“Trilce” di César Vallejo nella traduzione di Lorenzo Mari



César Vallejo, Trilce, 1922Dichiara Moshe Kahn parlando della sua (splendida, annosa e ammirevole) traduzione in tedesco di Horcynus Orca, la prima in assoluto, tra l’altro, del capolavoro darrighiano a livello mondiale: «Le due colonne maestre di una traduzione sono la libertà e la responsabilità dal e verso il testo e il suo autore – due princìpi fondamentali per tutto il mio lavoro di traduttore».

Tradurre Horcynus Orca, Finnegan’s Wake, i Cantos, Zettel’s Traum appartiene a quegli azzardi che nessun traduttore consapevole affronta a cuor leggero, ma con i quali si misura nella certezza che sia un dovere traghettare in altra lingua questi capolavori e, nello stesso tempo, che quel “traghettare” sia l’atto d’omaggio più concreto e alto che si possa e debba rendere a un’opera amata e ammirata.

È questo anche il caso di Trilce di César Vallejo, il cui traghettatore in lingua italiana è Lorenzo Mari che ha per fortuna trovato in Andrea Franzoni e in Fabio Orecchini di Argolibri due convinti fautori dell’impresa, così che il volume (pregevole anche nella sua veste tipografica) si offre ora proprio nella doppia e concomitante prospettiva suggerita da Moshe Kahn: la necessaria libertà per ricreare in italiano un’opera dalla visionarietà e dalla temerarietà linguistica uniche. 

Sottolineo subito l’efficacia, il valore e la solidità sia filologica che critica del lavoro di Lorenzo Mari, ma mi preme in questa sede constatare come la scelta di traghettare Trilce in italiano sia perfettamente coerente con l’interesse di Mari per le scritture di ricerca (e tale è anche la sua scrittura “in proprio”), per altri autori da lui tradotti (Enrique Falcón, e. e. cummings, Raúl Zurita tra gli altri), per quelle zone della scrittura mai pacificate e sempre sottratte al main stream letterario ed editoriale dominante.

Non a caso il volume è corredato da uno scritto che Giuliano Mesa aveva dedicato a Vallejo (Ad esempio. la scoperta della poesia), oltre che da una pregevole introduzione (Tavolo e cucchiaino) di Mari e, in appendice, di un glossario (Nel labirinto di specchi. Piccolo glossario per immagini) tramite il quale Mari offre al lettore un duttile, immediato strumento per muoversi all’interno di un’opera-labirinto che è anche un’opera-mondo la quale obbliga a prendere congedo dalle abitudini mentali e cognitive più inveterate, appartenendo essa a quel genere di realizzazioni che ha nel linguaggio la propria ragion d’essere e la capacità di mutare radicalmente la percezione del reale: ben si comprende quale impresa sia ogni tentativo di “traduzione”, se già di per sé Trilce è traduzione verbale di un mondo complesso, caotico, in costante divenire, oscillante tra libertà e prigionia, sublimità e infamia, luce e buio – Trilce non è rappresentazione o descrizione del reale, ma immersione senza compromessi nel reale e il linguaggio deve andare per questo motivo oltre sé stesso, distorcersi e reinventarsi e perdersi e ritrovarsi e ricominciare e disfarsi e ricomporsi e negarsi: traghettare Trllce dal trilciano in italiano è stato un lavoro lungo e arduo, che posso immaginare da un lato come una palestra (e quale palestra!) per la scrittura stessa di Lorenzo, dall’altro come un incondizionato atto d’amore nei confronti di Vallejo e della poesia.

I
 
Quién hace tanta bulla y ni deja
testar las islas que van quedando.
 
Un poco más de consideración
en cuanto será tarde, temprano,
y se aquilatará mejor
el guano, la simple calabrina tesórea
que brinda sin querer,
en el insular corazón,
salobre alcatraz, a cada hialóidea
                     grupada.
 
Un poco más de consideración,
y el mantillo líquido, seis de la tarde
DE LOS MÁS SOBERBIOS BEMOLES.
 
Y la península párase
por la espalda, abozaleada, impertérrita
en la línea mortal del equilibrio.

 
I
 
Chi è che fa tanto chiasso e non lascia nemmeno
testimoniare le isole che rimangono.
 
Un poco più di considerazione
non appena sarà tardi, presto,
e meglio si sgrosserà
il guano, il semplice tanfo tesauro
che emana senza volere,
nel cuore dell’isola,
sula salmastra, ad ogni sferza
                    ialoidea.
 
Un poco più di considerazione
e l’humus liquido, le sei di sera
DEI PIÙ ALTEZZOSI BEMOLLI.
 
E la penisola sta
di schiena, presa alla briglia, imperterrita
sulla linea mortale dell’equilibrio.



XXXIX
 
Quién ha encendido fósforo!
Mésome. Sonrío
a columpio por motivo.
Sonrío aún más, si llegan todos
a ver las guías sin color
y a mí siempre en punto. Qué me importa.
 
Ni ese bueno del Sol que, al morirse de gusto,
lo desposta todo para distribuirlo
entre las sombras, el pródigo,
ni él me esperaría a la otra banda.
Ni los demás que paran sólo
entrando y saliendo.
 
Llama con toque de retina
el gran panadero. Y pagamos en señas
curiosísimas el tibio valor innegable
horneado, trascendiente.
Y tomamos el café, ya tarde,
con deficiente azúcar que ha faltado,
y pan sin mantequilla. Qué se va a hacer.
 
Pero, eso sí, los aros receñidos, barreados.
La salud va en un pie. De frente: marchen!


XXXIX
 
Chi ha acceso il fiammifero!
Mi strappo i capelli. Altalenante
sorrido, e a ragione.
Sorrido ancora di più, se tutti riescono
a vedere guide incolori
e me sempre in procinto. Che mi importa.
 
Neppure il buon vecchio Sole che, morendo di gusto,
squarta tutto per distribuirlo
tra le ombre, il prodigo,
neppure lui mi aspetterebbe dall’altra parte.
Neppure gli altri che si fermano soltanto
entrando e uscendo.
 
Toccando sulla retina bussa
il gran fornaio. E paghiamo con cambiali
curiosissime il tiepido valore innegabile
sfornato, trascendente.
E prendiamo il caffè, già tardi,
con il poco zucchero ormai scarseggiante,
e pane senza burro. Che possiamo fare.
 
Però, questo sì, gli anelli ricongiunti, sbarrati.
La salute su un piede solo. Avanti, marsc’!
 

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