Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Luca-Campigotto-Dalla-Terrazza-Martini-Milano-2013La città dell’orto di Stefano Raimondi viene riproposta (a partire dal mese di giugno 2021) dalla Vita felice di Milano a quasi vent’anni dalla prima pubblicazione presso l’Editore Casagrande di Bellinzona; è questa l’occasione che mi spinge a meditare sul libro, ma cercando di sostenere una tesi che, pur tenendo conto delle più che legittime e corrette interpretazioni anche in chiave biografica che reputo ormai assodate (questo libro è, inoltre, un “quasi esordio” in poesia per Raimondi), considera La città dell’orto traccia profonda dell’avvio alla poesia stessa, itinerario nel corso del quale Stefano Raimondi, prendendo coscienza della e oggettivando in linguaggio la “morte del padre”, inizia il proprio, originale cammino attraverso la scrittura facendo udire una voce immediatamente riconoscibile e peculiare per impostazione linguistica, ritmica e di  pensiero. 

Sia subito chiaro che non c’è nulla di un’eventuale “tentazione psicoanalitica” in quello che andrò a scrivere, ma la persuasione che sia la figura paterna presente nel libro e con la quale l’autore è in costante dialogo, sia la “città dell’orto/Milano” costituiscono le immagini (concrete e consapevoli) e dell’addivenire alla maturità della scrittura e di quello che è il luogo (il farsi, l’identità) della scrittura stessa.

Appartiene in qualche modo a un filone molto frequentato in poesia il tema della morte del padre (o della madre), del lutto, della memoria; è corretto inserire La città dell’orto in un tale filone, ma, avendone luogo la ripubblicazione dopo i libri-caposaldo Per restare fedeli (Transeuropa, Massa 2013), Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, Milano 2017), Il sogno di Giuseppe (Amos Edizioni, Venezia-Mestre 2019), preferisco proporre qui un’interpretazione che ne tenti una ricollocazione prospettica, anche tenendo conto delle abitudini di scrittura di Raimondi il quale medita per molti anni su di un libro, ne lascia sedimentare lungamente struttura e testi prima di darlo alle stampe e, mentre lo licenzia, ha già in mente (e spesso ne ha steso molti testi) il successivo – nulla è casuale, la progettualità costituisce un cardine della scrittura, ogni libro è legato al successivo dando vita a un unico, articolato libro vivo non per semplici sviluppi tematici, ma per scelta profonda e determinante, effettuata sia in termini di poetica che di concezione del linguaggio e del pensiero poetante.

Comincio allora a riflettere partendo dall’ultimo testo della Città dell’orto, articolato nel modo peculiare spesso impiegato da Raimondi – Tommaso Di Dio nella sua splendida Prefazione scrive di «una struttura a due fuochi. Quasi ogni testo è anticipato da un esergo in carattere minore, ma non è una citazione, come spesso avviene: è un vero e proprio testo altro, che nondimeno fa parte del testo che segue, pur essendone separato» op. cit., p. 8 – il quale ultimo testo termina con i versi allineati a destra rispetto al corpo “principale” e stampati in carattere minore:

                                                 «Ma in quale terra sono? Chi è
                                                  come me deve prima domandare.
                                                  Colono, Tebe, la mia Milano»

In Per restare fedeli, a pagina 11, si legge:

«Fanno premonizioni gli uccelli
tolti a questa primavera. Volano
come mosche nere rasoterra
contro muri, finestre, stipiti imbiancati
dentro Tebe e non per cercare cibo
ma amori tolti male: guerre»

Nel Cane di Giacometti, a pagina 21:

«Giocava a nascondino la mattina che
decise di partire. Tebe non era lontana:
due isolati più in là»

E, nel medesimo libro, alla pagina 30:

«Il tuo “sempre” era come un orto cresciuto piano,
anno dopo anno, sotto le ombre, con notti intere» 

