L’Occhio che ascolta

Yves Bergeret

Ouïsolid, l’Oeil et les Lithophones
Ouïsolid, l’Occhio e i Litofoni

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

*

Venti anni fa, i Dogon Toro nomu del villaggio di Koyo, nel nord del Mali, mi hanno condotto quasi in cima a una cresta rocciosa verticale della loro montagna arancione.  Là si apriva un vero e proprio buco nella massa rocciosa: largo probabilmente una decina di metri, con una vertiginosa parete di trecento metri di altezza che dominava la pianura sabbiosa del Sahara verso ovest e, a est, una parete alta appena cinquanta metri che sovrastava l’altopiano dove sorgeva il villaggio. Avremmo potuto considerarlo come un’asola gigantesca per abbottonare il cielo alla terra.

Siamo saliti lungo la parete meno alta, quella che fiancheggia il villaggio. Senza alcuna corda. Posso dirvi che la discesa è stata un’escursione davvero difficile e, per me, decisamente pericolosa. I Toro nomu, tutti eccellenti scalatori, indicano questo enorme buco, alto tre metri, con il termine Ouïsolid; i pochi che parlano il francese mi hanno detto che potevo chiamarlo “L’Occhio”. Grandi blocchi di pietra alla base del buco… eravamo una quindicina… Non capivo perché fossimo là.

Poi, all’improvviso, ho sentito alle mie spalle dei suoni cristallini, non acuti ma bassi. Degli iniziati colpivano con piccole pietre alcuni dei grandi blocchi sul terreno. Era uno straordinario insieme di suoni ritmici. Ho notato allora che la superficie di alcuni blocchi al suolo era consumata a tal punto da sembrare marmo; e che le piccole pietre cilindriche nelle mani degli iniziati lo erano altrettanto.

I suoni di quei litofoni riecheggiavano fino a lontananze estreme. Gli iniziati mi dissero: “è in questo modo che noi parliamo con tutti gli esseri della montagna, con le genti del villaggio, con gli antenati, con gli animali, con gli spiriti; ti abbiamo condotto qui affinché la tua parola sia portata da queste pietre a tutto ciò che parla, vive, respira sulla nostra montagna”.

***

Lo sguardo del segno

[…] Il bordo dell’altopiano sommitale, dal versante di Koyo, è leggermente rialzato, con una sporgenza di arenaria quasi verticale alta quaranta o cinquanta metri; dal lato della pianura e di Boni, invece, è una falesia verticale che arriva in alcuni punti a cinquecento metri. Ora, in questa leggera spianata, non lontano dal passaggio quasi segreto che permette di salire o di scendere dall’altopiano, si è prodotto naturalmente un grande buco oblungo, come una vasta grotta dalla quale sia scomparso il fondo; questa voragine ha la forma di un grande occhio a mandorla attraverso il quale si vede il cielo. Ogni volta che arrivo o che parto da Koyo, guardo quest’occhio che, sicuramente, guarda me, così come guarda ogni persona che passi di qui. Al centro si trova una sorta di sbarra verticale, incomprensibile da lontano. Qualche volta ho chiesto, nei miei precedenti soggiorni a Koyo, cosa fosse questa traversa dritta in mezzo all’Occhio. Mai una risposta, tutt’al più delle frasi così vaghe che capivo essere dilatorie. Oggi, ultimo giorno della mia permanenza al villaggio questa estate, i cinque posatori di segni, Alabouri in primo luogo, Bacaye e molti altri, mi accompagnano fino al termine dell’altopiano, là dove lo si abbandona per cominciare la discesa nella falesia. All’improvviso Alabouri mi dice chefaremo una salita verso quello che io chiamo l’Occhio. Deviamo tutti in quella direzione; una ascesa rapida superando delle piccole croste rocciose, arrampicandoci su dei blocchi; infine una breve scalata che richiede la mia attenzione, mentre i Dogon, a piedi nudi o con i sandali, corrono sulla superficie della piccola falesia giocando col vuoto. Ed eccoci nell’Occhio. Dall’altro lato, in basso, la pianura, la montagna di Banaga, la scacchiera delle case di Boni, ancora pianura, qualche esteso reticolo di nuvole, a nord, in direzione del Sahara. Dalla parte di Koyo, le lunghe linee orizzontali dell’altopiano, le oscure masse sporgenti dell’altro versante del pianoro, verso est, e già quasi scomparse tra le rocce le case del villaggio.

La volta dell’Occhio forma un bell’arco di cerchio arancione. Alcuni si siedono sul bordo del precipizio, con le gambe penzoloni nel vuoto. Hamidou rimane in piedi proprio sull’orlo. Belco e Dembo mi mostrano quella che sembra una barra verticale: una corda sospesa alla volta; a mezza altezza, la parte terminale della corda è annodata a una piccola catena di anelli metallici, alla cui estremità sono agganciati, senza toccare il suolo, cinque o sei oggetti di metallo, coperchi di barattoli di conserve, quadrati di ferraglia. Di fronte al mio stupore, Belco mi spiega che questo serve, grazie al vento, a produrre dei suoni. “Per mettere in fuga le scimmie che devastano i nostri giardini”. Guardo più in basso, nessun giardino tra le rocce, se non quelli ormai molto distanti. Chiedo se ciò non serva anche ad altro. Silenzio.

E’ allora che un uomo, che ancora non conosco, mi mostra sul suolo sotto la volta, tra altri blocchi di arenaria, un piccolo masso levigatissimo, così liscio che non può non essere stato meticolosamente e lungamente ripulito, fino ad assumere l’aspetto del marmo. L’uomo prende un sasso con il quale batte la pietra levigata: un suono chiaro, bellissimo, si leva. Due sorgenti sonore nell’Occhio, una prodotta dal vento, l’altra dalla mano dell’uomo. Le scimmie non sono, questo è certo, gli unici destinatari di queste percussioni i cui autori non sono solamente gli uomini. L’Occhio produce il suo segnale.

Dall’altro lato dell’altopiano, verso est, Alabouri mi mostra l’ubicazione del cimitero di Koyo. Quindi Belco, Hamidou e Alabouri mi chiedono di scrivere un poema su un blocco di roccia ai piedi della volta. Che l’Occhio, grande mandorla scavata nello spessore della falesia, che guarda tanto Boni che l’altopiano col suo villaggio e il suo cimitero, emettendo a intermittenza i suoi segnali sonori, possa diffondere anche quello del poema. Il luogo mi sembra così bello e il suo senso presente già così intenso e complesso, ed io talmente sorpreso, che non posso rispondere oggi.

Che si trovi sul bordo della piccola diga, o dentro l’Occhio, gli abitanti di Koyo aspettano che il segno guardi. Guardi l’acqua del bacino, e quindi la fertilità dei “giardini”, guardi Boni in basso, l’altopiano, le sue case, le sue tombe, i suoi “giardini”. Aspettano che le parole scritte diventino parte di questo sguardo che il segno del luogo distende su di loro. Le parole scritte, in quanto poema, forse anche per il solo fatto di esserlo, fanno indubbiamente passare questo sguardo, nato dal luogo, a una condizione altra, più profonda, più attiva. Ho già scritto altrove, in Guadalupa e poi a Cipro, fin dal 1997, “l’immagine e la parola ti guardano e ti mettono al mondo”. Mi chiedo se non sono queste le parole che dovrò scrivere, durante il mio prossimo soggiorno, su un blocco roccioso dell’Occhio.

Da: Yves Bergeret, Il tratto che nomina. I, pg. 36-37.

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