio sulla guancia. Mi sembrò contento di questo gesto inconsulto per un adulto.

Ma non eravamo due adulti nel vero senso della parola. Io avevo 7 anni e lui a malapena 8. A un certo punto, le età si annullano. Tutto si confonde e restano alcuni gesti, le parole e, soprattutto, gli sguardi. E l’odore.

Oggi ho letto che la memoria olfattiva è la più dura a morire. E che a volte si risveglia. E non ti avverte. Sarà per questo che stamattina il barista ha messo sul bancone due tazzine di caffè.

Oggi, che Carlo è morto da un anno e tre giorni, gli rifaccio il regalo che gli feci nel 2012. Tradussi in greco e feci pubblicare dall’amico Sotìrios (Pastakas) l’intero poemetto “Polvere” su “Poiein.gr“. Fu, come sempre, un puro atto d’amore per un amico e la sua poesia. L’unica cosa che di lui mi rimane oggi.

Ne pubblico qui l’introduzione e integralmente, nei prossimi giorni, il pdf.

Omaggio. Pensiero ricorrente. Anche se andrebbe forse corretto qua e là. Sicuro, ci sono degli errori.

Non tutte le ciambelle, Carlo, vengono col buco. Resta, però, pur sempre il profumo.

P.S. Non vado mai a guardare cosa succede in Italia, tantomeno nel campo della poesia, ma ieri m’è successo ed ho scoperto che Mondadori ha pubblicato un libro di Carlo. Presumo sia un’antologia. Non lo so e credo non lo saprò mai, perché non lo comprerò. Non lo comprerò perché la domanda, al vederlo comparire sullo schermo, è stata: perché dopo? Perché non prima? Perché prima far fare tutto il lavoro agli altri, e in misura maggiore sempre al poeta stesso, e poi raccogliere i frutti altrui? Poteva, Mondadori, essere coerente fino in fondo, e non pubblicare nulla nemmeno dopo. Ma, va da sé, le mie sono considerazioni la cui unica conclusione è, come sempre, amara, e stimola parole che è meglio solo pensare. Mi fermo, quindi, qui.


Σκόνη

Θα είμαι πάντα λίγο λιγότερος απʼ αυτό που είμαι,
όχι, πολύ λιγότερος. Σκόνη. Έχασα πολλά.
Ό,τι χάνεται δεν μπορεί νʼ αποκτηθεί ξανά, κι αν αποκτηθεί
έχει χαθεί τώρα πια, δεν επίπτει πια στην προκαθορισμένη σειρά
των πραγμάτων. Είμαι ευχαριστημένος
εάν μείνει από μένα μόνο ένα ελαφρύ
περιτύλιγμα. Έχασα
πολλά. Σʼ αυτή την ελαφρότητα,
αυτό που έχει σημασία είναι η απουσία των μυτερών,
να είναι όλα στρογγυλά και συμμαζεμένα. Αυτό
αρκεί. Ό,τι έχει ισοπεδωθεί μπορεί να γίνει στρογγυλό,
στρογγυλό ξανά. Σαν μια γλάστρα. Είναι ακόμα δυνατό.
Η σκόνη μπορεί νʼ αποκτηθεί ξανά. Η σκόνη ήταν κάποτε
συντρίμμια. Η σκόνη τώρα δεν είναι συντρίμμια,
είναι αργή εύθρυπτη. Η σκόνη
είναι λίγο λιγότερη, αλλά μπορεί να
συγκρατηθεί. Η πληγές
μπορεί να γίνουν σκόνη, συμμαζεμένη
και ολοκληρωμένη. Είμαι ευχαριστημένος
που δεν καταλαβαίνω τα πράγματα. Τη δική
τους έννοια. Έχει πράγματα που αγνοώ, και είμαι
ευχαριστημένος. Μοιάζουν σαν μυστήρια,
ήρεμα. Για παράδειγμα,
το κορίτσι που πάντα συναντώ, μʼ αγαπά
ή όχι; Δεν το ξέρω. Είναι ευχαριστημένος
που δεν το ξέρω. Είμαι ευχαριστημένος που δεν ξέρω
εάν το αγαπώ, καλύτερα, ξέρω πως δεν το αγαπώ ή θα μπορούσα
να το αγαπήσω – είμαι ευχαριστημένος
που δεν ξέρω εάν θα μπορούσα να το αγαπήσω. Το μυστήριο αυτό
με καθησυχάζει πιο πολύ απʼ την αγάπη του.
Είναι ωραίο που δεν ξέρουμε. Που δεν ξέρω, για παράδειγμα,
πόσο θα ζήσω,
ή πόσο θα ζήσει η γη.
Αυτή η εκκρεμότητα
αντικαθιστά την αιωνιότητα.


Polvere

Sarò sempre un poʼ meno di quello che sono,
e anzi, molto meno. Polvere. Ho perso molto.
Ciò che si perde è irrecuperabile, e se lo si recupera esso
è ormai disperso, non rientra più nell’ordine prestabilito
delle cose. Sono contento
se di me non rimane che un lieve
involucro. Ho perso
molto. In questa levità,
ciò che più importa è lʼassenza di acuti,
che tutto sia tondo e raccolto. Basta
questo. Tutto ciò che è devastato può divenire rotondo,
ancora rotondo. Come un vaso. È ancora possibile.
La polvere può essere recuperata. La polvere era una volta
detriti. Ora la polvere non è detriti,
è lenta friabile. La polvere
è un po’ meno, ma può essere
tenuta insieme. Le ferite
possono diventare polvere, raccolta
e conchiusa. Sono contento
di non capire le cose. La loro
ragione. Vi sono cose che ignoro, e sono
contento. Appaiono come misteri,
tranquille. Ad esempio,
la ragazza che incontro sempre, mi ama
o no? Non lo so. Sono contento
di non saperlo. Sono contento di non sapere
se l’amo, o meglio, so che non l’amo, che potrei
amarla; sono contento
di non sapere se avrei potuto amarla. Questo mistero
mi rassicura più del suo amore.
È bello non sapere. Non sapere, ad esempio,
quanto vivrò,
o quanto vivrà la terra.
Questa sospensione
sostituisce l’eternità.

4 pensieri riguardo “Il mio primo incontro con Carlo”

  1. Caro Massimiliano, carissimi tutti.
    Carissimi tutti noi, bimbi che non vogliono la realtà degli adulti, e sono ancora settenni nel vero senso della parola: abitanti di stanze con tre pareti, mai quattro.Vorrei raccontarvi una storia, non è omaggio postumo, è solo una bella storia. Un giorno ho chiesto a Carlo se poteva tradurmi in castigliano una lettera che volevo mandare ad un fotografo di Madrid. Dopo solo un giorno mi ha mandato la traduzione e sulla mail un breve: “ciao, bella”. Le sue lettere erano sempre brevissime, mentre le mie secolari e prolisse. Non ho mai voluto conoscere Carlo perchè la conoscenza è dolore, mentre le parole un po’ meno : l’inchiostro fa meno male, non è così?

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