Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre; 

succede adesso, perché da ragazzi non si raccontano le madri; ora, che abbiamo più o meno la sua età, e quella della finestra da dove guarda la notte, Franco racconta sua madre; racconta la sua giovinezza imprigionata, l’abnegazione, l’umiliazione segreta degli slanci. È ancora notte. Distinguo il suo volto, immobile, al di là dei vetri, e un po’ m’inquieta la fissità dei suoi occhi. Ricordo la volta che salvò un bambino appena nato (rischiava di morire), avvolgendolo in una coperta di bambagia. Ne aveva parecchia, di bambagia. La vendeva. Un altro figlio, il quarto, era morto a Milano,dove si era trasferito a vent’anni. Pinuccio parlava senza la minima inflessione meridionale, e questo mi incuriosiva; provavo una sorta di pietà, ad ascoltarlo. Parlava una lingua dannata a raccontare il presente. Aveva il sorriso buono, fantasma, di un uomo che troverà strano, fino alle fine dei giorni, che qualcuno possa innamorarsi di un libro. Un altro fratello, il primogenito, Michele, era generale dell’esercito; da giovane, aveva giocato nella Juventina; giocava, a passaggi, con i miei fratelli, davanti alla chiesa. La sorella di Franco era stata provata da dolori che avevano ridotto a nebbia la sua memoria dell’infanzia, dell’adolescenza. Vedova di un maestro morto giovane, aveva perso un figlio medico di poco più di trent’anni; l’altro si era ammalato di una malattia che gridava vendetta, scriveva romanzi storici, la sua scrittura era buona come il suo corpo. Franco, anche lui si era trasferito a Milano, subito dopo il diploma; aveva vissuto per anni con il fratello. Quella casa, a Cernusco sul Naviglio, la conoscevo: mi avevano ospitato per tre giorni. Era domenica e, tornando dal mio giro mattutino, trovai Franco allungato sulla sdraio, nel balconcino; alla mia domanda su cosa facesse lì, mezzo nudo, rispose, sollevando gli occhi verso un cielo grigio, che stava prendendo il sole, che non c’era. Mi chiarì, con sorridente ironia,  che la luce stanca, tiepida, che filtrava dalle nuvole, sarebbe stato il sole per altri quattro cinque mesi. In quei giorni vedemmo tre film in tre cinema diversi: “Rosemarie’s Baby”, “Viridiana “ e una commedia americana con Henry Fonda e Lucille Ball. In una scena del film di Polanski, chiusi gli occhi perché avevo paura di guardare. La sala era stracolma. A Potenza, prima di partire, Franco si guadagnava una lira portando il vino ai clienti del padre: indossava un camice e guidava, per le consegne, un tre ruote. Amava Enza. Quella ragazza era, come diciamo noi, un “amore”.  Franco si infilava nella cinquecento, il venerdì,  e scendeva da Milano, per venire da lei. Ripartiva la domenica pomeriggio. Un paio di volte siamo usciti dalla città, per i laghi di  Monticchio e alla Sellata. C’era anche Maria, il mio amore buono; prendemmo la funivia e, dall’alto del cratere, ci apparve Melfi, disegnata in una mappa medievale. Nel giro in barca, Franco si meravigliò che non sapessi remare. Non sapevo, né lo sapeva lui, che il destino gli avrebbe rubato, con gli occhi chiusi, la ragazza che era diventata sua moglie. Nell’incidente, alle porte di Milano, dopo un viaggio interminabile, rimase illeso il bambino, Paolo, e Franco venne massacrato. Resuscitò lentamente, ci vollero anni, si riprese con i denti la vita, la memoria cristallina del suo “amore dolce”. Conobbe una fisioterapista, Lucia, che andava da lui ogni giorno. Si innamorarono, ebbero due figli. Ora è notte. Mi capita, a volte, di sognare sua madre; forse anche adesso sto sognando. Sta sempre lì, dietro i vetri. Una notte cacciò un sorriso: mi aveva visto; voleva dirmi che non ce l’aveva con me, che mi perdonava di non essere il figlio lontano?  [Rocco Brindisi]

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