Haroldiana 03. Intervista a Daniela Ferioli.

Haroldiana
Puntate: 00 / 01 / 02 / 03


di Katia Zornetta
a proposito de e intorno a
L’educazione dei cinque sensi
Metauro Edizioni, 2005


da Cadernos de tradução vol.36 no.3, Sept./Dec.2016
traduzione consultabile in Scielo


Cadernos de Tradução (CT): Come e quando è nato il suo interesse per la traduzione?

Daniela Ferioli (DF): In realtà sono diventata traduttrice un po’ per caso. Ero una giovane ventenne di Milano iscritta alla facoltà di giurisprudenza, destinata a diventare avvocato come il padre, il nonno e una fila di cugini. Quando del tutto casualmente conosco un simpatico signore ben più grande di me che abita a San Paolo. Ci piacciamo e decidiamo di sposarci, e nello sconcerto della mia famiglia, andiamo a vivere a San Paolo, in Brasile.

Ero una giovane donna appassionata di teatro e, grazie a questo, ho imparato il portoghese. Infatti, andai a vedere Morte e vida severina di Cabral de Melo Neto, una volta, due, sei volte e praticamente la imparai a memoria. Così decisi di tradurla in italiano, in poesia, oltretutto considerandolo un grande esercizio di comprensione del testo. Contattai così Cabral de Melo Neto, che si trovava in Bolivia, e gli dissi che mi sarebbe piaciuto tradurre quest’opera. Lui accettò anche se dubitava che potesse interessare a qualcuno la traduzione in italiano. Tornata in Italia, entrai in contatto con l’editore più attento alle novità: Giulio Einaudi. Ne rimase entusiasta e accettò di pubblicarla. È da qui che è cominciata l’avventura della traduzione e della diffusione degli autori brasiliani in Italia. Tornata in Brasile, ebbi un altro innamoramento: Arena conta Zumbi di Augusto Boal. La tradussi e la proposi alla prestigiosa rivista di teatro “Sipario” che la pubblicò subito con molta enfasi. Poi conosco Haroldo de Campos, che mi segnala il grande Oswald de Andrade, Serafim Ponte Grande, e con il suo aiuto per quanto riguarda il periodo storico-culturale, nasce un piccolo capolavoro che pubblica con successo Einaudi.

CT: Quindi gli autori e le opere tradotte venivano quasi sempre scelti da Lei, mi sembra di capire.

DF: Sì, quasi sempre ero io che mi proponevo. Trovavo un libro, lo leggevo un po’ e, se mi piaceva, mi proponevo all’autore. Ciò successe anche con il primo romanzo di Darcy Ribeiro. Lessi Maíra e sorrisi tutto il tempo. Cercai l’autore, conobbi così Darcy Ribeiro, tornai in Italia e proposi il libro alla casa editrice Feltrinelli, più in linea politica con Darcy. Seguì poi Il Mulo, romanzo autobiografico. Ma per Utopia selvaggia di Ribeiro tornai da Einaudi, perché testo molto raffinato e intelligente, così anche per Migo, autobiografia di Darcy. Ho tradotto anche Fernando Gabeira nel 1981, sotto falso nome. L’unica volta che ho mentito sul mio nome e sulla mia firma, ma era l’epoca dei colonnelli e Gabeira era un rosso convinto. Diversamente, per mia grande gioia e divertimento, Einaudi mi affidò Jô Soares, O Xangô de Baker Street, che tradussi di getto ridendo da sola e apportando doppi sensi, calembour, che fecero scrivere a un critico “tradotto con partecipazione da …”. Dopodiché, nel 1996, Einaudi mi fece ritradurre Jorge Amado, perché le prime traduzioni italiane lo avevano massacrato. Quando era stato tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia, mancavano traduttori dal portoghese brasiliano, per questo era stato affidato a traduttori di lingua spagnola o, tutto al più, portoghese, che comunque ignoravano la realtà e il linguaggio, usi e costumi del nord del Brasile. Un vero disastro. Lo stile dei primi libri, Sudore, Cacao, Jubiabá, povero, secco e asciutto come quelle terre, era diventato pomposo, ricco, pletorico. Per non parlare degli errori, da cui ho creato un bestiario. Per esempio, nel ritradurre Terre del finimondo, mi sono imbattuta in una stranezza: nel bel mezzo di un temporalone amazzonico, mentre il giaguaro gnaula, la scimmia stride, ecc., trovo scritto dal primo traduttore: “le rondini morivano sui rami”. Perché mai le rondinelle morivano sui rami quando potevano andarsene? Mi sono impuntata e dopo una lunga ricerca, scopro che as andorinhas sono delle gemme di un certo albero della foresta Amazzonica. Quindi erano le gemme che appassivano sui rami. Per la verità, al lettore medio italiano non avrà fatto né caldo né freddo leggere che le rondini morivano sui rami, proseguendo nella lettura. Sono proprio questi gli pigoli del traduttore, oltre che le gioie della traduzione.

