Le pietre a bagno

Yves Bergeret

Le pietre a bagno

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Bagno abbastanza spesso le mie pietre.
Tre o quattro volte l’anno.
Il tempo delle pietre si allunga molto di più.
Che ne pensano, loro, del bagno?

Gli basta acqua di sorgente o di rubinetto.
L’acqua del mare sarebbe fine, inebriante.
Ma il mio villaggio è troppo distante.
Portare le mie pietre in spiaggia
sarebbe un viaggio estenuante, un supplizio.
Ancora un castigo… proprio no!

Le mie pietre non sanno cosa sia il castigo.
Rumoreggiano prima del misfatto.
Offrono radici alla mia casa giocattolo.

Mi sembrano cocciute come la mia fronte.
Dietro o sotto la mia fronte,
la meraviglia per la bellezza.
Uhm, sotto la pelle della pietra
la gelida ascia dello scortecciatore.

Dietro o sotto la mia fronte, nella sua rete d’oro
lo sciame sereno delle parole dell’accoglienza,
del desiderio, della speranza, della risposta chiara.
Uhm, sotto le unghie strappate dalla pietra
il rimorso che aspira il tempo
e lo risucchia in fondo all’oceano.
Una pietra può fare molto male.

*

Nell’acqua alcune pietre si accoppiano.
Così possono galleggiare.
Le sento allora abbracciarsi
per puro sentimento.

Quando cade nell’acqua
ogni pietra mi stringe la mano.
Un’ombra, un dubbio: uno scalatore
è precipitato nel vuoto dalla pietra instabile
che credeva sicura per la sua salita.
Un sorriso feroce sotto la fronte delle pietre,
forse di quelle sommerse.

Dopo il bagno sistemo le mie pietre
in un cesto nero vicino al mio cuscino.
I nostri sonni si incrociano.

Il mio sogno è il cemento delle mie pietre
e anche quello della montagna.
La montagna è nera.

Non sono finora mai riuscito a bagnarla.
Lei si riserva la funzione di sepolcro
e mi aspetta al varco.

Ho raccolto le mie pietre un po’ ovunque.
Sedimentarie, vulcaniche, metamorfiche.
Dall’acqua del loro bagno esalano effluvi
aspri come quelli di una mandria cornuta
che si pasce di nuvole.

*

Les pierres au bain

Je baigne assez souvent mes pierres.
Trois ou quatre fois l’an.
Le temps des pierres se distend beaucoup plus.
Leur bain, qu’en pensent-elles ?

Eau de source ou de robinet leur suffit.
Eau d’océan serait élégant, un peu grisant.
Mais mon hameau est perché trop loin.
Porter mes pierres à la plage
serait pèlerinage harassant, voire châtiment.
Qu’on me châtie encore… ah, non !

Mes pierres ignorent tout du châtiment.
Elles grommèlent ensemble avant crime.
Elles offrent racines à ma maison aiguë.

Elles me semblent aussi têtues que mon front.
Derrière ou sous mon front,
l’émerveillement pour la beauté.
Hum, sous la peau de la pierre
la hache glacée du bouscatier.

Derrière ou sous mon front, dans son filet d’or
le paisible essaim des mots de l’accueil,
du désir, de l’espoir, de l’aérienne réplique.
Hum, sous les ongles arrachés de la pierre
le remords qui aspire le temps
et l’engloutit au fond de l’océan.
Une pierre peut faire très mal.

*

Au bain certaines pierres s’accouplent.
Ainsi peuvent-elles flotter.
Je les entends se prendre alors
pour de purs sentiments.

A son plongeon au bain
chaque pierre me serre la main.
Une ombre, un soupçon : un grimpeur
est précipité dans le vide par la pierre bancale
qu’il jaugeait sûre pour son escalade.
Sourire féroce juste sous le front des pierres,
peut-être des noyeuses.

Après le bain je range mes pierres
dans un panier noir près de mon oreiller.
Nos sommeils s’entrecroisent.

Mon rêve est le ciment de mes pierres
et d’ailleurs de la montagne aussi.
La montagne est noire.

Je n’ai encore jamais réussi à la baigner.
Elle se réserve la fonction de sépulcre
et m’attend au tournant.

J’ai ramassé un peu partout mes pierres.
Sédimentaires, volcaniques, métamorphiques.
De l’eau de leur bain émanent des effluves
rudes comme d’un troupeau cornu
paissant les nuages.

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