Violino-nascita

 Linette Guéron-El Houssine

Il midollo delle nostre parole
La moelle de nos mots

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

*

Hâte-toi de transmettre ta part de merveilleux, de rébellion, de bienveillance.
Affrettati a trasmettere la tua parte di meraviglioso, di ribellione, di benevolenza.

René Char

*

    Mio padre, Élie Guéron, nacque a Karaağaç (“albero nero”, in turco), un sobborgo di Adrianopoli. Nel 1907. Quanto al giorno e al mese, nessuno sapeva.

     A Adrianopoli non si dava importanza alle date di nascita. Fu così anche per quella di Élie. Oltretutto, le tredici sinagoghe dove si registravano le nascite erano andate distrutte nel Grande Incendio.

     Quando Élie lasciò la Turchia, dovette fornire la sua data di nascita con il giorno e il mese. Si inventò quella del 10 dicembre. In seguito, domandò alla vecchia zia Marie che tempo facesse a Adrianopoli quando era nato. “Un caldo torrido”, le rispose in giudeo-spagnolo.

     Conosceva le leggende intorno alle origini del suo amato borgo? La mitologia greca vi era coinvolta. Il sito di Orestias, dove era stata fondata la città, doveva il suo nome a Oreste, figlio di Agamennone. L’Atride, l’eroe tenebroso perseguitato dal fato e dalle anguicrinite divinità dell’Ombra! Élie non aveva mai menzionato la tragedia antica a proposito di Karaağaç. Per lui era il “quartiere della stazione”, costruito seguendo l’ondivaga evoluzione della frontiera turca, bulgara o greca sulla riva di un fiume chiamato a volte “Meriç”, a volte “Maritsa”, o “Evros”, oggetto di dispute da un nemico all’altro, da un trattato all’altro, da un Impero all’altro. Amava il miscuglio di lingue e di culture della “Piccola Parigi” (Küçük Paris) e ne andava fiero. La Spagna ancestrale vi riecheggiava, abbracciata alla Turchia contemporanea. Ai tempi dell’Inquisizione, gli abitanti ebrei di Gerona, in Catalogna, perseguitati da Isabella la Cattolica, erano stati espulsi e avevano preso il nome della loro città. Gerona era stata francesizzata in Guéron. (…)

     Un giorno, a pranzo, con tono pacato, Élie affermò: “La mia vera data di nascita è l’8 maggio 1945”. E’ questa vera nascita che si sarebbe dovuto festeggiare e non l’altra, quella amministrativa,  scelta in tutta fretta, caduta per caso su un giorno di dicembre. Ma noi non potevamo. Nel giorno della Liberazione, celebrato da tutta la nazione, quella vera nascita era qualcosa di intimo: una pura emozione, insieme alla libertà di decidere la data della propria venuta al mondo.

     Élie era stato mobilitato fin dall’inizio della seconda Guerra Mondiale e catturato qualche mese dopo in quanto soldato francese. Non parlava molto dei suoi cinque anni di detenzione in Germania, o lo faceva solo per riderne.

     Arroccato sul monte Petrisberg, a Treviri, lo Stalag XII D allinea decine di baracche di legno. Verso valle, i vigneti dispongono ordinatamente il paesaggio in piccoli quadrati lungo la Mosella.

     I venticinque musicisti del campo provavano L’Arlesiana. Il direttore d’orchestra, secco come la sua bacchetta, coi suoi gesti a tutto tondo sembrava stesse scrivendo la vita in bella grafia. Aveva negoziato con il Comando militare il ritorno di Guéron allo stalag di Treviri. Li aveva rassicurati sul fatto che “Guéron” era tipicamente francese e che conosceva persino un villaggio con quel nome in Normandia. Aveva insistito: si trattava di un errore, Guéron non era ebreo, e oltretutto non poteva perdere un violinista tanto valido. Fu così che da probabile deportato Élie ridiventò semplice soldato e prigioniero di guerra.

     Ho riflettuto sul significato della parola tedesca Stalag, abbreviazione di campo ordinario, che deriva da Kriegsgefangenen-Mannschafts-Stammlager, “campo ordinario per prigionieri di guerra”. Élie era stato destinato ai lavori forzati o a una deportazione “ordinaria”? Chi lo aveva denunciato? Gli accordi di Ginevra erano ancora in vigore in quel luogo senza nome? Il direttore d’orchestra vi si era recato per tirare fuori il soldato Guéron? Può la musica avere un tale potere? Ritornato a Treviri, Élie vi aveva ritrovato il suo ironico comfort di prigioniero di guerra. Lo stalag non era un paradiso, tutt’altro! Ma almeno era protetto dalla Croce Rossa.

     Dietro il primo violino solista, Élie sorrideva dalla sua postazione, discreto, le palpebre semichiuse, assaporando le armonie a piccole sorsate. Avrebbe quasi dimenticato la sua deriva verso una morte probabile, dopo la sua uscita forzata dallo Stalag XII D, verso un  luogo che non ha mai nominato.

     Tra la prova del Minuetto e quella della Farandola, chiese al direttore d’orchestra:

     “Chi mi ha tradito?”

