Même étant arrivés nous sommes toujours loin

Dire tutto alle case
Interno poesia, 2021
Traduzione e cura di Mia Lecomte


Nel giugno scorso è uscito, edito da Interno Poesia, “Dire tutto alle case”, raccolta antologica dell’alto mestiere poetico di Thierry Metz. Traduzione e cura di Mia Lecomte, di cui qui pubblico la bella prefazione al volume e le traduzioni di 11 poesie di Metz.


In 76 clochards célestes ou presque (1) Thomas Vinau assembla una galleria di mini-ritratti di scrittori, poeti, artisti, musicisti décalés – Charles Bukowski, Billy Holiday, Blaise Cendrars, Albert Cossery, Nicolas Bouvier, Francis Bacon… – esistenze “estranee” e marginali, spesso di malattia e sofferenza, dotati del potere taumaturgico di guarire il mondo con i loro distillati di bellezza. Avventurieri “del minuscolo” (2), “feriti fedeli alle proprie ferite” (3), “inconsolati che consolano” (4) della cui famiglia fa parte anche Thierry Metz: “La sofferenza ha escluso Thierry Metz dalla vita. Non era uno debole. Prima di tutto era poeta. No, manovale. No, poeta. No, manovale. Prima di tutto era poeta e manovale. Scriveva con il piccone. Una volta evaporato il sudore, l’inchiostro diceva la pietra. E la mano. E il respiro. L’inchiostro diceva il niente. La bottiglia e la fatica. Il tempo che scava i lombi. Il collega. Il capo. Il muro. In altre parole, l’inchiostro diceva il tutto. Tutto di una vita piena. Il suo piccolo cielo. L’acqua e il cemento. Ad altezza d’uomo. E poi la tragedia ha fatto il suo lavoro. Una tragedia famigliare, come si suole dire. La peggiore”. (5)

La vita di Thierry Metz è tutta qui. Nato a Parigi nel 1956, instancabile autodidatta, campione di sollevamento pesi, a ventun anni, dopo il servizio militare, si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli. Grazie all’amico poète de l’intemporelle Jean Cussat-Blanc, conosciuto tramite la libreria Quesseveur di Agen, dal 1978 inizia a pubblicare sulla rivista “Resurrection”. Nel 1988 esce Sur la table inventée (6), la sua prima raccolta edita dal poeta, artista ed editore Jacques Bremont, che gli vale il Prix Voronca. Ed è a questo punto che le drame entra in scena per fare son œuvre: Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri nell’ospedale di Cadillac, “padiglione Chardot”, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio.

In vita aveva pubblicato nove raccolte poetiche – a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume, alcune in forma di libro d’artista – tra cui due edite da Gallimard grazie ancora al sostegno di Cussat-Blanc.

La prima, Le journal d’un manœuvre (7), con una nota introduttiva di Jean Grosjean, è il diario lirico del lavoro estivo in un cantiere edile: “Otto ore al giorno a salario minimo” (8) in cui l’immediatezza, gli imperativi del quotidiano ritagliano un rifugio di quiete in una contingenza estranea. Inchiostro, poesia delle mani, come dice Vinau, un legame profondamente manuale regge la poetica delle case e dei libri che Metz edifica con gesti elementari e parole esatte, uniche, precipitato di sudore e silenzio:

“C’è una casa da costruire. Qui. Nel tutto. Nell’infinito del cantiere. Qui dove niente è respinto. / Una casa. / E il resto… / Dietro una palizzata”. (9)

La giornata al cantiere, il riposo in famiglia, un mondo parsimonioso che, nella ripetizione ordinaria, banale di una vita di fatica e affetti, è riscritto dall’interno. Con l’intensità discreta, a mezza voce, delle sue parole misurate, terse che la sera siedono nella penombra a circoscrivere l’impermanenza: “Il vero lavoro – forse – è di semplificare. Dire il meno possibile ma molto ascoltare. Non portare niente il mattino, non appesantirsi. Essere semenza per ritornare fogliame la sera. Ritrovare la casa con le parole soleggiate di fuori. Gli uccelli attorno a noi non lasciano tracce”. (10)

