Haroldiana 01. Al lettore che non l’ha conosciuto.

Haroldiana
Puntate: 00 / 01


di Daniela Ferioli
da L’educazione dei cinque sensi
Metauro Edizioni, 2005

prosegue da qui


Non posso ricordare Haroldo che con allegria. Tutto in lui era prorompente: il pancione, la risata, la parlantina, la curiosità, l’attenzione agli amici, tutto in lui era immenso.

Haroldo è stato uno di quei regali inaspettati che a volte la vita concede. E pensare che non ci tenevo a incontrarlo. Poteva essere il 1975 e avevo da poco pubblicato presso Einaudi due poemi di João Cabral de Melo Neto, uno dei quali destinato alla rappresentazione teatrale. Cercavo qualcosa o qualcuno di altrettanto particolare e, nel corso del primo congresso degli editori che nel mondo avevano pubblicato scrittori brasiliani, il critico Antônio Houaiss mi suggerì i Noigandres. Andai alla «Livraria Cultura» ed esaminai i loro scritti, concludendo rapidamente che i tre autori (Haroldo de Campos, suo fratello Augusto e Décio Pignatari), oltre che un po’ matti, erano intraducibili. Ma Houaiss non demordeva, e un giorno mi chiamò Haroldo, felice della sfida, lanciatissimo, travolgente, disponibile, un uragano di entusiasmo. Sbaragliò le mie resistenze e ci incontrammo, simpatizzando all’istante. L’amicizia nacque spontanea e coinvolse in breve le rispettive famiglie.

Al primo incontro, Haroldo ebbe l’intelligenza di non darmi da leggere le sue poesie, ma ne recitò alcune. “Recitare” non è proprio la parola giusta, perché in realtà lui le “cantava”. E il risultato era assolutamente irresistibile. Pensai tra di me che non ce l’avrei mai fatta, ma accettai.

Un paio di volte la settimana, dopo cena, andavo a casa sua dove, sostenuti dai provvidenziali cafezinhos di Carmen, lavoravamo fino a tardi. Ci eravamo organizzati così: io traducevo da sola, parola per parola, i suoi testi. Poi glieli sottoponevo e lui li elaborava usandomi come dizionario parlante. Se non risolvevamo il problema, mi assegnava il compito da svolgere a casa: “In questo punto ho bisogno di una parola che cominci con questa consonante, contenga quest’altra e dia un’idea della tal cosa”. Io macinavo tra conscio e subconscio all’incontro successivo arrivavo con alcune proposte, gliele offrivo una per volta dandogli tempo di assorbirle. Haroldo ascoltava con attenzione e se sgranava gli occhi e arricciava il labbro superiore, restando immobile, capivo che eravamo sulla strada giusta. C’erano termini di cui si innamorava, ma che non erano adatti. Allora li stravolgeva e a volte il risultato era molto comico, o piccante, e si rideva fino alle lacrime.

Abbiamo lavorato insieme proprio tanto perché ci siamo occupati anche delle opere di Augusto De Campos e di Décio Pignatari, sempre nella certezza di far conoscere in Italia il movimento e la produzione del gruppo.

E quanto abbiamo lottato insieme e separatamente, senza risultato, per pubblicare le sue opere in Italia! “Sono giunto alla conclusione che un’antologia di questo genere sarebbe anacronistica e legata a sperimentazioni oggi in parte superate, almeno da noi”, mi scrisse un direttore editoriale. E questo quando i rappresentanti della poesia concreta venivano tradotti in tutte le lingue europee più importanti. Haroldo non era risentito. Era smarrito e dispiaciuto, anche perché nutriva per l’Italia e la nostra lingua un particolare affetto. La tenacia di Lello Voce e la sensibilità della casa editrice Metauro lo hanno reso possibile solo ora che lui non c’è più, se non nel cuore di chi lo ha apprezzato e gli ha voluto bene.

La nostra collaborazione diretta è terminata nel 1980, quando sono rientrata a Milano. Ho regalato a Haroldo tutti i miei dizionari e anche Il rimario letterario della lingua italiana che lo ha indotto a commentare: “Tu me sfoti, ragaza”. Anni dopo confessò, con gratitudine, di averlo spesso consultato per la “sua” traduzione.

Naturalmente ci siamo tenuti sempre in contatto e quando passava da Milano, ed era invitato a cena fuori, Carmen lo portava da me perché almeno una volta al giorno seguisse la sua dieta. E poi, mentre noi donne ci raccontavamo le nostre cose, Haroldo si tuffava nella Treccani, adorandone ogni parte, affascinato dal linguaggio dell’epoca, o sfogliava testi bicentenari di autori italiani minori che non conosceva. Era di una curiosità insaziabile. Avrebbe voluto leggere tutto, conoscere tutto, si interessava a tutto ed era un uomo così educato e modesto e intelligente che sapeva ascoltare chiunque con attenzione, senza interrompere, per poi eventualmente correggere.