   Il direttore d’orchestra, con voce roca, fece il nome del delatore.

     “Potrebbe averti venduto per una razione di pane, per qualche sigaretta. O l’ha fatto in cambio di una promessa: forse era in pericolo. O per avidità, o per paura. Sì, lo so, è incredibile, anche lui è ebreo. In ogni caso, suo cugino è folle di rabbia, e sarebbe capacissimo di ucciderlo.”

    La sera era scesa, immobile e gelida. Élie fissò senza vederlo il direttore d’orchestra, più alto di lui di una spanna.

     “Tu che non sei ebreo, sei intervenuto per me, mentre il cugino…”

     L’Arlesiana sottolineava la loro amarezza a grandi colpi di cimbali e di archi.

     Fu la prima volta che il violino di Élie gli salvò la vita. Ce ne sarebbero state altre due.

(…)

     La seconda storia ha il sapore delle avventure di Nasreddin Hodja. La leggerezza della favola e il piombo della guerra. Questa volta non è proprio una storia di silenzio. Élie ne ha eliminato le pesantezze grigioverdi e, messa da parte la tristezza, c’è ancora spazio per questo tono giocoso. Vi ho aggiunto dei rumori di stivali e le lacrime della mia nostalgia.

     Un prigioniero dello stalag, quello che si trascina il suo viso grigio e i suoi occhi folli, ha recuperato una radio a galena. Fa parte di un Kommando che lavora in una fattoria, al di là dei reticolati. Porta la radio in pezzi staccati. Un tecnico la rimonta e il responsabile delle baracche trova un nascondiglio sotto il pianale del pavimento: le guardie non penserebbero mai di frugare all’entrata, sotto i loro piedi. Guéron, che ha frequentato una scuola tedesca a Adrianopoli, è incaricato di ascoltare i notiziari e di tradurli.

     All’improvviso viene decisa una perquisizione. Guéron era da molto tempo tenuto d’occhio dalle guardie più rognose. Nonostante il tradimento di un compagno di prigionia, gli era sfuggito solo grazie al sostegno del direttore d’orchestra. La vittoria rischia di sfuggire anche a loro. E’ nell’aria. E’ facile aggirare le norme che proteggono i prigionieri di guerra. Inventare, per sfida, giochi crudeli…

     Guéron sta ascoltando De Gaulle alla BBC: “Qui Londra… Il nostro quarto d’ora francese pomeridiano”… “Siamo allo scontro decisivo”… “Si tratta di distruggere il nemico… Da molto tempo ormai è solo una bestia che indietreggia…” Nessuno può avvertire Élie della perquisizione: si è sistemato nel bel mezzo della grande baracca di legno, tra i letti sovrapposti. Quando i Tedeschi fanno irruzione, dispone degli spartiti per nascondere la radio e suona con grande passione la romanza in fa di Beethoven. Le guardie si fermano, la guerra pure. La morte è sospesa a un semplice vibrato. Per ognuna delle guardie – quello alto secco impassibile che ha dato del pane a un prigioniero, quello grosso rossiccio paffuto che l’ha umiliato, quello che è in grigioverde anche nell’animo – la musica resuscita il ricordo di piccole felicità: l’incavo tremolante e tiepido di una spalla, le fossette leggere dei sorrisi. Le estati blu che sanno di frutti, l’anima in festa. La lentezza di mattine sempre uguali, la noia confortevole in tempo di pace. Ach schön Das ist ja wunderschön… (Che bello, è meraviglioso). Riandare agli scricchiolii familiari della casa, gli scricchiolii delle ore serene. Al libro delle notti e dei giorni prescelti, spalancati all’amore (comprese le pagine bianche, quanto è rinfrescante il vuoto), Welche Sehnsucht! (Che nostalgia!) – una parola intraducibile, la nostalgia che le ali del desiderio spingono verso il futuro. La radio rimane inaccessibile.           

    Questa è la seconda volta che il violino gli ha salvato la vita.

——————-

     La terza storia è una breve sequenza cinematografica, una fiction gradevole sulla quale ho innestato degli eventi storici.

     Qualche mese dopo la perquisizione della baracca e la romanza in fa, gli Alleati entrano a Coblenza, nelle vicinanze, e attraversano la Mosella. I tedeschi erano fuggiti dallo stalag durante la notte. Sapevano che la guerra era perduta. Quel giorno Hitler diede l’ordine di distruggere la Germania per non lasciare niente di vivo dietro di lui.

     Quel mattino del 20 marzo del 1945, i prigionieri sono rapiti da uno strano silenzio. Non un solo soldato tedesco! Per cinque anni le urla degli altoparlanti, gli appelli quotidiani delle guardie avevano saturato l’aria del campo. Los! Schnell! (Avanti! Muoversi!) I reticolati ancora ne risuonavano. Stando sul chi vive, Guéron, seguito da due compagni di detenzione, scappa, e costeggia un canale. L’uomo alla sua destra è un flautista. Per nascondere la stanchezza, spiattella col suo accento da monello parigino: “Al reggimento, mentre l’orchestra eseguiva la Marsigliese, suonavo in sordina Io cerco la Titina. Sapete, la canzone di Charlie Chaplin in Tempi moderni. Credete che se ne siano accorti? Prova a dirla! E’ nella stessa tonalità dell’inno nazionale!” L’uomo che trotterella a sinistra di Élie è un timpanista. A ogni passo i suoi baffoni battono il ritmo, alla gallica.

