Scorpioni

Paolo Rou

Scorpioni

  L’altra sera ce n’era uno nel risvolto di un tovagliolo. Era un tovagliolo bianco, è notevole l’assiduità con cui tendono a darsi uno sfondo chiaro a risalto del loro aspetto nero. Sempre che agisca in ciò la volontà più che l’ottuso istinto della razza. Mi chiedo: la volontà dei singoli scorpioni partecipa al mio disegno terapeutico? Che libertà ho tolto loro coltivando la libertà mia e di Guido?

  Guido muoveva gli occhi, sembrava aver ripreso un po’ di forza. Ero disperato quella mattina di quattro mesi fa, lui non riusciva a parlare, si spostava raramente dal letto, dal luogo simbolico dell’abbandono che reciprocamente ci stavamo infliggendo. Non riuscivo a fare niente per lui, né per me stesso. Preparare il latte al mattino, allineare i biscotti al lato della tazza di Guido mi dava il senso di un avvelenamento inderogabile, come se la mia premura fosse un elemento della fine.

  Lo sguardo vuoto, il silenzio con cui facevamo colazione ci allontanava da quel che ci era caro, dal mondo, anche se Guido a volte pareva sollevato fissando ancora sulle pareti di casa i quadri a cui teneva tanto. A me non dicevano niente. Quando scorsi tra due paesaggi l’insospettata sagoma di un insetto spinoso, enunciai i rischi delle correnti d’aria, convincendolo a tornarsene a letto.

  E’ stato il primo: lo scorpioncino seminale, fondante d’una genia disgustosa, immobile e rapido al contempo, negli attacchi con cui movimentava il silenzio. In quel momento pensai alle domande. “E come sta Guido?”, “A Guido come va?”, ciascun quesito mi dilaniava in strada, riparavo nella contemplazione di un tombino, nel riflesso smorto di una vetrina contro la cerniera della borsa. Agli interroganti non occorreva risposta, bastava a se stesso il tono premuroso, il fervido interessamento per l’amico, ad attestare quanto erano affezionati. Tanto che neanche facevano caso al mio mutismo, andavano via trottando, soddisfatti della bella figura. Pensavo quanto sarebbe stato più onesto che dalla bocca spuntasse loro un ragno, piuttosto che le solite parole melliflue.

  Un ragno. Quando lo vidi arrotare gli artigli associai le lame al dolore e all’espiazione. Un ragno, uno scorpione, una blatta: i quadri di Guido si accingevano alla lacerazione e al lerciume, allo schifo associai una qualche ricompensa. Tutti abbiamo una colpa: la nostra è tutta mia, oppure di Guido, o di entrambi. Ed è inutile il pentimento, i buoni propositi alla fine. Alla fine siamo di nuovo qui a ripetere qualcosa di vietato, non so cos’è, non sappiamo, eppure restiamo nascosti, la vergogna ci trattiene il capo come una benda macchiata. Di un’espiazione non avevamo coscienza fino ad allora, me l’hanno insegnata gli insetti.

  La candeggina, constatai nelle settimane successive, non incide sull’anima: disinfettanti e saponi eludono brevemente il trapestio animale, che ritorna comunque. Una notte avvertii chiaramente che una bestiaccia stava inerpicandosi lungo i piedi del divano. Ne sentii la presenza ancor prima della foga di zampe, ho preso atto da allora dell’inutilità della detersione e del riposo.

  Riuscii a distrarre Guido, il morso che gli stringeva le tempie ignorò per il momento la viscida minaccia. Ma il tafano attraverso la mia ripugnanza si era installato in noi, ogni muro ne era ricoperto, ogni dipinto imbrattato. Cosa avrei fatto vedendone uno di notte, all’ambiguo riflesso lunare, arrampicarsi in direzione dei capelli di Guido? Era un terrore che non potevo trasmettergli. Le tele ai lati del letto dilatavano vedute inusuali, in cui avrebbe potuto allignare il ricordo. Eppure quel primo scorpioncino decomponeva anche i paesaggi futuri. Tornai di là, facendo forza sulla repulsione lo stordii a suon di legnate. Spiaccicato al suolo ancora avanzava con lentezza protendendo gli aculei, avanzava con la stolida fermezza dell’istinto: gli posi davanti una scatola da scarpe. Ci entrò, mi illusi, col sollievo di chi ha scelto la fine.

  I suoi tragitti fra muri di cartone mi furono noti presto, strusciava con un lieve rimbombo. Quando non lo sentivo mi chiedevo se gli artropodi sono dotati di astuzia: farsi credere morto suggeriva una residua eventualità di fuga. Ma a me bastava scuotere la scatola per riattivare una circolazione rumorosa. La misi sopra l’armadio che ho in camera, sigillata dagli elastici e da una nuova speranza.

  Speranza dovuta (sarebbe semplice arguire) alla stanchezza, alla disperazione che tratteneva lo sguardo ogni volta che lo volgevo verso Guido, e però pure a qualcos’altro. L’oscenità di una bestiaccia contro l’intonaco lindo, a ridosso di due cieli dipinti, prometteva, più che pretendere, un ristoro. Sarà un caso, ma quella sera Guido fu senza febbre.  

