Declinazioni 1 / Antonio Bux

Declinazioni è una rubrica libera e aperta a chiunque senta la necessità, la voglia o la curiosità di andare a spiare, stanare e donare gli angoli nascosti della propria scrittura


L’ipnosimetro. Esegesi di una esalogia
di Antonio Bux


Colgo l’invito di Massimiliano Damaggio per raccontare qui la genesi di una mia personale esalogia poetica, originariamente intitolata “L’ipnosimetro” per la sua vocazione all’asfissisa meta-letteraria generante una chiara ossessione ipnotica, tanto nello scrivente quanto nell’ipotetico lettore. In origine si trattava di un’unica opera gigante, ma a livello editoriale difficilmente collocabile, data la mole di oltre cinquecentocinquanta pagine. Ed è così che ho deciso di dividere le sei parti del libro in altrettanti volumi a sé stanti. Cercherò di parlare brevemente di ognuno portando come esempio un singolo testo che fungerà da “spiegazione” circa la mia poetica e il mio procedere creativo.

Primo tomo: Terza persona interiore
(Edizioni Transeuropa, 2019)

In questo primo volume l’esercizio poetico è scandito, come spesso mi è accaduto in passato, da una sorta di rimpallo tra versi in corsivo disposti su margine destro e versi in tondo messi invece su margine sinistro, come a generare un controcanto continuo tra due voci solo apparentemente dissonanti.

È il caso della poesia numero dieci:

Ci sono dei vuoti da non parlare,
come si avesse un fiume davanti:
perché a pensare la parola fiume,
il fiume viene, ruscello di sabbia.
Trema la sua acqua e pare deserta.
Ma è bello fare finta, se si commuove,
di guardarlo lasciare le sue fughe intatte,
a lacrime piene. Uguali all’uomo che ama,
e se una donna bacia. Perché dire altro.
Se e come si inventa un fiume,
dovrebbe bastare.

Come dire un uomo è solo.
Dopo le braccia se si alza in lui un ramo,
o se vede dentro il corpo una rosa,
se per lui cresce la luce dei prati,
in che cosa sparirà la sua luna,
dove gli dice se avrà ancora tempo?
Forse nello strappo di un foglio
girato su di sé come un’ombra,
il vento lo lascerà, e sarà stato faro
sulla sua fronte il pegno della vecchiaia.
No, non più di questo deve la solitudine.
Come dire un uomo è solo,
è solo dire nulla.

In questo caso la genesi della prima poesia provocava la seconda, come a specificare che nessuna delle due è quella dell’autore, ma chi legge e prova a dare senso è quella terza persona che forse è ancora dentro e che dentro rimarrà per sempre.

Secondo tomo: Monolite
(Gattomerlino Superstripes, 2020)

Questo secondo volume, dove ancora è presente a volte un controcanto, anche se più raramente rispetto al precedente lavoro, si caratterizza per la compattezza semantica e per lo sviluppo di poesie in blocchi, come a creare dei monoliti a sé stanti, che hanno come peculiarità un flusso di coscienza che esaspera la pagina e esonda sempre più verso un horror vacui dichiaratamente nichilista. Ecco una poesia che ho scelto come esempio, dove all’elegia apparentemente cantata si accosta una specie di dipinto ritraente un paesaggio estivo di un qualunque sud dell’anima (pp. 55-56):

Scrivere come noi no, o scrivere noi sui muri,
come non andati, come stati via, via da qui,
e da ogni promessa nata aperta. Ma le colonne
che crescevano, di lì alla testa, e il pensiero troppo
corto, il pensiero di dire che potevamo vita,
che non è potere vivere ma cercare. E ora siamo
grandi, ora possiamo solo dire questo è stare al mondo:
imparare e costruire, o per poco imparare, da una
palizzata all’altra, e non vedere niente. Era per ciò che
scrivevo alle medie, per ciò era che amavo, e amavo
tutti i volti, e le mani che mi portavano avanti o
indietro, specie la sera, sotto coperte di nuvole.
Ero piccolo, e concentravo le mie idee, le tenevo strette
dentro a un fazzoletto. E ora quel fazzoletto si apre,
come se non fosse più qui, e non fosse invisibile.
Ma ora scrivere sui muri non è piccolo. Come se
ad andare via in ogni istante non fossi io, ma la mia
ombra, e il sogno del bambino, l’aria il suo colore.
Ma il lavoro che si faceva Agosto, le mandrie
di lucertole storte alle pareti. Bianco che sembrava
di non esistere. Coloravamo il tempo affinché
splendesse. Sospesi da un’entrata, dentro il salice
aperto al sole, tu te ne stavi sulla barricata. Un sole
ancora vero. Le mani disegnavano filari, cespi grezzi,
bitume. Vieste era pece, era notte, un muro blu
di sentenze. Dentro la casa il contadino era un’altra
casa, erano vimini e cesoie, i suoi occhi scavati,
erano arnesi. Erano i cani, i gattini, il loro pasto
immobile. Perché di lì la borragine, la salvia,
il rosmarino erano canto di cieli, e i nostri visi
sapevano tacere. E la luna non sembrava, se non
di vivere, come se a colorare non fossimo noi
ma il disegno di un’estate.

