Pedro Xisto 3 : Denudamento

Pedro Xisto
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Quanto segue è un estratto (mai pubblicato) di una conversazione di più o meno un’ora, avvenuta nel 1986, in una casa di riposo dove Pedro Xisto si trovava ricoverato. La sua salute – aggravatasi da tempo, dopo un intervento chirurgico – necessitava attenzioni particolari. Anche se con qualche mancanza di memoria, Xisto poté trasmettere un poco della sua visione delle cose, contrassegnata, negli ultimi tempi, da un denudamento dalle regole, da un disinteresse per certi valori – un riflesso, forse, d’una visione del mondo con cui aveva familiarità, come comunica la sua poesia “zen”. Ma rivela anche, sorprendentemente, un disinteresse per questioni come la definizione di poesia, nel tentativo di non imprigionare cosa gli sembrava trascendente i nostri sforzi. Parteciparono alla conversazione i poeti Luis Dolhnikoff, Luiz Sergio Modesto, Philadelpho Menezes e Marcelo Tápia.


Come vedi la tua opera, oggi?

In tutta coscienza, ho fatto molto poco. Ho fatto ciò che ho potuto. Ci sono, chiaro, più cose scritte che non pubblicate… Ma m’interessa più di voi che di me. Voi che avete molto da fare.

Parlami della tua vicinanza alla cultura orientale.

Il mio contatto con la cultura orientale non merita molti discorsi. È, paradossalmente, una cultura di cui non sono, né mai sono stato, preparato linguisticamente. Cosa m’interessa è lo sforzo fisico per costruire un lavoro personale considerando le fonti che considero importanti. La cultura orientale merita tutta la nostra attenzione.

Sforzo fisico?

Sì. Senza compensi materiali. È molto difficile giustificare materialmente certi sforzi la cui maggiore giustificazione sta esattamente nel disinteresse materiale, in una sorta di gioco aperto sopra l’universo. Se vogliamo “professionalizzarci”, è necessario lo sforzo comprovato e non il successo comprovato. Nel mio caso, si tratta d’una specie di passione, poco compresa e men che meno accettata, ma che muove la mia coscienza a persistere in questo sforzo disinteressato. L’obiettivo non è fare una mezza dozzina di opere prime: è fare con sincerità, con naturalezza, come chi tenta di colpire un bersaglio. Questo è degno, lo sforzo. Faccio il meglio dei miei sforzi.

È necessario conoscere varie lingue per fare poesia?

Puoi lavorare anche solo la tua stessa lingua. E la poesia, anch’essa è una lingua, nel senso di essere, esistere linguisticamente. La poesia è una questione di coscienza, fino a un certo punto. È una questione di lettura fino a un certo punto. Credo che anche un analfabeta possa scoprire la sua vena poetica.


Quali sono i criteri positivi per elevare o condannare qualcuno solo perché questo qualcuno non pensa secondo i canoni che sarebbero la fonte?


Cos’è la poesia?

Qualcuno dice: fino a qui è poesia, da qui in poi non lo è più… Bisogna che lo sia, sempre… La poesia è un’arte come un’altra… Quali sono i criteri positivi per elevare o condannare qualcuno solo perché questo qualcuno non pensa secondo i canoni che sarebbero la fonte? Perché una poesia merita il nome di poesia e un’altra no? Perché una donna è bella e un’altra no? Sono false domande. Dobbiamo avvicinarci alla poesia come a una donna. Ma ogni compassione è pericolosa… E ogni definizione pericolosa… Non ho la pretesa di saper fare poesia, né di volerla definire. Questa definizione che “ogni definizione è pericolosa” è un modo più semplice per affrontare una domanda che non è stata fatta per essere discussa in merito alla sua difficoltà ma, invece, per essere studiata di fronte alla sua autenticità.

La ricerca della sintesi è essenziale in poesia?

Essenziale no, ma molto importante evidentemente lo è… La poesia del poeta A è migliore di quella del poeta B? Se si tratta d’un professore di linguistica, ad esempio, è necessario considerarlo sotto questo punto di vista. Ma ci sono molti criteri, come la parola esatta nel posto esatto – ma è soltanto un criterio fra molti, non è “il” criterio. Oppure cadremmo in un preziosismo disumano o in un semplice gioco di parole. Non voglio cadere in nessuno di questi due estremi… Non mi presento assolutamente come poeta. Mi piacerebbe fare poesia, cerco di fare poesia ma non indicando qual è il cammino giusto.


