Il mestiere di Giovanni Nuscis

zhī, intrecciare

Una breve considerazione e una scelta di poesie in seguito alla lettura di Il grande tempo è ora di Giovanni Nuscis, Arcipelago Itaca, 2021.


Distillato cristallino di tempo. Tempo come durata, come parte che ci è assegnata durante la vita. E anche, mi sembra di capire leggendo questo bellissimo libro di Nuscis, verso la morte. Il grande tempo è quanto ci è stato ritagliato, di nero sul bianco: inchiostro sul foglio.

E di nero e bianco, di pieno e vuoto sono percorse queste pagine. Ci sono trasmigrazioni continue da un luogo a un vuoto, da una cosa che c’è al suo contrario, in sequenze lente, quiete, di placido cammino verso l’estinzione e lo scioglimento. L’ennesima onda che approda e di cui, ovviamente, non resta nulla. Immagini che sfociano nell’aria per canali invisibili. Tracce che non restano, nel silenzio “gremito”. Tutte cose di chi è “temporaneamente vivo”.

E di quest’atmosfera sospesa, che a breve scivolerà nel nulla, è fatta la trama linguistica del libro. Il tessuto che si scuce lo fa, prima di tutto, tramite parole sempre più aeree, trasparenti, intessendo d’aria vuota poesie testimoni della lenta entropia di tutto. Questo “tessuto” verbale finissimo, per scelta e per resa, è la meraviglia di questo libro e della sua cristallina semplicità espressiva. L’intreccio sottostante è il percorso di molte fibre, preziose, sempre sottili. Il grande mestiere di questo “grande tempo” è così l’aderenza fra contenuto e contenitore. Aderenza che spesso sconfina in simbiosi assoluta fra le due cose e fluisce in poesie che scintillano d’una semplicità “magnifica come una donna nuda”:

Treno

Il tempo oggi avanza piano
          vecchio treno in salita
da cui uscivamo in testa
         risalivamo in coda
stringendo nella mano
        un fico o una mela.

Questo per quanto riguarda l’aspetto tecnico in sé, che in poesia è tutto. Per questo utilizzo del setaccio, per queste parole che s’incontrano e scontrano. Anche se si tratta di scontri sordi, come quello fra due sassi che cozzano fra loro sul fondo del mare. Scelta linguistica di “trasparenza” che sceglie di mostrare, chiaramente presente, uno schivo scrittore di poesie intento al cesello – è proprio il caso di dirlo. Un artigiano finissimo di architetture lessicali che, come un calligrafo cinese, ricerca l’esattezza del tratto e la scioltezza nel susseguirsi delle linee.

E così, proprio come una riuscita grafia d’un carattere cinese, il risultato di Nuscis è il raggiungimento di linearità e assoluta armonia di forme, a di parti fra loro, nella complessità della trama.

Tutto questo fa del suo lavoro un “oggetto poetico” che, come dice Francesco Marotta, “parla e da cui si può imparare”.


Il grande tempo è ora
Giovanni Nuscis
postfazione Antonio Fiori
Arcipelago Itaca, 2021


Epopee

Da terre sfiatate e inospitali
muoverai le ali
sul rame della sera,
          storno in uno stormo in novembre.
Notti insonni e poi
          l’alba lattiginosa.
Annuserai la meta
          e sarai onda che approda
seguita da altra e altra ancora,
         nessuna ricorderà
la tua epopea gloriosa.




Libro

           Un libro
senza parole né titolo.
          Calda emorragia
che dà vertigini.
          Col suo fluire di navi
leggerissime, di voci
e immagini casuali
che sfociano nell’aria
da canali invisibili.




Gigli

Si piegano i gigli
alla terra bruna
del battito cessante.
         Non sai se delicata
ne resterà una traccia.
         Così il tuo respiro ancora tiepido,
         i nostri passi morbidi
         nel silenzio gremito.
Intanto che la rada delle assenze
si allarga, in noi.




Cellule

Serene siano le cellule,
coese nel resistere
al molto che si spegne.
          Sia tenue l’inerzia o l’attrito.
          E se come un cerino s’accendono,
possa la fiamma vedersi
anche dopo secoli.
                                Punto lontano
          nella notte siderale.




Roccia madre

Come grandine mite
scioglierai
attraversando la terra.
Saluterai i blu, gli ocra, i viola,
fino a riabbracciarla commosso
          la roccia madre.
Notti umide, dolci, acri
          nella lenta discesa,
incrociando corpi ormai spenti.
                                Tutto accoglie la madre
e ride, fresco libeccio.
          Dalla superficie non è dato
immaginare il percorso
lunghissimo fino al grembo.
Immerso come sei, ancora,
nel burro del mattino,
          che lento sfrigola.




