Passeggiata d’inverno

Il 25 dicembre 1956 Robert Walser muore di arresto cardiaco durante una solitaria passeggiata nella neve . Aveva 78 anni.

Stefanie Golisch

Si, ce ne sono ancora degli uomini che crescono senza riuscire a sbrigare la vita dentro e fuori con questa velocità terrificante come se gli uomini fossero soltanto dei panini che si producono in cinque minuti per essere venduti e consumati all’istante.

Robert Walser, Il brigante

*

Passeggiata d’inverno

per Robert Walser

Il primo viaggio a Berlino risale al 1897.
Robert Walser aveva 19 anni.
Scriveva poesie, come tanti,
era alla ricerca, come tanti.
Ma a differenza dei tanti che, a un certo punto,
trovano o credono di trovare ciò che
avevano cercato, Walser non lo troverà,
e, anzi, perderà successivamente tutto quello
che protegge il nostro maldestro vivere
dal rovinarsi:
il pensare come la pensano tutti, un posto
al caldo, parole senza ombre.
Perderà tutto questo, ma forse non
se stesso.

Robert Walser è stato qui.
E anche qui.
Ha camminato su questa via.
Ha passeggiato lungo questo canale.
Ha guardato da questa finestra
una città che non c’è più, che è
diventata un’altra città con sempre
lo stesso nome.
Non so bene cosa sto cercando.
In una giornata come questa: buia, umida,
fredda, i visi degli uomini nascosti sotto
cappelli, cappucci, maschere.

Cosa faccio nella Wilmersdorfer Str. 141
davanti a una casa del dopoguerra di fianco ad una
panetteria delle più economiche e un negozio tutto
a 1 Euro?
Estate 1907.
È qui che Walser ha scritto Der Gehülfe,
pubblicato quasi subito presso la bella casa
editrice di Bruno Cassirer.
Lo so perché l’ho letto, ma non vedo il giovane scrittore
in mezzo alla gente che passa, vedo, invece, chi, come lui,
non ci sta tra gli uomini. Non perché non volesse.
Non perché si atteggiasse diverso.
Ma, semplicemente, perché lo è.

Per circa una decina di anni, Walser cercherà di
fare diventare Berlino la sua città prima di ritornare,
stanco e deluso, in Svizzera.
Dall’aprile fino a dicembre del 1908 trova alloggio
al Schöneberger Ufer 40.
Ma questo numero civico non esiste
o forse sono io che non riesco a trovarlo.
C’è un piccolo parco nei paraggi,
con un cartello all’ingresso che mette
in guardia dai corvi i quali, se troppo affamati,
potrebbero attaccare i passanti…
Più avanti si trova il ponte dal quale, ​
presumibilmente, avevano buttato il corpo
di Rosa Luxemburg.
1919.
Ma non c’entra con Walser che in quell’anno
si trova tra Biel e Berna, tentando di trovare
un impiego, un posto sicuro.

Nella primavera del 1909, anno in cui esce
Jakob von Gunten, sempre presso la casa
editrice di Bruno Cassirer, Walser prende alloggio
sul Kaiserdamm 96, un po’ fuori città, oggi una
zona cupa, una grande via trafficata, case fatiscenti,
il numero civico si trova tra un negozio di tappeti orientali
e un centro di massaggi thailandesi, in una panetteria
desolata, il giovane commesso turco si muove al ritmo
del rap che ascolta ad alto volume, non aspetta certo
che un cliente entri nel suo regno.

Un anno dopo, nel 1910, Walser torna ancora
a Berlino, prima ospite di suo fratello Karl,
un pittore, all’epoca, di successo, che vive in
una casa sul Kurfürstendamm 29, ieri come oggi,
il centro pulsante della città.
A differenza delle altre abitazioni, questa è facile
da trovare.
Ristrutturata perfettamente è un esempio per eccellenza
dell’architettura della Gründerzeit , oggi prestigiosa
sede di uffici e fondazioni.
Accanto, un Apple Store davanti al quale già
alla mattina presto si sta formando una lunga fila di
clienti.
Il rischio è zero.
Qui si trova esattamente quel che si cerca. ​

L’ultimo soggiorno è forse il più lungo.
Dura quasi due anni, fino al 1912. Dopo
aver lasciato la casa del fratello per quasi
due anni Walser vivrà in una camera
allo Spandauer Berg 1.
Questo indirizzo si trova, lontano dal centro,
in una enorme colonia di giardini e orti con
centinaia di piccole dacie.
Immagino che l’affitto costasse poco, ma forse
non era l’unico motivo della scelta. Forse il sogno
della grande città si stava pian piano spegnendo, ​
forse la grande città aveva già dato quello che aveva
da dare e lui aveva già ricevuto quello che poteva
ricevere: un sogno non fatto per lui.

Il resto è uno sguardo su un grande prato nella
neve che, nel frattempo, si è fatta sempre più fitta.
Ed ecco che finalmente intravedo una sagoma,
molto lontana, poco chiara, nessuna certezza.

Alla fermata del bus che dovrebbe riportarmi
in città, un uomo in camicia e pantofole.
E un altro con un enorme carrello della spesa, vestito
tutto di verde.
Quello della spesa, quando finalmente arriva il bus, salirà.
L’altro no.
Poco si può sapere della vita altrui, poco della neve,
poco di tutto.
Quanto è difficile nevicare, recita un verso di Ana Blandiana
e forse nevicare è solo un altro modo per dire

vivere

3 pensieri riguardo “Passeggiata d’inverno”

  1. E’ un testo molto bello, Stephanie. Anch’io spesso ripercorrevo, fisicamente, le strade di altri. Di quegli altri che mi sembrava di dover inseguire, per un saluto, una stretta di mano. Un caffè al volo. Per due parole fuori del tempo, che fluttuano per sempre. Purtroppo sempre fuori tempo massimo. Le passeggiate per sventrare la notte di Parigi, per star dietro a un ragazzo con le ali ai piedi. Per poi finire nel bianco del freddo, e sperare di non rialzarsi mai più. Gli inciampi per le stradine dissestate di Atene dove forse era inciampato Ritsos oppure dove s’era fermato Elytis. Fino al grande silenzio di Santa Severa d’inverno, guardando il mare, nella speranza di vedermi scendere nel ricordo di chi, poco prima di morire su quella sabbia, fece i conti con il chiaroscuro del sole e della sua ombra dipinta. E della sua spada. E infine, purtroppo, sopravvivere al privilegio di dialogare con i fantasmi. Da fantasma.

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