Infine la poesia è non è un’arte di liberazione?


E il Caminho?

Non mi sono mai approfittato del Cammino. È un cammino, penso, che ha un doppio significato; i più non ci sono preparati… Può essere un doppio tiro al bersaglio. E perché no? Infine, la poesia è o non è un’arte di liberazione? Nel mio caso, giudichino gli altri… Non ci si può sfuggire: il meglio è accettare in modo naturale, per non dire con coraggio, questo doppio significato che la poesia porta in sé. Ogni contatto umano è approssimazione, avvicinamento, niente di più… Ogni uomo include in sé tutti gli uomini… Ma, tornando al punto della definizione, non possiamo definire la poesia in modo che qualcuno, che non rientra in quello schema, corra il rischio di ricevere una sentenza, nel senso di continuazione… (…) Amiamo la poesia, facciamo il meglio che possiamo, ma senza escludere altre possibilità. Altrimenti è un gioco di specchi, facciamo una poesia volendoci vedere noi stessi… Non credo che la definizione sia la cosa migliore per la poesia. Fai poesia come sai, ma cerca di fare il meglio che puoi. La poesia è universale. Ognuno di noi, nella propria coscienza, si sente universale. È lì che il poeta e il filosofo s’incontrano… La poesia, per sua stessa natura, è universale. Io voglio la libertà del poeta. (…)

Qual è la vera libertà poetica?

Non lo so. Credo che nessun poeta debba avere questo scopo. Non è d’aiuto. Forse la libertà sta nel non usare la libertà, se non in casi estremi…

Definire la poesia… È come definire l’amore. Trovi sia d’aiuto?

Corriamo dietro un obiettivo che in realtà non esiste. Non c’è bisogno di definire la poesia per fare poesia.



Come vedi, oggi, la tua poesia “zen”?

È una delle poesie che, in qualche modo, sono un avvicinamento alla poesia calligrafica. La rifarei anche oggi, senza dubbio, perché è una poesia molto semplice, è una delle poesie più semplici che abbia mai fatto; forse è per questo che ancora oggi se ne parla, proprio perché non ha altre pretese. È un costrutto… È questo ma anche altro. La poesia non è per forza una scoperta. La poesia è e deve essere uno sforzo continuo, non un gioco come la lotteria… A volte succede…

Una volta hai fatto riferimento alla relazione fra questa poesia e la costruzione di un tempio zen…

Credo fosse un momento felice. Sarebbe una poesia felice. Lo dico con il condizionale perché è possibile scoprire parti infelici in questa costruzione. C’è un certo geometrismo in questa poesia; uno dei punti allo stesso termpo forti e deboli della poesia.



Ma ogni discussione tende a giudicare secondo un criterio, che ne esclude altri. Credo che l’uomo meriti un po’ di più…


Perché deboli?

Non si può dire facilmente. Le grandi forme… Questa semplicità estrema, secondo me, sarebbe una delle molte possibili forme della poesia. Non ho mai detto d’aver trovato questa gioia sconosciuta della poesia allo stesso tempo facile e difficile… Il punto non è facile e difficile. Siamo stanchi di poesie difficili. Ciò che mi sembra valga la pena cercare nei nostri sforzi è qualcosa che sia – se è possibile – allo stesso tempo facile e difficile. Ma ogni discussione tende a giudicare secondo un criterio, che ne esclude altri. Credo che l’uomo meriti un po’ di più…


Nota al testo: “Caminho” (1979) è il libro che racchiude una scelta ragionata delle opere di Xisto fatta dal poeta stesso. Evidente il riferimento taoista (o “zen”) alla “via” che Tápia pone nella domanda.


Marcelo Tápia. Fra i più interessanti poeti contemporanei brasiliani. Protagonista del rinnovamento della poesia visiva in Brasile. E’ anche editore, traduttore, cantante e pubblicitario. Nato a Tietê, São Paulo, nel 1954. Vive a São Paulo.

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