La perdita e il perdono di Roberto R. Corsi


Roberto R. Corsi
La perdita e il perdono
Edizioni Pietre Vive, 2020


Jeux de vagues

Accetta un consiglio: vai in spiaggia
fuori stagione, un pomeriggio di mare mosso.
Avrai in mente, mentre giungi, il classico distendersi
dell’onda, come lingua; il suo morire,
quel placato lasciarsi assorbire
dalla battigia.

E’ questo il diagramma della vita, per i più.
Ma, se farai attenzione, ti sorprenderai
a fissare altre onde, affluenti,
deboli per scavare un canale di risacca
e trovar pace; ugualmente chiamate
all’indietro, a scontrarsi a sfilare di lato
alla normalità delle novelle che accorrono.

Un gioco, solo un grumo di attimi,
zampilli e schianti.
L’esistenza: l’offesa.
Al mondo, distratto come te poco fa, resterà
il passo trionfante delle frangenti; nulla
del vano bramare agnizione, eufonia
con ciò che, onnipotente in giovinezza,

                                                                              già mi scavalca.

*

Personal branding

          Gli suona il cellulare mentre pisola e chiaramente spreca tempo, appoggiato al bracciolo
          di uno dei divani in biblioteca. In quello accanto un marocchino, per far prima,
          s’è sdraiato e ora è perso in un sonno scoperto, al punto
          che manco sente il trillo. Lui, invece, si scuote. Esile, poco sotto i sessant’anni.
           Occhiali tondi, giacca beige, e pashmina verdementa insinuano un’ipotesi d’artista.
           Risponde a bassa voce, ma lo sento: “Cara, sono qui in attesa del colloquio
          di lavoro. Poi ti faccio sapere”. Riprova a dormire.
          Invano: la bugia difensiva, preludio a serrate inchieste serali,
          lo agita; si alza, va via. In fondo, ciò che gli manca
          per ronfarsi e scrollarsi sereni pomeriggi è soltanto
          l’indulto sociale di una scrivania.

*

Oltreoceano,
hanno appena decretato la mia fine per acqua,
comodamente mézzo dentro casa,
o in un prefabbricato a mèzze Apuane.
iniziano i decenni di ricerca
di una morte benevola, come fonte sorgiva.

*

A lavorare
per cinquecento al mese e ringraziare,
portandomi dietro il mio vecchio computer
linuxato, in un religioso cortese serpentario
di fighetti che guardano al “nuovo”
collega come si guarda
un anziano molesto (“Lo senti che casino
gli fa la ventola?”), una minaccia per il proprio
posto, un balzello in più sul salario. Quanto
volevi che durasse così? Giusto il tempo
di prova e son tornato
a grattarmi le palle sul lungarno, lasciando che il sole per poco
curasse l’ansia, consegnandomi a una bellezza
mendace che sa almeno nascondere il burrone.

*

          Quando penso come mondo e destino, sciocche effimere, si siano accartocciati
         come un foglio che brucia attorno all’assenza di lei, che il suo amore
         non è più qui a tenermi in vita solamente perché li ho lasciati
         mettere agli atti che non è bella, senza combattere, anzi scimmiottandoli, allora
        diventa
        sollievo,
        cessato allarme quello di non essere mai
        esistito, quello
        che anche il gran spreco di risorse cui si riduce la mia vile presenza organica
        vada scemando. Tremo a cosa sarebbe stato se avessi generato
        un figlio. Lo avrei forse lasciato ai bordi della strada, come un cane, scappando
        con falcata automatica e leggera? Lo vedi? L’infelicità è equa e previdente.

*

Muore un amico e morendo ti salva:
il seme di quel passo del Vangelo
cresce, fiorisce, frutta, rende vago ogni tuo
vaniloquio, caritatevolmente
ti frega.

*

Andante spianato per bevanda e archi

Ti ho rincontrata dopo cinque anni, indosso
la stessa essenza. Hai ottriato ti sfiorassi
le braccia bianche. Tu sei un soffio più pingue,
io una bora. Vestiamo scuro però/sebbene/infatti usciamo
dal grigio. Impervio, poi,
salutarsi. Hai incornato il mio petto,
come bomber rissoso, perché
non t’abbracciassi. Una stilla di alcol, una goccia
di incapacità  credo ci avrebbe
ripersi tra lenzuola. Per l’emozione, a casa,
ho avuto un chinotto (non ne sorbivo
da quando ero bambino): dissepolti, dolciastri, i recettori
di noi stessi, assai meno
del galattico moto di allontanamento
crittato nei tessuti.

*

Greenfields, golden sands

          D’un tratto il pensiero si pensa assai meno pensante,
          mesmerizzato da una teoria d’onde lungo il sole. La voce di Yusuf
          come miele di castagno, un volo di tastiera a cullare
          un desiderio rapace di fede e semplicità:
          dimenticare ogni ansia, sciogliersi nella dolce
          fola di un dio? Lo soffia via un guizzo
          della ragione: quell’infinito rullare di lama
          baudelariana ha denti aguzzi, si prende bimbi incauti,
          morde la spiaggia, ci scava sotto i piedi.

