Scritto 67

giorgio_morandiPietro Tripodo che traduce il Carme XI di Orazio e sembra inventare un altro testo scrive e riscrive quello che da una lingua trapassa nell’altra come si fa quando si filtra il vino e come mare che lucida instancabili sassi; come Bento quando tornisce le lenti Pietro Tripodo vede sempre più in trasparenza attraverso il testo oraziano e nel biancore mentale della visione, nelle botteghe degli astrologi stretti a ridosso della porta d’Ištar poesia e traduzione coincidono, futuro e presente sono uno.

La traduzione annulla il tempo? no: Pietro Tripodo sa di Orazio e si fa suo contemporaneo, ma Orazio, ovviamente, non ha mai saputo di Tripodo e che questi l’avrebbe tradotto in una lingua postuma. Il Carme XI spalanca il presente, ne stabilisce i cardini che stanno avvinghiati alla lingua, il tempo è il ritmo del parlare, Pietro Tripodo mentre traduce si fa tempo che trans-scorre per la punta della penna, la penna trascrive l’indifferente volontà di un qualche dio che forse decide il numero degl’inverni dati in sorte a ognuno e, trascrivendola, venendo a riconoscere quella divina indifferenza penna e scrittura s’appressano a un eroico tacere. 

1 commento su “Scritto 67”

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