L’attesa tra le macerie. Sui libri di Glauco Piccione e Isabella Bignozzi

    di    Lorenzo Mari

Navigando nel sito di Transeuropa Edizioni, ci si accorge rapidamente del fatto che “Nuova poetica 3.0” è una collana di poesia che ormai ha tanti anni di esperienza alle spalle, avendo acquisito, di conseguenza, dimensioni oceaniche. Da questo, potrebbe scaturire l’impressione che una tale prolificità confermi e al tempo stesso tradisca la caratterizzazione scelta, ossia che si inglobi la nebulosità tipica dell’esperimento 3.0, ma all’interno di una materia necessariamente esondante, magari non sempre all’altezza della “novità” che si intende promuovere.

Sarebbe un giudizio errato, tuttavia, da parte di chi scrive, nell’impossibilità materiale di dare esaustivamente conto di ciascun libro pubblicato nella collana. Tuttavia, questa prima, per quanto erronea, impressione può offre lo spunto per una diversa considerazione, non qualitativa, dell’eterodossia di questa proposta – confermata, a livello culturale e politico, dalla recente scelta di pubblicare l’antologia Noi siamo l’opposizione che non si sente. Scrittori, poeti, artisti, che si oppongono al disegno politico innestato sull’emergenza – anche rispetto al “piccolo mondo antico” della poesia italiana: gli autori e le autrici che trovano accoglienza presso Transeuropa sono spesso estranei o transfughi rispetto alle cerchie della poesia italiana contemporanea; la moltiplicazione delle pubblicazioni contravviene anche quel leitmotiv che spesso si sente nei corridoi dell’editoria di poesia: “pubblichiamo meno, pubblichiamo con maggior qualità!”, leitmotiv che è regolarmente sopraffatto dalla pletora dei libri complessivamente pubblicati (circa tremila l’anno, più o meno, secondo le ultime statistiche che mi è capitato di leggere); per non parlare, infine, della fattura del libro, la cui standardizzazione, nel caso di “Nuova Poetica 3.0” è abbastanza lontana dal preziosismo del libro d’arte cui spesso (e spesso, a dir la verità, con splendidi risultati!) tende l’editoria di poesia, talora senza arrivare a soddisfare le aspettative generate.

Al netto dei giudizi di qualità, che ciascun lettore ne potrà dare, “Nuova poetica 3.0” può essere una cartina di tornasole molto utile per cercare di meglio circoscrivere lo stato dell’arte di molte questioni che restano tradizionalmente insolute. Quanto alla novità di “Nuova poetica 3.0” in senso stretto, mi sono imbattuto in due libri che fanno onore a questa ricerca del “nuovo” senza, però, incorrere in un “nuovismo” già categorizzato, e che rendono manifesta una germinazione poetica che forse preluderà a una produzione 4.0 tutta ancora da attendere e, conseguentemente, da esplorare.

Mi riferisco a Il tempo evolve, posticcia l’umanità (2020) di Glauco Piccione e Le stelle sopra Rabbah (2021) di Isabella Bignozzi. Procedendo in senso cronologico, l’opera prima di Piccione, classe 1990, conferma in ogni sua parte la miscela, talora ardita, di registri e di accostamenti semantici già presente nel titolo – peraltro un’autocitazione di per sé non particolarmente invitante, ai miei occhi di lettore, per concordare con quanto ne ha scritto, fra i pochi, il sempre attento Giacomo Cerrai. Si vedano anche i titoli delle cinque sezioni del libro – L’acrobatismo incantevole del disastro (I), Gomitolo di nenia retrocesso nelle elucubrazioni sistemiche (II), Imperitura puntura di spillo in continuazione (III), Sgravio di autenticità sul margine (IV) e Stupida crisalide dell’avvenire (V) – o ancora questo estratto da uno dei primi testi del libro:

epooforon, denti del giudizio, sacco vitellino,
germogli di sangue con la luna, spighe di grano in involuzione,
abbozzi di ossa (nei cetacei scollegati dalla spina dorsale),
ali in atrofia, cinto pelvico, coccige, appendice vermiforme, tubercoli di Darwin,

trattamento di smaltimento o “recupero carta”

assenza di riciclaggio, spaccio di organi
nella stessa abusiva deriva, traffici illeciti. 
(p. 8)

Se l’esito resta talora un po’ impaniato nell’eterogeneità degli stili, si può in ogni caso apprezzare la ricerca di un percorso individuale che, più che banalmente idiosincratico, risulta congruente con la specializzazione professionale, e in modo ancor più specifico e interessante, con l’ambito di ricerca di Glauco Piccione.

