Arnaut Tripodo

Antonio, nel bellissimo SCRITTO 67, mi ha di poco preceduto in un del tutto accidentale intento di pubblicare una traduzione di Tripodo, e in qualche modo di parlare della traduzione

per me, credo sia proprio adatta la parola che inventai molti anni fa a proposito di chi trasporta parole da una lingua all’altra: tradittore

intendiamoci: non nel senso di “mettere in bocca” all’autore sensi e significati che non intendeva. nel senso di “mettere nella penna” una chiave per l’altra lingua. intatti sensi e significati, mutati, spesso, i suoni e le forme

trasportare parole è riduttivo. ricreare è la cosa più giusta, che Pound e Haroldo avevano captato, capito e, poi, attuato. così, dunque, Arnaut in Tripodo, Rimbaud in Augusto (de Campos), eccetera. ci sono strane moltiplicazioni. strane sommatorie di ombre. gente su gente. strati. cosa è la partenza e cosa è l’arrivo

la traduzione è una gara d’equilibrio. chi porta di qua deve saper non sbilanciarsi troppo, non far vedere troppo solo la sua propria faccia. una specie di gioco di maschere. quanto di ciò che leggiamo tradotto è l’originale e quanto è il trasformato? ecco, forse trasformazione sarebbe la parola più adatta. a volte neoplasia. a volte neopoesia

e poi c’è la faccenda del tempo. ci sono alcuni problemi. la maggior parte di chi legge poesia, che stranamente coincide con chi la scrive, fa fatica a interpretare una lingua che poco poco nella forma si discosta da ciò cui si è abituati. ciò che poco poco si discosta dalla formula sicura

così, tradurre Arnaut oppure Orazio è un’immersione, più che nel tempo, nei tempi possibili della propria lingua. è uno scavare per riportare alla luce qualcosa che è sì la tua lingua ma ipoteticamente. questione di bivi. qualcosa che poteva essere, in fondo. al cammino

insomma, fanno bene gli studiosi che compilano semplici traslitterazioni da un glifo all’altro. poi però ci sono anche i Tripodo, gli Haroldo, gli Ezra. quelli che fanno i tradittori. sono poeti. potete scommettere che un buon traduttore è un buon poeta. non potrebbe essere diversamente

allora qui ricopio uno dei testi più belli, inventivi, nuovi, più nuovo di qualsiasi nuovissimo, mai scritti in poesia. si tratta de L’aura amara di Arnaut. questo vento tradotto in maniera esemplare da Tripodo. due meraviglie di lingua, vivissima, di combinazioni di decibel che, sì, servono per comunicare qualcosa ma che, no, non fanno della comunicazione il loro fine ultimo. il loro scopo è, poiché è poesia, esistere in sé e suggerire nuovi colori, nuove forme, nuovi ossigeni sonori che, ancora oggi, soprattutto oggi, molti confondono con il gioco

tuttavia, sarebbe interessante notare che nel bambino l’apprendimento avviene proprio attraverso il gioco che è (*yek- parlare) la fonte prima dell’imparare [anche (soprattutto?) linguistico]. gli adulti, poi, si buttano a peso morto sui progetti e ripetono, stancamente, sempre le stesse cose, dette sempre nello stesso modo. meno male che oggi abbiamo la pubblicità a dare un po’ di sprint alla lingua


dall’ebook Arnaut Daniel tradotto da Pietro Tripodo
Insula Europea, rivista culturale online

Il libro è liberamente scaricabile dal sito. Questo il link diretto.
Tuttavia nella Biblioteca c’è molto materiale interessante.


L’aura amara
fa•ls bruoills brancutz
clarzir
que•l doutz espeissa ab fuoills
e•ls letz
becs
dels auzels ramencs
ten balps e mutz,
pars
e non-pars;
per qu’eu m’esfortz
de far e dir
plazers
a mains per liei
que m’a virat bas d’aut,
don tem morir
si•ls afans no m’asoma.


Tant fo clara
ma prima lutz
d’eslir
lieis don cre•l cors los huoills,
non pretz
necs
mans dos aigonencs;
d’autra s’esdutz
rars
mos preiars,
pero deportz
m’es adauzir
volers,
bos motz ses grei
de liei don tant m’azaut
qu’al sieu servir
sui del pe tro c’al coma.


Amors, gara,
sui ben vengutz
c’auzir
tem far si•m desacuoills
tals detz
pecs
que t’es mieills que•t trencs;
qu’ieu soi fis drutz
cars
e non vars,
ma•l cors ferms fortz
mi fai cobrir
mains vers;
c’ab tot lo nei
m’agr’ops un bais al chaut
cor refrezir,
que no•i val autra goma.


Si m’ampara
cill cui•m trahutz
d’aizir,
si qu’es de pretz capduoills,
dels quetz
precs
c’ai dedinz a rencs,
l’er fort rendutz
clars
mos pensars;
qu’eu fora mortz,
mas fa•m sofrir
l’espers
que•ill prec que•m brei,
c’aisso•m ten let e baut;
que d’als jauzir
no•m val jois una poma.


Doussa car’, a
totz aips volgutz,
sofrir
m’er per vos mainz orguoills,
car etz
decs
de totz mos fadencs,
don ai mains brutz
pars
e gabars;
de vos no•m tortz
ni•m fai partir
avers,
c’anc non amei
ren tan ab meins d’ufaut,
anz vos desir
plus que Dieus cill de Doma.