Terzo tomo: La diga ombra
(Edizioni Nottetempo, 2020).

Questa è una delle parti più sacrali dell’intera opera, quanto ad argomenti e singoli risultati. È un lavoro che fondamentalmente parla della lotta continua tra il bene e il male, con lo scrivente mosso da entrambi i sentimenti, messo lì in mezzo ad espiare tramite l’esercizio della scrittura la sua vitale condanna. Porto come esempio una delle mie poesie preferite, che ben esplica il movimento del mio scrivere degli ultimi tempi: un procedere slegato, a strappi, con una metrica spezzata, disarmonica, tendente solo al puro gusto del ritmo più che al mero significato, che affiora solo in parte, solo in qualche eco qui e là (pp. 65-66):

Vivono di un solo amore gli alberi.
Affratellati, in nome di un dio cenere
bruciano per risorgere in un filtro d’aria,
così cambiano l’atmosfera, al sogno,
fanno delle teste in cielo e poi il velo
dell’oscuro che noi siamo.

Ma parte di un ossigeno o del veleno
li fa un giro più del mondo quando l’occhio
tenuto zitto interno al verde preme.
Terra che li fortifica soltanto per dolore
ma per dolore ce li avvicina
e fa sembrare puro il loro sonno.

E se proteggono senza cellule la sfera
che in vita gira a perdifiato e ci coltiva
non cadranno nel rovescio, una sola fiamma
di tempo per noi comunemente accesi
il rogo disunito finirebbe.
Ma tagliati, la notte che li assorbe,
nel sogno come sono di parole e buche
un tuffo dall’ombra li allontana
e sembrano perduti tra le foglie ma vivi
senza esistere perché si pianteranno a spora
nel sole da qui anni luce.

Oltretomba di ogni uomo quel seme
d’albero tramonta la sua specie
forse per assurdo sentendosi già umano
ferendo un po’ d’azzurro il clima, le pressioni
autunnali di una vita, parte di ciò che viene.
Ma con amore questa ferita torna
sopra i campi svolge di nero un’abetaia
che pare di essere uniti, spogli
nel tronco ad appassire, e col fiore vano.
Mantra avvolto dentro la culla il legno duro
chiude l’ombelico ma apre l’estinzione.

E a cosa serve dio, se tagliando
in due l’albero sono io?
A cosa serve un io se per chiome
lucenti anni si perdono tra arie, nuove,
e chi non è rimane, e trasparente poi vedrà
lo spazio, il tempo, la sua sparizione?
Mani se corrugano, per il triste
destino che è un dono, simile a radice
sopravvivendo, questo segreto
ciò che gli alberi proteggono, sanno
che di una pasta informe
è benedetta l’energia, e senza meta.