*

Exeunt

          Un gatto grigiastro e cloropide ha eletto domicilio alle liti
          nel giardino di Villa Bertelli e oggi attraversa la strada mi segue
          a debita distanza lungo via Francesco grispi (qualcuno, con burlona sapienza
          dialettale, ha arricchito a pennarello la C dell’iscrizione);
          arrivato a un confine invisibile, si blocca e gira il culo, rincasa,
          non crede più al mio tintinnare di chiavi e versi alessandrini.
          Proseguo sfociando nel lungomare. Resta da stabilire,
          per fini meramente allegorici e di scena,
          chi di noi due impersonasse l’amore, chi invece lo scrivente.

*

Once there was a boy who woke up with blue hair

Sono la somma algebrica di profezie e paure,
ma sono stato anche il sogno bambino
del reame di là da quella dimora contadina
che dalla cameretta
dell’ultimo orizzonte il guardo accompagnava.
A pensarci oggi, nel disincanto dell’orbe geotaggato,
era, credo, in via Como: massimo tre isolati.
Un casolare, l’aia, i campi attorno.
Ma di certo era il portalke verso qualche Cartoonia
o Fantàsia con cui, morendo al mondo,
persino ai genitori, si potesse gabbare
quell’ansia che già collaudava i circuiti
dell’elettrocuzione, quella costanza del dolore
dove ogni sforzo, anche uno scampo, lacera
poi s’incista, si cumula
si fa sceneggiatura.

Più tardi, negli ottanta, un drago cementizio
di tre piani ostruì la visuale
e la fuga. Ai suoi piedi,
la farmacia ammannisce un iniquo indennizzo.

*

Così come si libera un mandala

Un libro.
Dal libro una poesia.
Da essa uno, due versi,
poi più nulla.

*

Poi qualcosa.
Da un verso, due versi.
Da due versi un libro.
E un lettore.


Roberto R. Corsi (la R. centrale sta per Riccardo o per Rahman, a Vs. scelta) è nato quattro giorni prima. Ha abitato in una mezza dozzina di città, ma non ne sente alcuna come autenticamente “sua”. È laureato magna cum laude in giurisprudenza, con tesi in Storia del diritto Italiano. È convinto che le eterogenee mansioni che ha svolto finora non c’entrino nulla con una nota biobibliografica e culturale – eccezion fatta, forse, per una breve collaborazione come recensore di eventi di musica classica per un quotidiano oggi cessato, Il Corriere di Firenze (anno 2003), nonché per un’esperienza annuale come assistente del Direttore Artistico di un ensemble da camera (anno 2007). Ha iniziato a scrivere poesie intorno al 1997 e creato il suo primo blog culturale nel dicembre 2002, diventando rapidamente un grafomane. Ha all’attivo – o al passivo? – varie raccolte di poesie:

L’indegnità a succedere (Firenze: Esuvia, 2007, introduzione di Paolo Codazzi);
All’orza. Poesie 2005-2007 (ebook gratuito LaRecherche.it, 2010, postfazione di Giuseppe Panella);
Cinquantaseicozze (Ancona: Italic, 2015, prefazione di Massimo Seriacopi e contributo critico di Davide Castiglione).

In più ha realizzato tre plaquette pdf: due da solo (Divagazione, polemica e congedo; Sinfonia n. 42) e una assieme a Liliana Ugolini (Gli occhi di Prometeo, segnalazione al Premio Lorenzo Montano 2011); infine un ebook autoantologico 2007-2011 (Il ridursi del tutto a vuoto d’avvenenza) e, recentissimamente, una plaquette inedita dal titolo L’oracolo della pizza. Del settembre 2020 è l’ultima raccolta, La perdita e il perdono, edita da Pietre Vive.

Trovate Roberto R. Corsi sul suo omonimo blog.

3 pensieri riguardo “La perdita e il perdono di Roberto R. Corsi”

  1. Gran bel libro.
    Di Roberto inoltre apprezzo il suo atteggiamento dissacrante nei confronti della poesia come “istituzione”. Vale quello che rimane, quello che si legge, ed è qualcosa di prezioso.
    Francesco

  2. In seconda lettura, in questa selezione, trovo nel tempo ancora più belli e toccanti questi testi. Sanno restituire dagli scarti del vivere un senso di nostalgia che ti rimane addosso. È il nostro vivere nella maniera del non vivere. Ci vuole coraggio a lasciarsi sfuggire il treno della felicità quando avevamo già un posto riservato per arrivare a destinazione. Ma nulla è scontato nella vita. Il prezzo della gioventù svanita lo si paga solo quando quando sei arrivato a percorrere buona parte del viaggio. E Corsi qui è maestro nell’aver scritto alcuni dei più bei testi sul rimpianto.
    Nino

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