Come si legge, infatti, nella sua nota biografica, «Glauco Piccione nasce nel 1990 a Genova, città nella quale compie studi filosofici, antropologici e letterari» e, oltre alle performance poetiche in collaborazione con il compositore Riccardo Dapelo, «ha partecipato al gruppo di ricerca Tavolo antropologia, coordinato dall’antropologa Stefania Consigliere». Se quest’ultima è autrice di un recente e importante saggio come Favole del reincanto. Molteplicità immaginario e rivoluzione (DeriveApprodi, 2020) – una meditazione sulle “rovine della modernità” della quale ha dato debitamente conto, tra gli altri, Fabio Malagnini su PULP Libri – Piccione tematizza invece l’uomo come individuo atomizzato, reso materia di scarto, affetto da «rabbia felix» (p. 12) e mancante non solo di agency, o “agentività”, ma anche – con un neologismo ancora un po’ goffo, dal punto di vista fonetico, ma di sicuro appeal teorico – di «comunitività» (p. 29).

Una simile complessità, qui soltanto accennata, si rispecchia nella lingua adottata da Piccione all’interno di «un’opera in versi», per usare le stesse parole dell’autore in una comunicazione indirizzata a Giacomo Cerrai, «che trae le proprie influenze dalla poesia italiana degli anni Settanta e da un particolare vissuto personale, che tenta di rielaborare le esperienze della cultura beat, della cultura psichedelica e della cultura hobo». Una miscela mantenuta in tutto e per tutto verosimile e plausibile, dai primi versi – «Finisce con la A, ma deve risultare obbligatoriamente / di genere femminile. Appurato.» (p. 7) – fino agli ultimi, inclusi nella poesia qui in calce, Non trovare le parole giuste per uccidere (p. 51).

Forse, come nota sempre Cerrai, chi scrive resta spesso «soddisfatto» fino alla soglia dell’autocompiacimento, rispetto al punto di equilibrio che, tuttavia, sembra sempre bene identificato; le fondamenta di questo tipo di lingua sono, tuttavia, gettate su un un potente paradosso, sempre nel primo testo: «In questo momento sono lucido e in perfette condizioni, / quindi so esattamente cosa dico. // È come se tutte le mie parole non fossero mai esistite» (p. 7). Ben più di altre considerazioni più sommarie – «È famelico ridurre a banalità con le parole» (p. 10) – è questo paradosso – ribadito più avanti anche a livello politico: «Rendi indigesti gli schiocchi dei versi / se pendono da labbra sbagliate. // Poi pensi ai frammenti / di vite innocenti / che spezzi ogni giorno.» (p. 33) a sostanziare la ricerca anche linguistica di Piccione.

Dove non resta invischiato all’interno di soluzioni cacofoniche – per esempio, con le «spie in insubordinazione» (p. 22, corsivo aggiunto) – o giochi linguistici magari minimi, epperò talvolta poco plausibili – «ustio(nati)» (p. 49) – Piccioni approda a una lingua stratificata, ma non eccessivamente sofisticata, dov’è sempre presente il pungolo di partenza, una certa “urgenza” del dire:

È questa la stabilità della grande bugia, a cui siamo entrati
a fare parte con la forza. Un patto taciuto, con la mano morsa
dalla calma dell’ingiuria, verso l’ombra.
Risulta comodo vivere per vivere, darsi all’ipotesi del cannibalismo,
rinnegare la fiducia di Alice, togliere la sicura alla mitragliatrice,
rovinare giù dalla cresta mitocondriale,
usare l’odio come principale forza motrice per gli automatismi.
La vergogna è giustizia nella misura in cui riformula
un margine impulsivo di schiettezza. 
(p. 11)

Da tutt’altra sponda sembra partire e ad altri lidi sembra approdare l’esplorazione poetica di Isabella Bignozzi, all’insegna delle Stelle sopra Rabbah. Come segnala Elio Grasso nella postfazione, Rabbah è «come una miriade di altri luoghi» (p. 64), ossia una destinazione che è iscritta in una determinata storia e geografia allo scopo di rimettere queste ultime, a loro volta, in cammino. Ed è un itinerario che si compie principalmente attraversando il deserto, seguendo Costellazioni e vie carovaniere, come indica il titolo della prima sezione.

