Char a lume di candela

Giuseppe Zuccarino

Il tema del rapporto fra buio e luce è ben presente nelle opere di René Char. Occorre far notare che la notte da lui conosciuta nell’infanzia era più tenebrosa di quella che possiamo esperire attualmente. Ricorda Marie-Claude Char che in quegli anni, nella casa natale del poeta a L’Isle-sur-Sorgue, non c’era illuminazione elettrica: «Solo lampade a petrolio. Un becco a gas, di fronte al cancello del giardino, illumina la sera. Quando si spegne, il villaggio è immerso nell’oscurità, cosa che obbliga i passanti a spostarsi portando con sé delle lanterne». Tuttavia qualche conforto veniva offerto dalla pallida luminosità diffusa dalla luna, e anche dalle stelle, capaci di rendersi visibili persino nel bosco più fitto: «Ero in una di quelle foreste a cui il sole non ha accesso ma in cui, di notte, penetrano le stelle». E poi, in estate, palpitava un’altra minima e puntiforme luce naturale, come Char suggerisce quando afferma che «una poesia che si svolge di notte dev’essere lapidata di lucciole». Invece nella stagione dal clima più rigido, quando il bimbo passava dall’inquietante buio esteriore al rassicurante interno domestico, si imbatteva subito nel piacevole lucore proveniente dallo sportello della stufa: «Il bambino che, venuta la notte, d’inverno scendeva con precauzione dalla carretta della luna, una volta entrato nella casa balsamica, tuffava d’un sol tratto gli occhi nel focolare di ghisa rossa. Dietro lo stretto vetro incendiato, lo spazio ardente lo teneva completamente prigioniero». […]

Leggi l’intero saggio in “Quaderni delle Officine”, CXIII, Novembre 2021.