Tutte le traduzioni della raccolta Scacchiera di stelle e una sola delle Galassie (passatempos e matatempos) sono state tradotte al suo fianco. Le opere successive, che sono in parte pubblicate in questo libro, ho dovuto affrontarle da sola come meglio ho potuto, ma sono da considerarsi una guida alla lettura dell’originale.

Lavorare senza di lui, ormai lontano, è stato faticoso e insieme stimolante. Una bella fatica districarsi tra ermetismi, voli pindarici e il tutto minuscolo delle Galassie, dove non è facile capire se una parola ignota sia un termine gergale, un cognome noto a pochi o un refuso. Comunque una fatica bella, affrontata sul filo della memoria, che mi ha riportato indietro di tanti anni, ben immaginando e rimpiangendo le soluzioni geniali che lui avrebbe trovato.

Daniela Ferioli

E ancora.

Nel 1990 De Campos, ammalato da tempo, ha scritto un poemetto che non appare in questa edizione, intitolato Ragazzi, io li ho visti in cui racconta di alcuni dei tanti personaggi incontrati nella sua vita: nel ’49 Oswald de Andrade, padre dell’antropofagia, sdraiato su una sedia a dondolo che leggeva Henry Miller; dieci anni più tardi Ezra Pound per strada a Rapallo, mentre stringeva tra le braccia una scultura di Gaudier-Brzeska, già in declino ma con gli occhi sempre sfavillanti “nella vana ricerca di punti luminosi”; nel ’66 Roman Jakobson in California a cena insieme in un ristorante arabo e in altri incontri “illuminati da generose dosi di vodka”; tre anni più tardi Francis Ponge, che tempo addietro gli aveva «disteso davanti agli occhi la Senna, un poema piegaedispiega fluente come un fiume» e che ora in Provenza separava le parole come chi sceglie minerali di composizione e colore diversi e li osserva controluce uno a uno; e Max Bense che festeggiava con gli studenti la soluzione dell’enigma Rembrandt; e Julio Cortázar, che lo chiamava “Cronopio”, lo aveva inserito in un suo racconto nei panni di un tizio che traduceva solo in lingue morte, e lo descriveva come un capodoglio con la barba di Nettuno; e Murilo Mendes a Roma fra quadri di Volpi; e il leonino Ungaretti che gli chiedeva notizie delle belle mulatte di San Paolo.

E conclude:

     ho visto tutto questo
     tutto questo e anche quello
     e ormai ho diritto a una certa sapienza
     e a una certa impazienza
     per questo non mandatemi manoscritti dattiloscritti telescritti
     perché so che la filosofia non è pane per i giovani
     e la poesia (per me) diventa ogni giorno più somigliante
     alla filosofia
     e poiché tutto alla fine è nebbia-nulla
     e il mio tempo (poniamo) può essere poco
     e sono riuscito a tradurre sinora circa duecento settanta versi
     del primo canto dell’Iliade
     e c’è ancora la voglia a stento tenuta a freno
     di imparare l’arabo e lo iorubá
     e la necessità di radunare tutte le forze disponibili
     per resistere a Mefistofele e non vendere l’anima
     e restare fermo
     nella posizione del loto
     mentre tutti questi messaggi ambigui (dico: vita)
     finiscono nella segreteria telefonica

Daniela Ferioli nasce a Milano il 26 luglio 1940. È nella città milanese che trascorre la sua giovinezza e compie i suoi studi. Iscritta alla facoltà di giurisprudenza, abbandonerà gli studi per seguire il futuro marito a San Paolo, in Brasile. Qui vivrà per molti anni accanto al marito e ai suoi figli, dando inizio alla sua carriera di traduttrice letteraria di noti autori brasiliani. Infatti la traduttrice Daniela Ferioli ha portato alla realizzazione di molte traduzioni di opere brasiliane in lingua italiana. Ha tradotto romanzi, testi teatrali, oltre che le opere di Haroldo de Campos. La sua attività di traduttrice comincia agli inizi degli anni Settanta e continua fino ai primi anni del Duemila. Grazie all’opera di Daniela Ferioli, si divulgano in Italia opere di João Cabral de Melo Neto, Oswald de Andrade, Darcy Ribeiro, Jô Soares e un numero elevato di traduzioni di Jorge Amado. Dopo gli anni di vita brasiliana, torna a vivere con la sua famiglia in Italia, a Milano, dove abita ancora oggi, ma nonostante il suo trasferimento, la Ferioli continua a mantenere il suo legame con il Brasile e la città di San Paolo.

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