Sterpi e fioriture

Nanni Cagnone

Sterpi e fioriture
Lavis (TN), La Finestra Editrice
“Coliseum”, 2021

*

I

Guarda il dorso
della collina avanti,
la sua imperterrita
affermazione,
e diminuisci come
sale in acqua dolce,
crepuscolo quando
non sei pronto.

Piú del destino
ti volle il caso, con sue
estrose conseguenze—
ricominciando, potresti
patir diversamente, o
tacitamente passare.

A quel che accade
senza di noi, negandoci,
il merito d’accadere—
è così rara letizia
in questa valle,
così travolto il bene,
in sua disfatta.

*

IV

Non ho veduto
il filamento,
non so dell’onfalo
da cui si rivolse la madre
al principiar del tempo,
prima del digiuno
che vicendevolmente
ci tolse, prima che
sorteggiato il cammino.

Uomo
amaramente con sé,
autore lucenti rovine,
ed ora a stridere indietro,
tra boscosità d’infanzia
e preferite solitudini—
curvo ne l’inspiegabile,
in suo protetto
ispido disastro.

*

v

Si sperde cosí, nella
lungimiranza del golfo,
altezzosa prora, acqua
neppure increspata
sotto un calmo svolare.

In malora una vita
le cui tracce ora sotterra,
delusi dal peso
della pietra tombale
quei suoi non rassegnati
rampicanti.

Ogni morto non è
che un presagio, uno
che volle affrettarsi
per coincidere nel ciclo
immemorabile, perdendo
individua qualità,
torcendosi all’aspra soglia,
di sua prora tacendo
l’orizzonte, terra e terra
sopra le visioni
o calpestata cenere—
teniamo allineate
nostre inumane spoglie.

*

IX

Sbandati sobborghi,
non c’è allegrezza
che ripaghi il battito
dei vènti. Stancamente
in dignità, piegarsi
ove terra senz’aroma
per disertati solchi.
Mestizia, perciò,
tra disfacimento
e recintati sogni—
preme nuvolaglia
incontro al sole, e noi
su nostro indurito suolo
o in regioni avverse,
nel malmenato
laico universo.

Ora lascio i lamenti
per guadagnar piaceri,
dipingere avorio e vermiglio
sul palmo della mano,
poi unirmi alle foglie decidue,
a loro periodica resa.

*

xv

Nel séguito delle notti,
luce segue l’oracolo,
negativamente si compie—
è questa la conoscenza
elementare, la guida
per chi muova
nel valoroso sole.

Non c’è perdita nel buio,
bensí adempimento,
definitiva imitazione
d’ogni tentata vita—
i cedri non possono
spostarsi, per questo
apprezzano il vento.
Ora indugi
innanzi alla scuola
in cui imparasti
a mentire.

*

XVI

Vertiginosamente—
piú che ricordi, barlumi
di brevità avvenire,
scontente
secondano le barche
la corrente, poiché
contraria a facilità
la vita, per lo meno
la tua, e ripido andare
pregando non raggiungere.
Oh intentata vastità,
sterpi e fioriture,
e sparsa malamente
l’ebrietà del tuo respiro.

Non s’adagia al passato
quel che resta, ci sono
ordini e dionisiaci
richiami, sghembe
manovre accanto,
e specialmente
si notano gli abissi.

*

XIX

Sto imparando
la natura dell’accanto,
la sua strenua
separatezza, ma stento
a distinguer prossimità
in lontanamento,
figli e spose
sulla scomoda via,
senza fiato
nel tesoro del tempo.

Non deludere
le commozioni—
cos’altro, a tenerti
nel vivo del vivere,
qual conchiglia
ondosamente immersa,
poi rassegnata in rena
e pur raccolta,
fanciullesche le mani.

*

XXIII

Se fossero qui
ultime palme, potrei
pensare al deserto
come a un rovescio,
una definizione.
Sabbia, senz’altro da sé
come preistorico mare,
ove lentamente
uno di noi contempla
la fermezza del tempo
e la propria celibe
consumazione.

Se guardassi sempre da qui,
la biblioteca avrebbe sigilli
e mi sarebbe amico
il gonfiore dei libri intonsi.
E la polvere, che
ovunque mi rammenta
destinato a sepoltura
il mondo. Io corpo
so come precederlo.