  Il respiro mi fa male alla gola, stride del tutto simile a un lamento. Da piccolo mi insegnavano che i morti ci guardano sempre, così tengo la testa piegata fra le braccia, che non mi riconoscano. Se mamma vedesse quel che faccio ne sarebbe straziata anche da morta. E’ questo che stiamo pagando, certamente, il bisogno di una punizione rinviata, l’immanenza di una sorte che continuiamo a differire. Penso al peccato che assurdamente continuiamo a commettere, da invalidi. Quando ci siamo guardati per la prima volta negli occhi abbiamo intuito che quella era la nostra condanna. Gli scorpioni, più che eseguirla, la replicano infinitamente.

  Ho supposto che fosse il nostro sguardo a crearli. In effetti quando ricerco il nido, la scaturigine immonda del loro brulichio, non trovo nulla, gli stipiti sono vuoti, negli angoli si aggruma solo una sabbiolina lieve. C’è traccia ovunque di male, ma non della rappresentazione del male in cui gli insetti consistono. Poi, se penso di voltarmi a scrutare l’interstizio fra la porta e un armadio, il pensiero di vedermeli lì vale a evocarli: a volte in coppia, più spesso solitari, ostentano lamine cornee in segno più di comunità che di minaccia. Come se fossero il guscio di uno schifo condiviso, dell’abiezione che affratella noi e loro. Dell’ineluttabile guazzo in cui ci dibattiamo insieme.

  Sono uscito a comprare dell’insetticida, insieme alle pesche per Guido. L’uno e le altre citano il futuro, o escludono un futuro possibile. Guido succhia le pesche con l’immutabile fissità dell’anima che si prosciuga, sbrodola il tovagliolo di macchie, vi disegna così i suoi polmoni ed il cielo. O almeno il cielo che sembra essersi tratto via dai disegni, come se vi fosse stata cancellata, con una pezza, la vita. Quanto è allegorico il veleno che ho acquistato? mi sono chiesto prima di insufflarlo nella scatola, e Varrà la morte degli aracnidi a redimere i nostri ignoti e però insanabili peccati?

  “Un cucchiaio in ogni angolo” mi ha ordinato il bottegaio, “Nessun insetto resiste”, ho dovuto sorridere come quando i conoscenti mi raccomandano di salutare Guido, convinti che sia ancora vivo. Vorrei che qualcuno ordinasse agli artropodi di uscire, a rosicchiare le tele e lasciare le pareti e noi nudi per sempre. Ormai dovrebbero essere svariate decine ammonticchiati a strofinarsi i carapaci, ignoro di cosa sopravvivano, se si divorino tra loro o non abbiano magari procreato, rigonfiando la scatola di bestie adolescenti. Guido nelle ultime ore ha smesso di guardare, dal buco in cui gli sono precipitati gli occhi non proviene più nulla, se ne avesse la forza credo che volterebbe i quadri verso il muro. Gli ho introdotto un cucchiaio di polverina nel caffè. Mi è costato di meno che inseguire un altro scorpione nel bagno, fuggito dentro il buco della vasca. Qualcosa sta per terminare, è evidente.

  Già da alcune ore non rispondeva più, nemmeno voltava il capo a presentire l’imminenza della fine, con la stessa fatica che ci è costato esistere e che gli sta costando morire. Anche il giorno sembra ripiegare a stento su se stesso, col medesimo sforzo che implica ogni gesto anche scontato. Ho asciugato la fronte di Guido, nel fazzoletto che usavo non è apparso alcun animale, quasi sono rimasto deluso. Forse per questo ho deciso di mettermi in osservazione della scatola: i segnali che ne provengono suonano risaputi, quasi teneri, se lui fosse in grado di avvertirli credo che ne sarebbe sollevato. Perché non amarli, in fondo? Il loro claustrale andirivieni traccia un itinerario chiuso, come quello dei dipinti che Guido ha smesso di osservare. Sono entrambi circuiti inderogabili, analoghi a quello trattenuto nell’involucro di cartone. E’ la scatola, più che gli scorpioni, a rappresentare la nostra condizione: e siamo noi che continuiamo a dibatterci all’interno di una muraglia interminabile.

  E’ stato per aiutarlo, per aiutarci che ho messo della polverina nell’acqua. Era la sola cosa che ingeriva, senza avvertirne il sapore, l’ha ingoiata per il conforto di un breve refrigerio.  Non ha detto niente, ha bevuto a occhi chiusi, io immaginavo che uno scorpione fosse appena fuoriuscito dal bicchiere. L’ho ringraziato in silenzio di non farsi vedere, l’ho ringraziato perché di certo era lì, riservato e pietoso: era il nostro unico amico.

  Ora che l’epilogo è sopraggiunto, mi accorgo che esso è durato quanto la vita: non ho coscienza di un’esistenza senza scorpioni, né di averli sognati in penitenza di me stesso e di Guido. Lo hanno punto pure attraverso il loro recinto di cartone, sono meno una metafora che l’esito di un destino. A chi domanderà “Come è successo?” replicherò che era malato da tempo, almeno da quando ci siamo conosciuti, e che gli scorpioni hanno infestato la nostra casa da sempre.

2 pensieri riguardo “Scorpioni”

  1. colpisce molto e addolora riconstatare che il male peggiore è quello cronico, indistruttibile, spesso causato dalla mancata volontà di comprensione; resta privato in quanto incompreso e si congeda dalle domande retoriche con risposte retoriche

  2. A chi domanderà “Come è successo?” replicherò che era malato da tempo, almeno da quando ci siamo conosciuti, e che gli scorpioni hanno infestato la nostra casa da sempre.

    Un testo bellissimo che colpisce nel cuore!

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