CT: Lei è stata la traduttrice dell’opera di Haroldo de Campos, da cui è uscita in Italia un’antologia delle sue opere, L’educazione dei cinque sensi (Pesaro: Metauro, 2005). Potrebbe raccontare un po’ del suo contatto con Haroldo de Campos e come è stata l’esperienza di tradurlo?

DF: Haroldo è stato mio fratello. Con lui è stata una cosa incredibile. Durante il primo congresso degli editori che nel mondo avevano pubblicato scrittori brasiliani, il critico Antônio Houaiss mi suggerì la traduzione di Noigandres. Andai alla “Livraria Cultura” e quando lessi un po’ dei loro scritti, pensai che fosse impossibile tradurre una cosa del genere, oltre che i tre concretisti, fossero “lelês da cuca”. Ma fui contattata dallo stesso Haroldo, ci incontrammo e simpatizzammo all’istante. Accettai così la sfida e cominciammo così la “ricreazione”.

Alcune volte durante la settimana, dopo cena, andavo a casa sua, e lavoravamo alla ricreazione, alla reinvenzione delle sue poesie. Ero il suo dizionario parlante. Nella pratica, la cosa funzionava così: lui mi spiegava il testo, l’assonanza che doveva avere e poi diceva, per esempio: “qui ho bisogno di una parola che contenga una ‘u’ e due ‘r’ e che abbia relazione con tal cosa”. Tutto ciò che mi veniva in mente, lui lo rielaborava. Praticamente lui si è tradotto da solo, si è ricreato completamente. Tradurre Haroldo è stata una grossissima sfida, ma lui mi ha aiutato moltissimo.

Abbiamo lavorato molto assieme, ma non riuscivamo a far pubblicare le sue opere in Italia. Finché, nel 2005, Metauro, un editore raffinato e poco conosciuto accettò di pubblicare finalmente le opere di Haroldo de Campos, poesie e prose che non mi ero stancata di proporre a tutti, ricevendo dei no per essere troppo difficili e del tutto inadatte al grande pubblico.

CT: Dunque, a partire dalla sua esperienza, quali sono alcune delle strategie principali che deve usare il traduttore?

DF: Bisogna dire che io non ho mai letto il libro intero prima di tradurlo, non volevo sapere come andava a finire, perché sennò perdevo la curiosità. Preferivo immaginando via via. Personalmente la mia preoccupazione era quella di scrivere in buon italiano, mantenendo i ritmi dell’autore. Inoltre verificavo ogni parola della lingua da cui traducevo perché emergeva sempre un sinonimo più calzante e a volte anche un significato diverso.

CT: Nella nota introduttiva nell’edizione italiana di Maíra, Lei ha scritto che per quanto riguarda i termini indigeni, ha cercato sempre i loro corrispondenti per non usare note a piè di pagina. Qual è la sua posizione in relazione alle note?

DF: Preferivo evitarle, perché appesantiscono la lettura. Preferivo lasciare la parola straniante per poi, alla fine, fare un glossario finale o una breve nota introduttiva del traduttore.

CT: Dalla sua esperienza di traduzione, così anche dai testi da Lei scritti che accompagnano le traduzioni di Ribeiro, si nota che Lei ha sempre mantenuto un contatto con gli autori tradotti. Ritiene questo un aspetto importante nel momento in cui si traduce?

DF: Io sono stata fortunata perché i miei autori li ho conosciuti quasi tutti di persona e con questi ho avuto rapporti anche di vera amicizia, restando sempre molto in contatto. È fondamentale entrare in contatto con l’autore del testo che ci si prepara a tradurre o, nel caso questi non sia più tra i vivi, con qualche critico o studioso specializzato. È molto importante captarne lo spirito, gli umori, ascoltare la voce narrante, chiedere spiegazioni direttamente a chi ha creato, insomma ricreare e trans ducere insieme. Transcreare.

CT: Se dovesse definire la sua poetica traduttiva, come la descriverebbe? Si rifà ai principi che gli insegnò Haroldo de Campos?

DF: Per me la traduzione è stato sempre più il piacere di trasformare il testo da una lingua ad un’altra, mantenendo quello che l’autore voleva dire. Più volte l’ho ribadito in conferenze sulle traduzioni, la traduzione è una recriação, si deve ricreare il libro. Se l’autore in un certo punto è spiritoso, ma a te non ti viene in mente niente nella tua lingua, lo sposti leggermente di due righe. Come mi diceva Haroldo de Campos: se hai un gioco di parole intraducibile nella riga cinque, inventane un altro a riga sette, basta che resti da quelle parti per non disturbare il ritmo voluto dall’autore. Infatti il ritmo va mantenuto così com’è, perché non si può tradurre ao pé da letra [“letteralmente”, n.d.c.], come invece era successo a Jorge Amado.

CT: Nella postfazione di Utopia selvaggia, Lei scrive “è il terzo romanzo che mi diverto a tradurre”. Per Lei, che cosa è la traduzione?