*

XXXVIII

Ne l’accecante oscurità,
ove eretiche ultime
parvenze, declamazione
di buio sulle case
degli uomini, gli atti
inconclusi, le sconfitte
del giorno, lontani
il bronzeo meriggio
e la decrepita aurora, e
noi qui, a scuoter sonagli
per incantare oscurità,
che non ci derubi
dell’incertezza,
e specchio non sia
conoscersi
nel non vedersi, memori
del malriuscito sorriso
che fa compagnia
a nostri stordimenti,
mentre comunemente soli,
a supplicare un giorno
in cui cercar invano
la ferita d’una pace.

*

XLV

Comune verità
i manicomi le carceri,
sedati talora e talora
in tumulto. Si tratta
d’aspettare che finisca
il senza scopo
di chiodi e serrature,
il viver sempre sull’orlo
sullo scrimolo,
se sbiaditi i motivi
del nostro soggiorno
ma perplesso il rilascio:
vedo gente in disuso
qui fuori, senza idioma
respiro intendimento—
non so se potrò resistere
come uno di voi.

*

XLIX

Oscurato risveglio:
coltivatore del sonno,
non hai fede
in questo avvento, incalza
promiscua una luce,
fa rasura di sogni, quegli
storditi ritrovamenti
senza i quali adulta nudità
non può bastare.
Rumori, pregio di stemmi
e pergamene, mattino
a perdifiato. Non è patria,
il mondo esterno,
se non piú carnale
la sua indole. Invece
la mente notturna
scorre ovunque,
avvera mescolanza.

Non sai niente del tempo,
non ne conosci le viscere,
l’adunato scampanellare,
il ritrovo in bonaccia
degli annegati, le imprese
di vele senza vento,
il fulgido
nel nido del silenzio.

Lontane, miglia
e miglia, le sorgenti.
Ne conosci soltanto
la divulgata fine.

*

LX

Colui che festoso
su trampoli, senza
mai pensarli fittizi,
lo ammetta: non c’è
grano di sabbia
prediletto; ceda
il segno dei mediocri,
la superbia; consideri
pochezza
le sue acclamate opere;
ricordi aver diritto
a un sepolcro, e sia
dal tacer fatto cortese.

Siano le allodole
a cantare, o mulinelli
d’acqua dolce, poi che
nella notte ancor ci culla
quel palpito, lontano
mostrarsi d’astri—
è questo il mondo,
noi siamo inferiori.

4 pensieri riguardo “Sterpi e fioriture”

  1. La severa perfezione di queste poesie mi esorta ad asserire – coram populo – quel che in vero da lungo tempo ormai avverto allorché mi confronto con le opere di Nanni Cagnone: Egli è il piú grande poeta vivente al mondo.
    Un caro saluto e un augurio di cuore sia a Nanni sia a Francesco

    Gabriele

  2. La severa perfezione di queste poesie (le quali sono – come sempre – concettose, linguisticamente diacroniche, nonché metastoriche) mi esorta ad asserire – coram populo – quel che in vero da lungo tempo ormai avverto allorché mi confronto con le opere di Nanni Cagnone: ossia ch’Egli è il piú grande poeta vivente al mondo.
    Con un rinnovato, caro saluto sia a Nanni sia a Francesco

    Gabriele

    P.S. M’è parso opportuno riformulare in guisa maggiormente compiuta (seppur sempre breve) ciò che avevo già estrinsecato per mezzo del mio precedente commento. Perciò…

  3. Cara Amina,

    lieto d’aver saputo mediante il tuo commento che quel che ho scritto a proposito di Nanni t’è garbato.
    Ai miei occhi, Cagnone merita il Nobel. Ma l’Accademia di Svezia preferisce attribuirlo a Bob Dylan (che io amo moltissimo — ma come cantautore, non come poeta), anziché a poeti *veri, grandi, puri*, il cui talento è cosí palese ed elevato da risultare indiscutibile, com’è nel caso – appunto – di Nanni. Ad ogni modo, al di là dei premî letterarî (che a mio avviso non contano piú alcunché, dal momento che sono riconoscimenti che vengono assegnati per mezzo della ‘politica della poesia’, e nulla dista piú da Cagnone dell’ipocrita pratica del ‘do ut des’…), godiamoci la qualità della Sua poesia, nonché la libertà da cui essa scaturisce e ch’emana. Ché questa, in fondo, è la lezione che Nanni – da piú di cinquant’anni ormai – ci sta trasmettendo con ineguagliabile passione.
    Con un caro saluto

    Gabriele

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