I giorni dentro i giorni

Paolo Rou

I giorni dentro i giorni

…un Aleph è uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti
J.L.Borges, L’Aleph, 1952

  Sei per me, Berenice, nociva e indispensabile. Perché ogni volta mi richiami indietro: quando semplifico pericolosamente la memoria, intervieni a distogliermene. Anche le tue sono semplificazioni, nascoste nelle domande che non poni: “Che fai, sfuggendo tutto? E’ a una vera solitudine che aspiri?” appare che tu, senza chiedere, chieda.

  Le luci si accavallano, tratteggiano lo specchio di una notte opaca. I miei occhi ripiegano verso un punto imprecisato, li seguo, occupando sempre meno dello spazio e dei pensieri. La mente si focalizza liberandosi di ogni decorso superfluo. Qui la semplificazione prende corpo, comincio ad avvertire una musica. La sento e non la sento, la melodia piano assume forma, poco alla volta le figure si rischiarano. Allora so che è la mia vecchia stanza. La mia stanza, di nuovo. Io devo essere seduto di fianco alla finestra, dove arrivano gli ultimi riflessi del giorno, perché di solito era lì che mi mettevo. Ma so che sono pure disperso in particelle, senza peso, senza nessuna struttura. Odo dei rumori, io sulla sedia, io che inspiro le particelle della stanza. Un istante prima comprendo che sto aspettando. Mi ricordo. L’istante dopo il telefono squilla.

  Smetto. In qualche modo smetto, perché proseguendo sentirei al telefono la voce di Elena. La sua voce del 1974, scura, senza futuro, che non ho udito mai più. Ci dicevamo parole come suoni, ci davamo appuntamento senza far caso a un orario che doveva rimanere uguale per sempre. Smetto e mi soffio forte il naso.

  Il mio controllo è imperfetto. A volte ho necessità di concentrarmi intensamente, altre mi limito a chiudere gli occhi, a tratteggiare un periodo, il sentimento di una tale stagione, o di un tal giorno. Una pratica che non mi esime dal languore. So già, ad esempio, che nel ’74 c’era una lampadina bianca tra le gialle, mamma doveva averla immagazzinata nello stipo per usarla alla prima occasione. In camera mia stonava. Quando arrivava Elena faceva una battuta sulla pedanteria dei genitori, io ridevo soprattutto per vederla ridere. Giocavamo a carte, bevevamo quel vinello che lei portava già fresco. Sei sciupato, mi diceva, a un certo punto una lampadina si spegneva e noi guardavamo in su sperando che fosse la bianca. Invece no, ridevamo di più e Elena mi scompigliava i capelli.

  La musichetta era la voce di una donna, sofferta e dolce, di un paese lontano. Si chiamava Violeta, il suo paese in quel tempo era il nostro paese, era il paese di tutti. Quando il disco arrivava lì Elena taceva, la canzone parlava di qualcuno che se ne era andato al nord. Forse non tornerà, diceva Elena, Violeta cantava di un compleanno che non sapeva se sarebbe mai venuto. La ascolto senza suono, nei polmoni e nel cuore. La voce ha la dolcezza di allora, la chitarra di Violeta strazia i nostri poveri pensieri. Era ottobre, è rimasto ottobre da allora.

  Più di tutto è nella mia camera, più di tutto è in quelle settimane. Altri posti sono la scuola superiore, o il centro sociale dove tenevamo le assemblee, il periodo è immancabilmente quello. Elena aveva quel suo maglione viola come un sacco, solo le dita ne venivano fuori per disegnare nell’aria qualcosa che non capivo.

  Non ho mai smesso di chiedermi com’è che non capivo. Come potevo non sapere che la ruggine dei cancelli del centro, che l’umidità dei pomeriggi interminabili e caldi erano tutto, eternamente, e non ci sarebbe stato mai altro? Che il colore dei capelli duri di Elena doveva persistere unico, senza poter fare a meno dello sfondo viola del suo maglione informe? Non capivo, non vedevo che era quella la vita, la sola, già compiuta del tutto.