Era•t para,
chans e condutz,
formir
al rei qui t’er escuoills;
car pretz,
secs
sai, lai es doblencs,
e mantengutz
dars
e manjars:
de joi la•t portz,
son anel mir,
si•l ders,
c’anc non estei
jorn d’Aragon que•l saut
no•i volgues ir,
mas sai m’a•n clamat Roma.

Faitz es l’acortz
qu’el cor remir
totz sers
lieis cui domnei
ses parsonier Arnaut;
qu’en autr’albir
n’es fort m’ententa soma.

*

L’aur’amara
le fronde fronzute
sbianchisce,
dolce le affolta di foglie;
degli uccelli di ramo
i lieti
becchi
tien balbi e muti,
pari
e spaiati;
così mi sforzo
in fare e dir
diletti
per lei
che m’ha girato al basso d’alto:
se non finisce affanno
so che muoio.



Tanto fu chiara
mia prima luce
a elegger
lei onde crede il cuore agli occhi
che più di due rose di macchia
i nieghi
non pregio
d’altra pur se lei scarta
mio pregar
ch’è raro;
perciò gaudio
m’è udire
i suoi voleri:
seguirei buoni detti
di lei onde sì ho svago
che sono in lei servir
dal piè alla chioma.



Amore guarda!
son benvenuto?
Di far vedere
temo se mi disaccogli
dieci
pecche
sì grandi che se ti tronchi è meglio
ché son drudo fedel:
caro,
non vano;
ma il cuore fermo, forte,
mi fa coprire
molte cose vere
sicché sebben lo neghi
uopo avrei d’un bacio pel bruciante
cuore infrescare
ché non gli vale altra gomma.



Se mi ripara,
lei che mi dà cruccio,
col gradirmi
poiché del pregio è il sommo
dai preghi (?)
a ranghi
e silenti c’ho dentro
chiaro
le sarà reso
mio pensare:
morto sarei;
sopporto
perché spero anche se prego
lo sperar m’abbrevi
e mi tien lieto e baldo
né m’è d’altre gioire
gioir che valga un pomo.



Bel volto
di virtù da ognun volute
soffrir
dovrò per voi tanto d’ orgoglio
ché siete
il termine
di mie demenze
ond’ho l’altrui bruir
così patito;
e non baia
da voi mi torce
o fa partire
averi
ché nulla amai
con minore diffalta
ma voglio voi
più che Dio quelli a Doma.



Ora preparati,
canto e orditura,
a parlare
col re che ben t’accoglie
ché Pregio
cieco
qui lì è completo
e mantenuto
dare
e mangiare:
vacci con gioia.
Suo anello mirassi
se lo erge
ché mai fui fuori
d’Aragona un giorno che d’un salto
lì giunger non volessi;
ma qui m’han gridato « sta’ ora! ».



Fatto è l’accordo
che in cuor miri
a sera
lei che corteggio
senza corpo Arnaut
ché in altro mai
gl’intenti sforzo al sommo.

Pietro Tripodo ha visto la poesia come esercizio di lingua e di pensiero in tensione verso l’esattezza. Nelle sue poesie sembrava trovare versi in una distanza incalcolabile o forse in un tempo che in sé radunava ogni altro tempo. Per questo nella sua scrittura tradurre e fare poesia erano esercizi quasi sovrapposti. «Trovava» poesia proprio al modo dei poeti provenzali; dunque «trovava» poeti in altre lingue e in altri tempi. Questo «trovare» era insieme intuitivo e mediato dal gusto erudito: solo così il gioco verbale, la sottigliezza e il tono potevano trasmigrare dai territori nativi nel suo territorio specifico di poeta.

Raffaele Monica
da Pietro, il fabbro
(nota introduttiva all’ebook)

2 pensieri riguardo “Arnaut Tripodo”

  1. Massimiliano e io abbiamo fermato la nostra attenzione su Tripodo traduttore all’insaputa l’uno dell’altro: l’abbiamo scoperto programmando i rispettivi articoli e abbiamo avuto già occasione di confrontarci in privato sulla questione.
    Per quanto mi riguarda la traduzione non ha a che fare con un “tradimento” come spesso si ripete, ma con la possibilità di giungere in territori altri e ancora inesplorati (anche quando lo stesso testo fosse già stato tradotto decine di volte nel corso dei secoli) e, come dice Antonio Prete, anche per me “tradurre è dar voce a un desiderio” che è il desiderio di far risuonar nella lingua OSPITANTE il testo di partenza stilato in un’altra lingua.
    Massimiliano cita Tripodo, Pound, Haroldo; sono d’accordo e aggiungo Celan che traduce Mandel’stam, un vero miracolo di stile e di poesia perché nella lingua tedesca entra, intatta per merito del poeta-traduttore, l’energia etica e conoscitiva del poeta russo.

  2. incredibili assonanze che a volte s’incrociano. “tradire”, in fondo, è non “traslare”, non “trasportare” un significato ma occuparsi anche del segno e del suono. quindi mantenere sensi e significati (per me a tutti i costi) anche se, come capita spesso, è necessario cambiare la forma

    a volta basta un sinonimo. altre volte bisogna costruire un’analogia. in questo senso intendo “tradire”. non “mettere in bocca” significati e intenti che l’autore non voleva ma “mettergli nella penna” la chiave per un’altra lingua

    ovviamente questo mio modo di vedere le cose non è quello di Antonio, che nel suo Scritto 67 dice cose diverse, consone alla sua pratica di traduzione. non vorrei aver dato adito a fraintendimenti. lo spunto è stato l’incrociarsi di Tripodo nei nostri quaderni

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