DF: Mi sono sempre divertita a tradurre, era come un gioco. Più di trent’anni di trasposizione da una lingua all’altra, il vero pane dell’anima mentre quello più sostanzioso veniva guadagnato con il lavoro.

La traduzione significa “trans ducere”, ossia, portare dall’altra parte e il traduttore è un condottiero, un “dux”. Il traduttore semplice che traspone il termine straniero nella propria lingua senza cercare il senso della parola nel contesto della frase, non è il “traduttore”, ma solo un dizionario di pronto soccorso. La traduzione è una transcreazione in cui il traduttore deve superare i limiti della sua lingua, cambiarne il lessico, ricompensando una perdita qui con una intromissione inventiva là.

CT: Quale era la figura e il ruolo del traduttore in Italia negli anni in cui Lei traduceva?

DF: Ignorato, come adesso. In Italia è un essere invisibile che fatica tanto, ci mette cuore e cervello, ma il suo lavoro non è riconosciuto. Solo qualche critico più attento lo nomina ma assai raramente, dicendo “tradotto con attenzione, passione, partecipazione”.

I traduttori “per passione” sono una razza a parte, un po’ artigiani, un po’ artisti, un esercito mal pagato che lavorano nelle retrovie. Ed è, non mi stanco di ripeterlo, davvero ingiusto perché, oltretutto, i traduttori sono i primi critici dell’opera di cui scoprono i punti deboli e quelli di forza. E a volte, quante volte, riescono a dare quel tocco in più. A chi fa questo mestiere infatti si chiede di dominare non solo una lingua, ma una intera cultura del paese straniero.

CT: Attualmente traduce ancora?

DF: Adesso è da tanto che non traduco, ormai sono sei anni che non lo faccio più.


Libri tradotti da Elena Ferioli

  • Cabral, João de Melo Neto, Morte e vita severina. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1973.
  • Boal, Augusto. Zombi. Trad. di Daniela Ferioli. Milano: Rivista Sipaio/Bompiani, 1975.
  • Andrade, Oswal de. Serafino Ponte Grande. Trad. di Daniela Ferioli. Nota di Haroldo de Campos. Torino: Einaudi, 1976.
  • Ribeiro, Darcy. Maíra. Trad. di Daniela Ferioli. Milano: Feltrinelli, 1979. Gabeira, Fernando. Che ti succede compagno? Trad. di Daniela Ferioli. Milano: Feltrinelli, 1981. (Scritto sotto falso nome, Giovanni Bianchi)
  • Ribeiro, Darcy. Il Mulo. Trad. di Daniela Ferioli. Milano: Feltrinelli, 1983.
  • Ribeiro, Darcy. Utopia selvaggia. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1987.
  • Ribeiro, Darcy. Libro di storie. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1988.
  • Ramos, Graciliano. San Bernardo. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1989 (n.t.).
  • Ribeiro, Darcy. Migo. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1991. (Mai pubblicato)
  • Soares, Jô. Un samba per Sherlock Holmes. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1996.
  • Amado, Jorge. Jubiabá. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1996 (n.t.).
  • Amado, Jorge.Tempi difficili: i sotterranei della libertà. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1997.
  • Amado, Jorge. Terre del finimondo. Trad. di Daniela Ferioli. Nota introduttiva di Lucia na Stegagno Picchio. Torino: Einaudi, 1997 (n.t.).
  • Amado, Jorge. Cacao. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1998 (n.t.).
  • Amado, Paloma. La cucina di Bahia, ovvero Il libro di cucina di Pedro Achanjo e Le merende di dona Flor. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1998.
  • Amado, Jorge. I padroni della terra. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1999.
  • Amado, Jorge. Sudore. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1999 (n.t.).
  • Soares, Jô. L’uomo che uccise Getúlio Vargas: biografia di un anarchico. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 1999.
  • Amado, Jorge. Agonia della notte: I sotterranei della libertà. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 2001.
  • Amado, Jorge. La luce in fondo al tunnel: i sotterranei della libertà. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 2002.
  • Amado, Jorge. Il miracolo degli uccelli. Trad. di Daniela Ferioli. Torino: Einaudi, 2003.
  • Amado, Jorge. In giro per le Americhe. Trad. di Daniela Ferioli. Nota introduttiva di Raúl Antelo. Torino: Einaudi, 2004.
  • Campos, Haroldo de. L’antologia dei cinque sensi. Trad. di Daniela Ferioli. Pesaro: Metauro, 2005.

Testi di Daniela Ferioli

  • Ferioli, Daniela. “De ressaca”. In: Ribeiro, Darcy. Utopia selvaggia. Torino: Einaudi, 1987. Traduzione di Daniela Ferioli.
  • Ferioli, Daniela. “Al lettore che non l’ha conosciuto”. In: Campos, Haroldo de. L’educazione dei cinque sensi. Pesaro: Metauro, 2005. Traduzione di Daniela Ferioli.

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