Non appartiene la terra

Da bambino
portavi alle narici
piante e fiori
          la terra dei cortili.
Volevi nel tuo piccolo entrare
in quelle forme di vita,
          nelle minute storie
nate e cessate in quel suolo
che a nessuno appartiene:
          né a te, né ai nomi inscritti su rogiti
targhe e mappali,
ché siamo noi ad appartenergli
          per premorienza.




L’isola di un nome

          Esserci così, larghi e diffusi,
zucchero filato mosso
da un vento leggero.
Comunità di spazio e di respiro
lieta della vita che procede
          lungo percorsi congeniali.

          Maturi ormai i corpi,
sfilati gli abiti,
vagheremo dove fluttuano i già stati,
          i temporaneamente vivi
planati per poco
sull’isola di un nome.




Uovo fatale

          Scompariremo tra ferite
e ustioni immedicabili
sulla pelle del pianeta.
Non basterà tutta
la nostra intelligenza
          né il mea culpa
a riscattare il male fatto.
          Sopravvivesse anche
un solo uovo, fatale,
          in bilico sul crinale del domani,
nessuna femmina lo covi
ripopolando la terra di mostri.




La forma aliena

Come un corso d’acqua deviato
ti ritrovi in un locale vuoto.
          Col cameriere arcigno che ti impone
proprio il menù che detesti,
          senz’altra scelta.
Mangi a fatica, trattieni il fiato
          Vorresti alzarti e andartene.
Ti senti lontano dal luogo sicuro
dove stavi fino a poco prima.
          Le parole di amici e maestri
ormai straniere.
Ti vedi così lievitare
verso una forma aliena
          che non ti somiglia.




Nevi e silenzi

La neve e il silenzio cadono
          su altre nevi e silenzi,
sui corpi incappottati degli adulti
di allora, stanchi e sorridenti
mentre guardavano noi come noi,
          oggi, guardiamo i nostri figli.
          Noi spesso più tristi
per le sfide perse,
per le miserie di un mondo incarognito
          ma imperdibile,
per il molto di buono
che pure esiste,
non visto.




Ponte e meta

          Nell’aria pensi ancora di vederli,
sfiorati magari da un aereo,
          un uccello in volo
ma senza impatto né attrito
          senza dolore.
                               Perché qualcosa permane
se mastichi parole
che non sono tue,
se incroci un viso
che ti ricorda qualcuno,
          se ne senti il respiro, la voce.
                                          Accogli quel mistero
come si fa con un albero che è lì,
          lo senti, e gli vuoi bene.




Sincronia

Correndo cambia forma la nube
                            e dorme l’occhio e sogna
intanto che più sopra
                             innumerevoli
danzano le sfere.
                             Oscura sincronia
che muove i nostri passi,
          tracciando miliardi di percorsi.




Teca

Ti muove ogni giorno qualcosa
e come un giocattolo a molla
          vai, deciso, o rallenti e ti fermi.
Dai il meglio di te in ciò che fai,
          di rado ti distendi.
Preciso e affidabile,
          su cui si può contare.
                                      I ricordi di voli e cadute
          del tuo instancabile lavoro
resteranno nel contorno del tuo corpo;
          teca che solo per un poco
ti mostra,
prima di nasconderti per sempre.




Oggetti

          In apparenza servizievoli
marcano il territorio
          gli oggetti.
                         Passandoci accanto
ti scansi o pieghi la testa,
          cambi a volte strada e anche meta.
                         Essi incombono su di te
e non te ne avvedi.
                         Di queste presenze
finisci per essere
          custode e affidatario
                    senza averne quasi mai
alcun vantaggio.




Continuerò a pensarti

Non ti cercherò
          non mi cercherai.
Continuerò a pensarti
nello spazio piccino
che migrerà con noi.
          Dove sorrideremo
dei nostri errori e difetti.
Luminosi e leggeri
         nella distanza tra i corpi
salvi saremo finalmente
da noi stessi.




Grado zero

Avanzavi di un passo
ma ogni volta la meta
si spostava in avanti.
                    Un rincorrere inutile
quelle mani protese
senza stringere niente.
                    Non è stata una resa
ritrarti,
          non aspettarti
più nulla da nessuno.
          Ti volevi piccolo,
invisibile punto,
mentre retrocedevi fino
al grado zero.
          Condizione che sentivi necessaria
per azzardare poi la risalita.
                             Come in un mattino d’estate,
spalancata la porta,
hai sentito di nuovo
l’abbraccio del sole
          l’esplosione dei colori,
                    la dolce seduzione dei profumi.
È quello il paradiso
che ricordi
                   a cui vai incontro.