Al tempo stesso, non è accidentale che nei primi testi faccia capolino Roma, città meglio identificabile di Rabbah e al tempo stesso collassata dentro alla sua stessa costituzione storica e mitologica: il percorso tracciato da Bignozzi non è soltanto un’esplorazione nomadica del deserto e, di conseguenza, tra i tanti possibili spunti, un itinerario spirituale, o mistico; è uno schema poetico parzialmente predeterminato, come del resto accade in molte scritture poetiche, che ha a che fare con la fine del mito e con il suo possibile ritorno, ancora una volta fondativo.

Esigenza che è poi interamente sostenuta dal desiderio – come si legge nella chiusa di Prima dell’oro: «Vorrei regalarti / il mondo degli uomini prima dell’oro» (p. 20) – ossia da quella carenza che al desiderio è sempre intrinseca e che ci fa, autori e lettori, «orfani di ogni dio» (p. 32). La carenza si riverbera, sempre molto consapevolmente, nella scrittura poetica di Isabella Bignozzi, secondo un passaggio che si rende patente nei blocchi di prosa, o forse di versi lunghi, intitolati Piastrine, dove al primo passo – «Buttare la corazza, aprire il petto al centro. Lasciare che le picche trapassino, smantellino il mito. Lasciar disciogliere gocce di vetriolo nella pozza, lasciar scorrere il liquido, farlo fiume» (p. 29) – segue un preciso understatement che, tuttavia, sembra avere meno a che fare con l’etica di chi scrive, e di più con l’ampiezza della visione poetica qui intravista: «Ecco gli invitati: le mie parole fesse, i miei vicoli ciechi, i colpi mancati che si avvicinano ridendo» (p. 29).

Inoltre, se alcune parole, sparse nelle poche citazioni già fornite (ad esempio, quel riferimento a “prima dell’oro”, in cui si elide il sintagma “dell’età dell’oro”, e non soltanto per ragioni di cacofonia, ma anche di apertura polisemica), hanno valenze latamente politiche, che contribuiscono alla stratificazione interpretativa del testo, sembra opportuno notare come nello stesso testo si trovi un altro riferimento decisivo all’eredità della Grecia classica: «Le dita gonfie, il corpo di pietra. Canta, il coro, di Ifigenia: di suo padre sciocco, del maleficio sulla rupe nera» (p. 29). Non si tratta certo di un riferimento esclusivamente indicale, fornendo, invece, un’indicazione di lettura che va anche nel senso di una re-visione del mito à la Adrienne Rich.

Inoltre, vi è almeno un’eco interna, e cioè con l’attacco di Dalle nicchie: «Nella rupe che sovrasta le città dei morti / dalle nicchie occhieggiano creature esangui» (p. 19), che giustifica la descrizione del libro di Bignozzi, da parte di Elio Grasso, come opera costruita su «poesie […] piene di rimbombi e voci, di sentieri selvaggi e tersi, di visioni che ci fanno chiedere dove sia veramente la realtà e in ogni caso come fare a preservarla» (p. 65).

In effetti, il cammino sotto Le stelle sopra Rabbah – titolo della seconda sezione del libro – è un percorso che si distacca dall’autobiografismo e dal lirismo che, magari, può essere ancora, superficialmente, percepibile e si snoda piuttosto sulle macerie, umane e non-umane, del nostro tempo, forse di tutti i tempi, per «erigere rinnovate nuvole» (Inventario, p. 58). Proposito rispetto al quale si può dire certamente di un discreto riutilizzo degli arnesi del poetese (nel libro, per fare un altro esempio, fanno capolino i “gabbiani” ormai invisi a molta poesia contemporanea), ma che trova nella propria immagine dialettica una notevole forza immaginativa e compositiva, e cioè nel

nemico - puntato alla tempia -
	l’inventario dismesso

	intenti pregressi
disciolti
come freccia che non scocca. 
(p. 58)

Se Piccione cerca nella propria opera il punto di equilibrio di diversi registri e diverse lingue, Bignozzi mantiene uniti, nel proprio libro, diversi campi del sapere, o meglio, diverse strade sotto Le stelle sopra Rabbah. Freschezza e complessità che, dunque, si predispongono alla realizzazione di nuove prove, nel segno di una nuova poetica.