     All’improvviso il suono, in lontananza, e poi l’immagine di una squadriglia di caccia americani che squarcia il cielo: sulle ali, delle stelle bianche su sfondo nero. I liberatori sono equipaggiati con mitragliatrici e volano a bassa quota. I due amici di Élie alzano le braccia in segno di saluto. Gli aerei scendono in picchiata sul campo e li abbattono immediatamente. Per riflesso, Guéron si tuffa nel fosso accanto al canale.

     Gli aerei non tornano indietro. Lui aspetta. Il gesto di vittoria dei suoi compagni è stato squarciato dalle mitragliatrici, le carni mescolate alle scarpe e ai vestiti. Per un pelo è scampato alla mitraglia, e anche, poco prima della loro fuga, al bagno di sangue – al regolamento di conti dei vinti. Perché è vivo? È veramente vivo? Di nuovo il silenzio, tranne il suo cuore che batte. Distoglie lo sguardo da un ciuffolotto scarlatto posato sul berretto del flautista. (Scarlatto! Noto che la natura ha abbinato i suoi colori alla scena). Dovremmo respirare una boccata di questa assurda e tiepida primavera che parla di libertà. In lontananza, a ovest, la strada attira capannelli di uomini, si distende verso la vita.

     Quel giorno, la Storia ha sbavato di nuovo. In pochi secondi, gli alleati hanno abbattuto dei prigionieri di guerra francesi che erano sopravvissuti a cinque anni di detenzione. Eccesso di zelo? Paura? I soldati americani avevano scambiato i prigionieri di guerra che indossavano uniformi francesi per soldati tedeschi? Avevano abbattuto uomini che facevano segni di resa?

     Quegli aerei erano soprannominati gli ‘Orchi’. E ora, sotto gli sputi delle mitragliatrici alleate, la memoria fa riaffiorare la follia di quella primavera cremisi.

…..

     A Montreuil [dove ho abitato], il violino di Élie, fabbricato nel 1820 in Tirolo da Josephus Grienberger, era rimasto per un po’ di tempo sotto un letto, in un cassetto.  Un amico musicista se n’era preoccupato. Un violino epocale. Qual era il suo prezzo? Due liutai erano venuti a valutarlo. Appena usciti, Ben [mio marito] sganciò il citofono. Arrivati a pianterreno, delle cifre si udirono a loro insaputa nell’ingresso dell’edificio: la stima, in franchi, dei due liutai era raddoppiata. “Un ottimo affare!”, conclusero con voce stridula.

     Molti anni dopo, per una di quelle premure del caso, incontro Lorenzo [Laurent Lovie] nella Drôme. Mia madre non c’è più per assistere a una di quelle rimpatriate di un violinista e del violino, che Laurent suona, riporta in vita. E il violino lo riconosce: è proprio lui. Imparano a comprendersi, a intuire le loro tempeste, i loro accordi e, all’unisono, suonano, del resto non hanno scelta.

     Viene organizzato un concerto in casa. Assistiamo allo straordinario arrivo del pianoforte a coda Bechstein, un “pianoforte migrante” utilizzato da Sylvie [Sagot-Duvauroux] per i concerti a domicilio, o nelle scuole, nelle prigioni, nei luoghi poco abituati alla musica. Il pianoforte migrante, trasportato con un camion, passa senza problemi attraverso la porta d’ingresso. Ci vogliono tre persone robuste per montarlo in salotto, con le sue tre gambe e la sua pedaliera.

     La musica accarezza i capelli castani di Sylvie, si muove a spirale attraverso le sopracciglia di Lorenzo, e si espande in paesaggi commoventi nelle orecchie di una trentina di vicini, di amici e dei loro figli. Dopo gli applausi, l’attenzione dell’uditorio si sposta sull’esile figura di Lorenzo, che parla della scomparsa di migliaia di violinisti e di violini durante la seconda Guerra Mondiale, degli strumenti musicali depredati che forse dormono ancora in delle casse, della necessità vitale della loro trasmissione: “In passato, questi violini eccezionali erano tramandati da maestro a discepolo, non avevano valore commerciale. Così, quando si ha uno strumento nelle mani, come quello di Élie, si dice: Grazie.” Una donna piange tenendomi il braccio. Io ho già versato la mia lacrima ai primi colpi d’archetto, molto prima del concerto, riconoscendo l’uomo che avrebbe vegliato sul violino di Élie.             

    Ben ed io abbiamo lasciato in eredità a Lorenzo il violino Josephus Grienberger del 1820 in buona e debita forma: non c’era una sola nota stonata nella trasmissione.

***

Estratti da La moelle de nos mots (Il midollo delle nostre parole), racconto autobiografico di prossima pubblicazione. 

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