Inverno

          D’inverno
il sole scava gli occhi
con algidi artigli.
Trasforma in oro le facciate
rugose delle case
i fianchi lussuriosi degli alberi
i fiori che resistono.
          Ne senti il tepore sulle spalle
e hai voglia di andartene.
          Ma invece resti, e l’ombra
si allunga al tramonto,
          ti fa gigante per un poco.




Patria

Il silenzio sarà la nostra patria,
nel tenero perimetro del corpo.
Il tempo cadrà piano
allentando la carambola del fare.
Le nostre ore ritrovate
          campanule, s’apriranno.
                                          E noi, fiumi deviati,
ritorneremo così nel nostro letto
fluendo verso la calma foce.
Non ci sarà ambizione
né urgenza.
Lenta sarà la vita
          dolce come una sera estiva
                    sogno senza fine.




Frutti

Piantiamo un seme di cui
non vedremo frutto.
Tra il sogno
e il nostro limite terreno
c’è un cuscino di cielo.
          Un altro al nostro posto godrà
di ciò che inutilmente abbiamo atteso.
                          Voi che verrete
siate grati per ciò che troverete,
          lieti per ciò che lascerete.




Quattordici maggio duemila diciotto

Questo resterà
a ricordo di un giorno:
                              quattordici maggio
duemila diciotto.
                              Un guscio di parole
                    vuoto,
con dentro nulla,
                              né tuorlo né albume,
                                        alcuna traccia di vita.
Urna costruita con la carta
          di queste sole righe.

Nato ad Ancona nel 1958, vive attualmente a Sassari.
Ha scritto i libri di poesia “Il tempo invisibile” (Book Editore, Castelmaggiore, 2003; Premio Nazionale di poesia “Alessandro Contini Bonacossi” ed. 2003, come opera prima), “In terza persona” (Manni, Lecce, 2006) e “La parola data” (L’arcolaio, di Gianfranco Fabbri, Forlì, 2009), “Transiti” (Quaderno di Poiein, a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2010). Per la poesia inedita, ha ricevuto il Premio Turoldo ed. 2005 organizzato dall’Associazione Poiein (1° classificato); sono stato segnalato al Premio Lorenzo Montano 2008 (22° edizione) per la sezione “Raccolta inedita”. Sue poesie sono presenti nelle antologie “Biblioteca dell’inedito” 2004 – Antologia multimediale (Edizioni Il filo), “Parliamo dei fiori” a cura di Vincenzo Guarracino (Zanetto Editore 2005), “Haiku, Tre versi per la pace” (Edizioni Il filo 2003), “Vicino alle nubi sulla montagna crollata” (Campanotto editore, 2008), a cura di Luca Ariano ed Enrico Cerquiglini. Hanno scritto sulla mia poesia Giorgio Bàrberi Squarotti, Maurizio Cucchi, Antonio Fiori, Sebastiano Aglieco, Flora Restivo, Angelo Mundula, Giovanna Marras, Antonio Strinna, Marco Scalabrino, Gianmario Lucini, Roberto Rossi Testa, Franco Fresi, Gianfranco Fabbri, Gian Ruggero Manzoni, Savina Dolores Massa, Giovanni Campus, Salvatore Tola, Massimo Onofri, Stefano Guglielmin, Pasquale Vitagliano, Anna Maria Curci, Narda Fattori. Poesie, note di lettura e interventi critici, suoi o sul suo lavoro, sono stati pubblicati sulle riviste l’immaginazione, La clessidra, Polimnia, Gemellae e Le Muse, sul quotidiano La Nuova Sardegna; in rete, su Nazione Indiana, Via delle belle donne, Italia Libri, ORG, Poiein, Sinestesie, Lietocolle, Il Convivio, Rotta Nord Ovest, La costruzione del verso, Rebstein – La dimora del tempo sospeso, Blanc de ta nuque, LucaniaArt, Oboesommerso, Compitu re vivi, I poeti del Parco, Lingua Siciliana, Parole di Sicilia, Fara, Via delle Belle Donne, La Ginestra, Margo, Rainews24, Neobar, Poetarum Silva, Mutter Courage. Fa parte della redazione del blog collettivo “La Poesia e lo spirito”. Il suo blog personale è “Transito senza catene”.

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2 pensieri riguardo “Il mestiere di Giovanni Nuscis”

  1. Ringrazio di cuore Massimiliano Dimaggio per la bella, sorprendente lettura del mio libro.
    Saluto con grande piacere, dopo molti anni, Francesco, Ringraziandolo per l’accoglienza in questo suo straordinario spazio.
    Giovanni

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