Le Lettres à la bien-aimée (11) – scritte durante un lungo stage di edilizia a Périgueux e indirizzato alla moglie – sono “passaggi”, come precisa Metz, abbozzi di sentiero, sassolini bianco pagina, lasciati cadere con devozione per essere certi di ritrovare l’assenza. Quella di Vincent, a cui il libro è dedicato:

Fino a che punto scriverti? Fino al sonno? Ai girasoli? / Vieni. / Dietro il lavoro c’è una siepe. E un cadavere. Bambino. / Non ti chiuderò in cucina dove le nostre mani non sono che grigie attrazioni, il gioco di chi sarà più assente“; (12)

e la propria assenza, il vuoto di sé che giorno dopo giorno il poeta scava con le sue mani callose, pietose, e con “l’occhio sfinito della scrittura” (13). L’amore per la beneamata, madre di Vincent e dei fratellini, complice silenziosa di tutto il dolore, unico fragile ponte a collegare ancora Thierry Metz alla propria vita-scrittura – “Ho trovato sempre un uccello canterino sulla tua spalla / E dov’eri sempre c’era dell’inchiostro” (14) – attraversa con un grido soffocato e gesti teneri queste lettere, cercando rifugio nel corpo lontano di lei – voce, calore, profumo – nel suo nome. Ma verso dopo verso, tutto questo amore non può che sfarsi in addio, va svanendo con il resto, dolcemente comeun filo di fumo su ceneri d’uccello. (15)

Ne L’homme qui penche (16), l’ultima raccolta, il poeta è definitivamente solo; lo circondano, uguali solitudini, le ombre dei compagni con cui condivide l’ultimo ricovero psichiatrico, pallide monadi che si trascinano al confine dell’umano:

Un uomo cammina nel fogliame, non lontano dal padiglione. Si muove tanto lentamente, con tante precauzioni da non accorgersi che un albero lo sta seguendo“. (17)

“L’uomo in piedi è un uomo che pende […] L’uomo in piedi è un uomo che cade” (18), ancora Vinau, e in questo slittamento al vuoto, nell’equilibrio perduto tra ascisse e ordinate dello stare, c’è tutta la precarietà resistente della parola poetica, che pende sul silenzio della morte. Il richiamo è allo stehen di Paul Celan, a cui Thierry Metz ha dedicato alcune variazioni poetiche a partire dal celebre poema Es war Erde in ihnen, conosciuto nella traduzione di Jean Daive (19). La spazialità dell’essere, messa in gioco dalla lingua, è resistenza all’attrazione del niente, nell’impresa poetica di costruirne e ri-costruirne il perimetro, una misura: “Il vero lavoro è essere vuoti come questo tempio” (20), dove ancora una volta è il manœuvre che è chiamato a edificare in sé la silenziosa sacralità del vuoto.

Postura, gesti che permeano anche il dialogo poetico di Metz con Heinrich Seuse, padre domenicano e mistico, discepolo di Meister Eckhart (21). Un esile libricino, in cui il poeta, rifacendosi a una raccolta francese di aforismi di “Fratello” Seuse (22), li mette a fronte delle purissime schegge frutto del proprio intimo percorso, preghiera semplice di un operaio dedito a “lavori esteriori”.

I testi qui tradotti – una scelta dalla silloge edita da Pierre Mainard che raccoglie poesie mai uscite in volume – abbracciano un arco temporale che va dal 1978 al 1997. Precedenti alla prima pubblicazione di Metz e contemporanei all’ultima, permettono così di avere uno sguardo di insieme sul suo percorso poetico; quella che potremmo definire come una parabola, appunto, della sparizione, fabbricata “corporalmente”, giorno dopo giorno, lungo vent’anni di scrittura. E in questo consiste soprattutto la difficoltà di una traduzione che deve rendere conto di tale progressivo e inesorabile smottamento nel bianco. Un registro volutamente basso, sussurrato con esattezza, proteso sul precipizio dell’essere. “Solo il verbo esprime, il resto non conta” (23), nelle parole del poeta a Thierry Courcaud, che lo racconta nel ricordo in apertura dell’edizione Mainard. Ed è infatti il verbo il cardine dell’edificio di luce che le mani-inchiostro di Metz affidano all’inesorabile, la scansione ovattata del metronomo su cui la traduzione deve adattare l’incedere lungo la voragine. Agire onesto e implacabile del verbo, chiarezza abbacinante della sua direzione.