  Il fiato di Elena che leggeva un qualche documento politico non poteva finire di soffiare. Le luci che tardavamo ad accendere, l’androne rimbombante della scuola nei giorni dell’occupazione, stava ogni cosa lì, non posso credere di aver immaginato un futuro, di averlo avuto.  Né di aver desiderato qualcosa di diverso da un’immobilità infinitamente persistente.

  Cosa potrei rispondere, Berenice, alle parole che ancora sostituisci con lo sguardo? Quel che c’è stato dopo è come se non avesse consistenza, le ore innumerabili che sbiadivano all’eco delle sere con Elena, le persone, i paesaggi: tutto proveniva da lì, come la distorsione di un’immagine perfetta, l’inutile sviluppo d’un frutto avviato alla macerazione. Nemmeno tu eri lì, Berenice. Concludo, dal tuo prescindibile zelo, che non ci sei mai stata. Come potrei temere i tuoi silenzi? Sospetto in essi delle asserzioni, più che interrogativi. Vuoi forse impormi questo cielo disseminato di bagliori, questo aprile spalancato al movimento, a mutazioni che in realtà non avvengono. Nient’altro può avvenire, nella mia stanza la polvere si accumula senza alterare il profilo delle nostre sagome.

  La scuola superiore era un aleph. Un aleph è una porzione dello spazio in cui tutto lo spazio è contenuto. Una semplificazione inconcepibile: della scuola non era dato concepire la complessità e la pienezza. Eppure, cos’altro erano i percorsi lungo i corridoi poco illuminati dalle aule ai laboratori se non l’immodificabile tragitto verso l’esperienza e la morte? Cos’erano le occhiate che infilavamo sotto le gonne delle nostre compagne se non il misero anelito a una conoscenza impossibile? E i fischi, le urla, le smorfie che inscenavamo ad ogni cambio d’ora, non corrispondevano al dolore ineffabile di chi non riconosce la propria infelicità? La scuola era una porzione di esistenza in cui tutta l’esistenza è contenuta. 

  Anche Elena, similmente, era una proiezione ridotta dell’amore. Al centro sociale riempiva i vuoti tra ciascuna molecola. La sua intensità era un cuore che non poteva non pulsare, quando annodava filamenti di piante ricavandone esili profili intrecciati, o abbracciava le spalle a una ragazza per abbracciare tutte le ragazze, o tutte quelle del Cile. Nel suo pullover le migrazioni trovavano riparo, le masse di materia ingovernabile riposavano un attimo. Non è alla solitudine che aspiro, Berenice, ma a quell’ottobre, a quel grumo impensabile che ha prodotto e vanificato tutti i grumi a venire.

  La sera parlavamo, parlavamo in continuazione senza lasciare alle ore la possibilità di trascorrere. I crepuscoli isolavano il centro sociale da quella stessa realtà di cui pretendevamo fosse il fulcro. Le sue mura di mattoni raccoglievano piccole brecce, chiazze d’erba il cui colore, la cui forma appuntita non si è più cancellata. Le guardavamo, Elena mi guidava la mano a toccarle come per imprimerle forte, per assegnarci il compito di un’illimitata custodia. Quando entri tu, Berenice, spesso interrompi il cigolio di un portone che stavo fissando senza stupirmi di riconoscerlo, di percepirne il gemito come se ancora si stesse aprendo per farci entrare nel vecchio edificio. Era un capannone dismesso, adesso so che racchiudeva qualsiasi possibile spazio.

  Delle svariate musiche alla cui armonia esistevamo, dei versi che ritmavano la nostra incoscienza, alcuni seguitano invariabilmente a risuonare, coincidono col tempo e con l’età, anzi la negano. Lungo i vicoli disseminati di fogli di giornale e di lattine, dove i lampioni velavano di riverberi oleosi la melma delle pozzanghere, i nostri passi credevano di avere una meta, in realtà meta non c’era o era nei passi stessi. Elena fumava socchiudendo le ciglia, il pullover le seguiva tenero un fianco per delineare la leggerezza del mondo. In minuscole automobili, col pretesto di un’alba vista dal promontorio, si ripeteva il mistero di inalare l’aria di Elena, di lambire i suoi vestiti enigmatici, di sciogliersi al suo caldo. Non so se qualcuno seguitava a cantare una canzone, noi la sentivamo comunque, “l’amore è invano” diceva, e la tristezza scivolava a terra senza che ci chinassimo a raccoglierla.