Quarto tomo: L’ipnosimetro
(RPlibri, 2021)

Questa è l’opera omonima che dà idealmente titolo all’intera esalogia. In questa parte l’automazione del verso rende ancora più evidente l’abbandono della volontà a favore di una vera e propria intonazione scabra e scissa dal contesto autoriale. Da qui in avanti le opere non termineranno mai con dei punti, come si scrivesse un’unica poesia dilatata tra le pagine. Ne è forse un buon esempio la poesia di pagina otto:

Abitiamo case per esserci dentro una primavera
ogni giorno lavando gli occhi da vedere sbagliati
se l’acqua non fulmina il volto, se nuvole
o mani combinano il cielo alla terra
noi non abitiamo, in parole chiusi al sereno
stare tra il sole e il respiro degli alberi,
uniti dal disegno del ramo che domani si spezza
proprio come la prima polvere di un oggetto
che l’infanzia prospetta infinito, questo reale
amore nello specchio rovescerà domani le nostre
case e così gli occhi; che di noi resteranno due foto
o i sogni: una carezza lontana, come se il vento ci fosse

Quinto tomo: Ponente
(Edizioni Joker, 2021)

Ed ecco che quel vento poco prima nominato, compare. Assieme a La diga ombra, Ponente è forse la parte più intensa e passionale di tutta l’opera, dove la fusione tra significante e voce autoriale è più evidente e netta. E dove soprattutto finanche l’amore viene irraggiato da una ventata di aria sì salvifica, ma anche e soprattutto spaziale. Di solito la mia poesia nasce nel dormiveglia o in sogno, viene un verso da chissà dove e devo per forza proseguirlo. Quasi mai ritocco le mie poesie in maniera particolare, nascono già scritte e i cambi apportati sono spesso parole per far ritornare la giusta scansione sillabica per come la voce la vorrebbe. Così come a livello visivo, lo schema è pressoché lo stesso, i blocchi semantici si districano tra versi liberi composti da strofe identiche, spesso pseudo quartine. È il caso della poesia di pagina venticinque:

È un giardino l’idea di essere in ombra
solo un’attesa che dentro te si muove
e poi lascia passare un fiume denso
e ti fa terra intorno per dimenticare

ma sei una briciola del cosmo in atto
dove da te al cielo il viso esplode
per guardare lo specchio vivo
e in una smorfia l’angelo che brucia

devi pensare a quei milioni di mali
al mondo che separano e molti
esseri non possono vivere conoscendo
ciò che tu sai, ma non hai coraggio

e guardi sempre in un punto morto
il giardino che si consuma e la troppa aria
tra poche luci di insetti e il fiume denso
è l’idea di te che stai sparendo

perciò la terra pronuncia al vento sillabe
e gli alberi bruciati in protezione
sono stati umani come te che spogli
ora per due parole il cosmo

o per paura se l’angelo ti chiama
e la risposta è quel fuoco ininterrotto
non lo saprai mai, dove inizia
e finisce il giorno, dov’è che tu riappari

Sesto tomo: Luce del verbo impazzire
(Edizioni Il Convivio, 2021)

Il sesto e ultimo volume dell’intera esalogia rappresenta una summa di tutto il precedente “lavorio”. Perché, difatti, questi libri vanno pensati come un’unica opera, un solo gesto che si perpetua eternamente, e dunque ho poco altro da aggiungere se non che, in generale, la mia poesia tutta sia il frutto del sogno di una poesia, quella meta irraggiungibile e bramata, che solo a volte si sfiora, tutte le altre volte è solo illusione, fallimento, prova invalsi di una vita sempre più invalidante. Chiudo questa pantomima poetica con uno dei testi meglio riusciti, a mio parere, di quest’ultima prova (pag. 9):

Oh luce che sgrani i difetti
il dire è ombra che ti insegue il fiato
ma se un corpo dimena la lucciola se sente
l’aria poco tremando è sapere
la notte di un suono opaco

la sua clessidra senza più tempo
lenta mostra il chiarore
la falla che vai immaginando
e ciò dell’amore sai udire distante
il vero dove si squarcia

Aggiungo, per concludere, che in tre dei sei libri è stato possibile far “terminare” il lavoro non all’interno del libro, bensì sulla quarta di copertina, dove sono presenti dei versi non inclusi nello sviluppo classico dell’opera. Così che la quarta di copertina diventa, in quei casi, la vera chiusa del libro. È il caso del primo, del quarto e di quest’ultimo volume.

Ringrazio Massimiliano Damaggio per la proposta e per lo spazio concessomi, così come ringrazio la redazione della Dimora e tutti gli eventuali lettori che avranno la pazienza di leggere queste parole, soprattutto quelle delle singole poesie. Non è mai bello parlare di sé, ma mi è stato chiesto, e dunque ho provato a dare un piccolo quadro su di un progetto realmente troppo più grande anche per il sottoscritto.

Antonio Bux

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