Fino ad oggi in Italia abbiamo avuto il privilegio di leggere Thierry Metz nelle ottime traduzioni di Nicola Gonfiantini, Marco Rota (24), Riccardo Corsi, Pasquale Di Palmo e Andrea Ponso. Questa mia, vorrebbe aggiungere un nuovo tassello, essere un ulteriore tributo – si spera – da poeta a poeta, alla conoscenza di una grande voce della lirica novecentesca:

Questo ciò che è scritto / penetrato dalla mano / lo estraggo dal giorno / parola per parola / con la forcella / e la carriola / ma senza chiedere / come se / un giorno / avessi / dovuto parlare“.

Mia Lecomte


Note al testo

(1) T. Vinau, 76 clochards célestes ou presque, Paris, Le Castor Astral, 2016 (traduzione mia). (2) Su R. Walser, ivi, p. 163. (3) Su L. Young, ivi, p. 171. (4) Ibidem. (5) Ivi, p. 113 (traduzione mia). (6) In italiano Sulla tavola inventata, Milano, Edizioni degli animali, 2018, traduzione di R. Corsi. (7) T. Metz, Le manuel d’un manœuvre, Paris, Gallimard, 1990 (in italiano Diario di un manovale, Milano, Edizioni degli Animali, 2020, traduzione di A. Ponso). (8) Ivi, p. 15 (traduzione mia). (9) Ivi, p. 29. (10) Ivi, p. 23. (11) T. Metz, Lettres à la bien-aimée, Paris, Gallimard, 1995. (12) Ivi, p. 16 (traduzione mia). (13) Ivi, p. 80. (14) Ivi, p. 54. (15) Ivi, p. 59. (16) Bordeaux, Opales/Pleine Page, 1997 (poi 2008; e Nice, Editions Unes, 2017. In italiano L’uomo che pende, Pistoia, Edizioni Via del Vento, 2001, traduzione di M. Rouan e L. Gonfiantini). (17) Ivi, p. 24, traduzione mia. (18) Cit., pp. 113-114. (19) T. Metz, Sur un poème de Paul Celan, Montfrin, Jaques Brémond, 1999 (con due inchiostri originali di Jean-Gilles Badaire). (20) T. Metz, L’homme qui penche, cit., p. 65. (21) T. Metz, Dialogue avec Suso, Bordeaux, Éditions Opales / Pleine Page, 1999. (22) H. Suso, Le plus haut abandon. Aphorismes spirituels, Paris, Arfuyen, 1991. (23) T. Metz, Poésies 1978-1997, cit., p. 15. (24) T. Metz, Il muro, Milano, Quaderni di Orfeo, 2015, traduzione di M. Rota (poesie tratte da varie raccolte e incisioni originali di M. Benedetti).


À l’arrêt des musiques
Quelques corbeaux bâillent
Et descendent en boitant
Sur une neige impossible
Qui se saigne à mourir
De n’avoir plus le temps
le temps d’enfiler le long
manteau des mimes.

Quando la musica si ferma
Qualche corvo sbadiglia
Scende zoppicando
Su una neve impossibile
Che sanguina a morte
Di non avere più tempo
tempo di indossare il lungo
mantello dei mimi.

*

Au centre du crâne
comme un bulbe de fleur
l’œil du maçon contemple une larve blanche
ovule de la demeure.
Et là, dans l’essaim minéral
loin des herbes
le squelette fait sa récolte
et devient coquillage.