   Ti appaio di certo malato, Berenice, ti avvicini come per non svegliarmi, le tue palpebre hanno il cauto andamento del panno che rinfresca la fronte dalla febbre. La paura mi fa abbandonare il ricordo, il dolore che provo lacera il punto più interno, dove nasce il respiro. Torno a scorgere il cielo distorto da lampi ai quali ti suppongo indifferente. Non parli, risponderti mi costerebbe meno che ascoltarti. Vorrei spiegarti che la vita è troppo lunga, che non abbiamo bisogno di più che qualche ora, forse qualche minuto, che il futuro e il passato sono inganni dovuti all’eccesso. Vorrei ragionare con te della comprimibilità dell’esistenza, da molti anni a un mese, a un giorno, a un momento soltanto. Convincerti che il solo scopo è quel momento, e dopo non c’è niente.

  Nell’avvio ho fatto qualche progresso, un lieve sforzo mentale mi basta: il passato si ricompone in forme, in rumori, nella perdurante presenza della lampada bianca e del cerchio bagnato intorno alla bottiglia di vino. Elena è sparsa in ciascun pezzetto di fiato, il cavo del telefono teso alla sua voce imminente. Non c’è altro, capisci, Berenice? Dentro noi stava qualcosa, poi non c’è stata più: il tempo ci illude del contrario, ma è illusione. Devo tornare lì, Berenice, per sottrarmi al vuoto che ti include.

  “Invano”, cantava la canzone, “tutto l’amore è invano”. Invano mi vieni vicino, mantieni il tuo inutile mutismo posandomi le labbra sull’orecchio. Le solite minacce per strapparmi al mio aleph. Ciò che temo non sono le possibili domande. La bocca ti è rimasta calda, mi figuro la mobilità tortuosa della lingua. Rammento adesso il timbro delle tue frasi, rammento pure i baci che mi davi per la mia malattia. Come ogni sorella farebbe.

  Che stagione era? A quel punto lascio che la tua inespressa sorveglianza requisisca il patetico frantume entro cui vivo. Il cielo è uguale a se stesso, come le linee infide dei palazzi, i tonfi dalla strada non suggeriscono alcuna provenienza. Una variegata illusione cui non sono tenuto a soggiacere.

  Lo so cosa vorresti dirmi, Berenice. Che devo farmi forza, che questa ricaduta proprio non ci voleva. Che dopo tanti anni potevamo pensare a una piena guarigione, invece sono dovuto rientrare in ospedale. Come allora, quando venivi a trovarmi in quei pomeriggi umidi d’ottobre, e dalla finestra guardavamo fabbricati in disuso, scheggiati di interstizi verdastri. Mi descrivevi i cancelli che non arrivavo a vedere, mi raccontavi della scuola occupata, di quello che la mamma aveva lasciato nella stanza: il telefono, il vecchio lampadario. Le gite di prima mattina al promontorio, le riunioni a cui prendevi parte. Mi cantavi canzoni interminabili, mi dicevi come erano vestite le tue amiche.

  Non ho il coraggio di chiedertene il nome. Né tu l’asprezza di citare l’anno. Taci, piuttosto. Così posso chiudere gli occhi, concentrarmi, mi assorbono frammenti di una musica, o di un luogo. Mi consegno a questo brandello di tempo definitivo, a questo aleph che è una porzione del passato in cui tutto il passato è contenuto. Per evitare di chiedermi: “del passato di chi?”.

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1 commento su “I giorni dentro i giorni”

  1. Molto bello questo racconto; suggestiva l’idea che tutta la vita vera è in una porzione dì esistenza che racchiude tutta l’esistenza e che passato e futuro sono “inganni dovuti all’eccesso”. Forse è vero e non solo un pensiero frutto dì uno stato depressivo dovuto a malattia. Forse viviamo troppo e troppo inutilmente stiamo in questa vita :)

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