Sempre camminando sulle macerie, come succede in entrambi i libri… e magari 4.0.

(da Il tempo evolve, posticcia l’umanità)

CALAMITÀ

Magari la solita oasi ha movimentato sulla tiepida strettoia di casa.
Magari la mossa decerebrata ha innamorato d’inchiostro la pagina straccia.
Il bambino rammenta trascorsa l’infanzia, propone l’oggettistica incredula e sazia
di aria fantastica, di polline, di gradevole mastice.
Pianifica la scatola magica, la panchina disabitata, l’incendio doloso, la calamità

CONDIZIONALE

Minato il campo: la luce. Il boato del campanile
indica i nostri mostri, mormorii, dolcezza smielata, mentre i partecipanti
si affrettano a raggrupparsi pazzi nella piazzetta
visibile, sintagmatica, nominale, erudizione, morte
certa o paralisi, onda di divergenza,
lievito. Condizionale.

Seppure apprendessimo la nostra rinomata
debolezza, opteremmo comunque a sottintendere la nostra schizofrenia
con lucido istinto di pallida esigenza autoreferenziale.

Causare altro domino di riferimenti innati,
causerà altro sentore abusato nella stessa logica
delle parentesi. Che tu possa ascoltare

tuo padre, o almeno indicamelo, chiamamelo,
almeno reputa legge, reputa input; impianta solide
contraddizioni alla base: nella lista profetica dei significati.

NON TROVARE LE PAROLE GIUSTE PER UCCIDERE

I cani molecolari hanno sniffato l’assenza, da non riempire come una catastrofe.
Coloro che tradiscono ancora scompaiono senza scosse irregolari.
L’autunno sarà bellissimo. Chernobyl è esplosa oramai da migliaia di anni.
L’erosione nella fase culmine delinea con la pelle più spessa degli uomini.

Loro saranno invidia. Gelosia.
Loro saranno paesi. Tralicci. Fango. Disordini.
Approfitteranno della caduta per scaricare la colpa sugli ignari.

Soddisfa dare ordini, dispensare consigli, tracciare lo scibile con cui si condiziona,
soggettivare le distanze, non trovare le parole giuste per uccidere.
I soliti cacadubbi raglieranno in cagnesco; solennemente, ambiziosamente lo giuro.
I controlli si intensificheranno.

Gli uccelli migratori ammucchieranno nidi sui monumenti ai santi, ai martiri, ai liberatori.
Arriveranno i tifoni. La malavita, la prostituzione, i professori.
Campane di vetro, il ventre di vacca, la placenta.

Il volto dei vecchi significherà trapassato. Le cavallette verranno schiacciate dalle suole.
Il lastricato sembrerà appartenere ad un’altra epoca. Volgarmente, l’embrione più forte vincerà la sfida.
«Attenzione. Non pestare i piedi altrui, sbandato».


*

(da Le stelle sopra Rabbah)

Avrò cura del fuoco

Quando si alzerà
un vento grigio
battendo alle imposte
scuotendo l’uscio

quando la pioggia
bagnerà i vetri,
taglierà l’asfalto
marcirà le foglie

quando finiranno le parole
e non riconosceremo
le nostre sagome
nell’ombra doppia

quando la memoria di te
mi scivolerà dalle mani
e cadrà con un tonfo
nella bocca del tempo

avrò cura del fuoco

Ninive

Questo sconosciuto poeta silenzioso,
che sente il gorgogliare del fiume sotterraneo, cammina solo, 
verso le torri.
Anche se butta l’immondizia o compra il pane, negli occhi
ha le mura di Ninive, e il suo petto risuona come un salterio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.