Al centro del cranio
come bulbo floreale
l’occhio del muratore contempla una
                 [ larva bianca
ovulo della dimora.
Nell’alveare minerale
là, lontano dalle erbe
lo scheletro realizza il raccolto
e si fa conchiglia.

*

La maison des miels quotidiens

       Citadelle de l’été
la maison de l’homme
       s’ouvre aux délices de l’abeille
Simple ruche qui devient chambre
       au cœur du jour
Pièce blanche où dort
       le roi d’exil
Et volière enchantée
d’où sortent les oiseaux
vers les remparts du souffle.

La casa dei mieli quotidiani

       Roccaforte dell’estate
la casa dell’uomo
       s’apre alle delizie dell’ape
Semplice alveare che si fa camera
       nel cuore del giorno
Stanza bianca dove dorme
       il re d’esilio
E voliera incantata
da cui gli uccelli vanno
verso i bastioni del respiro.

*

Tortues d’eau

Les maisons sortent du fleuve –
Blanches
Étranges maisons des femelles
Sur la rive nuptiale

Simples carapaces
Au milieu des pirogues.

Tartarughe d’acqua

Le case escono dal fiume –
Bianche
Case estranee di femmine
Sulla riva nuziale

Semplici carapaci
tra le piroghe.

*

Oiseaux des champs
Semence de l’ange –

À midi, au cœur de la foudre
Quand éclot le nid du rouge-gorge
Le paysan dénude ses gerbes

Et la saison s’égrène
Entre les mains d’amour
Lumière illuminée.

Uccelli di campo
Seme dell’angelo –

A mezzodì, nel cuore della folgore
Quando sboccia il nido del pettirosso
Il contadino sveste i covoni

E la stagione si sgrana
Tra le mani d’amore
Luce illuminata.

*

Je traînais dans des losanges
Avec tous les alphabets de la terre
Dans mes poches
Et j’écrivais sur les murs
Sur les portes cochères
Je collais de grosses lettres haletantes
Comme des crapauds
Des chiffres couleur d’épi
Claquant la pierre de leurs talons
J’avais un mal fou à tout dire aux maisons
Un mal de chien à les sortir de leur glaise.

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

*

L’homme a rentré son bois,
coupé son pain. Ouvert son cahier.

Quelque chose attend.
Se creuse en lui.
Se voûte.

L’instant se vide.

La journée n’a pas été facile.

L’uomo ha ritirato la legna,
tagliato il pane. Aperto il quaderno.

Qualcosa attende.
Va scavando in lui
Si incurva.

L’istante si svuota.

La giornata non è stata facile.

*

Être
cette main dernière
qui n’abandonne pas

lente
à jaillir
autre

de passage dans le jour
humain
un instant
entre oui et non

faisant diversion
d’oiseaux           comme un récit de grand-mère
avant de dormir

et nous voilà sans bruit captivés
licornes approximatives
au plus haut du peuplier

une cassure
dans l’hiver
qu’écrire et vivre
ne sont qu’un visage

contre une porte.

Essere
quest’ultima mano
che non lascia

e sorge
lenta
altra

di passaggio nel giorno
umano
un istante
tra il sì e il no

creando un diversivo
d’uccelli           come una storia della nonna
prima di dormire

ed eccoci conquistati senza rumore
liocorni approssimativi
sulla cima del pioppo

Una crepa
nell’inverno
che scrivere e vivere
sono solo un viso

contro una porta.

*

Écrire un poème
c’est comme être seul
dans une rue si étroite
qu’on ne pourrait
croiser que son ombre.

Scrivere una poesia
è come essere solo
in una via tanto stretta
da non potere incrociare
che la propria ombra.

*

J’aime ce petit bois
de l’arbre à la ronce
découvert par nos pas
en promenade
harcelé d’oiseaux
puis jeté dans l’âtre.

Amo questo ramoscello
dall’albero al rovo
scoperto dai nostri passi
in cammino
tormentato da uccelli
poi gettato nel fuoco.

*

En regard, ce qui me reste, en
pâture, pour en finir.
Je m’en vais.
Sans rien.
Avec un peu de sable.
Et des fleurs.

A fronte, ciò che mi resta, in
pasto, per farla finita.
Me ne vado.
Senza niente.
Con un po’ di sabbia.
E dei fiori.


Thierry Metz, nato a Parigi nel 1956, autodidatta, campione di sollevamento pesi, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli. Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio. In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume. I testi qui tradotti – una scelta dalla silloge antologica edita da Pierre Mainard che raccoglie poesie mai uscite in volume – abbracciano un arco temporale che va dal 1978 al 1997. Precedenti alla prima pubblicazione di Metz e contemporanei all’ultima, permettono così di avere uno sguardo di insieme sul suo percorso poetico. Di seguire l’evoluzione di una poesia limpida e essenziale, costruita “manualmente” giorno dopo giorno, a margine del lavoro nei cantieri, durante i ricoveri psichiatrici, lungo le stazioni della sua luminosa esistenza di dolore.

Mia Lecomte (Milano, 1966) è una poetessa e scrittrice italiana di origine francese. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: la silloge poetica Al museo delle relazioni interrotte (2016); la raccolta di racconti Cronache da un’impossibilità (2015); e il libro per bambini Gli spaesati/Les dépaysés (2019). Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate all’estero e in Italia in numerose riviste e antologie; e nelle raccolte For the Maintenance of Landscape. (2012. Trad. Johanna Bishop e Brenda Porster), Nuda proprietate (2020. Trad. Eliza Macadan) e Là où tu as ton corps (2020. Trad. Éric Sarner e Roméo Fratti. Prix Khoury Ghata 2021). Traduttrice dal francese, svolge attività critica ed editoriale nell’ambito della letteratura transnazionale italofona, a cui ha dedicato alcune antologie e il saggio Di un poetico altrove. Poesia transnazionale italofona (1960-2016) (2018). È redattrice del semestrale di poesia comparata «Semicerchio», de «La Traductière», rivista del festival anglo-francese di poesia, e collabora all’edizione italiana de «Le Monde Diplomatique». Nel 2017, con altri studiosi e scrittori attivi tra Francia e Italia, ha fondato l’agenzia letteraria transnazionale Linguafranca. È ideatrice e membro della Compagnia delle poete.

6 pensieri riguardo “Même étant arrivés nous sommes toujours loin”

  1. Può non piacere la sua poesia, ma almeno il rispetto per la drammatica vita del poeta!! Forse un po’ dì empatia in più avrebbe fatto risparmiare al Signor Falcone un commento così offensivo (lo dico fuor dì polemica).
    Trovo invece particolarmente affascinante il verso rigoroso, essenziale, limpido di Metz e molto bello e delicato l’articolo della traduttrice.
    Grazie.

  2. Tutto può piacere o non piacere. Magari bisognerebbe spiegare il perché. Ma aldilà di questo, mi sembra che in pochi abbiano capito che Rebstein non è un “blog” di “poesia” né tantomeno, fortunatamente, un “litblog”. Qui non si danno notizie né si sparpagliano versi fra i pixel. In pochi hanno capito perché questo luogo si chiama “Dimora”.

    1. Amico mio carissimo,
      grazie per quest’intervento; penso che nell’enorme e spesso osceno lunapark che è il “web” superficialità e approssimazione facciano accostare i molti devoti di fès-buc, tuitttèrr e simili anche a uno spazio come la “Dimora del Tempo sospeso” che con orgoglio e determinazione difende e riafferma il proprio essere radicalmente ALTRO che vetrina, giostra dei narcisi, campo che fiorisce di cuoricini, pollici alzati, facce sceme che mandano bacini e fotografie di gattini e di cagnolini.
      E come ha già spesso scritto Francesco Marotta, anch’io da parte mia invito o a commentare in maniera argomentata e motivata o ad andare altrove a grattare il proprio ombelico.

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