È dunque accaduto che la poesia di Stefano Raimondi sia nata già matura, solidamente ancorata a punti fermi di carattere sia tematico che stilistico: l’orto (nient’affatto conclusus, sì invece aperto, accogliente e trepidante nel suo abbracciare l’umano) possiede e comunica da subito l’idea del curare e del coltivare, del lavorare con pazienza affidandosi al ciclo delle stagioni, della memoria familiare, ma con l’implicazione che ogni storia personale comincia dentro la storia familiare per transitare, con l’età matura, nella storia collettiva – da qui può derivare la coerenza di una lettura che, vedendo nella Città dell’orto il momento di avvio caratterizzato dal rapporto con la figura paterna e dalla necessaria separazione ed emancipazione da essa (ma senza, ovviamente, la perdita della memoria di quel rapporto), scorge in Per restare fedeli l’esplicita e necessitata apertura alla storia tragica del mondo (in questo caso la seconda Guerra del Golfo, i fatti di Genova, l’11 settembre), legge nel Cane di Giacometti una sorta di “ritorno” alla Milano della Città dell’orto (si tratta però di un ritorno che è l’esatto contrario del ripiegarsi su di sé e sulle proprie memorie personali) per approdare, almeno per ora, al Sogno di Giuseppe, poema nuovamente dispiegato entro apparenti confini e invalicabili pareti (la cisterna in fondo alla quale giace Giuseppe).

E tornando ai riscontri testuali che ho montato insieme estraendoli dai diversi libri di Raimondi, proprio essi nella loro natura di oggettivi reperti anche lessicali indicano uno sviluppo coerente che trova nella terna Colono-Tebe-Milano la sua esplicitazione; «Milano malabolgia è fatta a cerchio» (La città dell’orto, p. 62) indica infatti una circolarità sia topografica che fattuale che esattamente corrisponde alla scrittura stessa di Raimondi, “circolare” perché ritornante su temi e su luoghi via via ampliati e sviluppati nelle loro diverse connotazioni, perché unificata da un importante, significativo Leitmotiv ch’è quello dell’abbandono, ma anche da quello dell’orto la cui radice etimologica (ghar- har-) rimanda al cingere e circondare; Colono e Tebe, indistricabilmente legate alla vicenda di Edipo (e di Antigone se non si trascura il fatto che l’intera pagina 45 di Per restare fedeli è sotto l’esplicito segno della figlia di Edipo), si connettono a Milano proprio nel loro essere la città-del-padre, ma anche i luoghi solenni dell’accadere di esistenze doloranti e capaci di redimere sé stesse.

La Milano della Città dell’orto non è estranea a Madrid, Baghdad, New York, Genova, alle città, cioè, che compaiono in Per restare fedeli ed essa stessa, con la strage di Piazza Fontana, è presente nel libro del 2012, in una continuità che la fa transitare, appunto, da una valenza “privata” a una collettiva: «E ti circondi / di sogni e biciclette / dei giri della Vetra e in Via Chiusa / della tua legge da portineria / del tuo vedere tutto / chiuso dall’Ansaldo. // “Milano brutta vacca – mi dicevi – / mi hai tenuto tutto sul più bello» (La città dell’orto, p. 38) costituiscono versi di cui riconosciamo immediatamente il loro alludere a una circolarità e a uno spazio “chiuso” che, però, (lo ribadisco: come sarà anche nel Cane di Giacometti, nel Sogno di Giuseppe) sono luoghi-situazioni privilegiati da cui percepire e sentire il mondo; lo stesso dicasi della camera del padre, altro luogo significante della Città dell’orto cui assocerei le finestre, i cornicioni, le cantine e i tombini quali presenze ritornanti ed espressive di tutta la poesia di Raimondi. Notevolmente interessante e tratto di originalità è, infatti, la concezione raimondiana di uno spazio urbano privo di elementi descrittivi, ma pulsante di vita della memoria e della decisiva presenza dell’esistere a sé stesso, spazio-cortile o spazio-stanza ovvero spazio-perimetro urbano che esprime il vivere nella sua dimensione intima, personale e pure familiare, concomitante con lo spazio pubblico che si accamperà poi nei libri successivi  – del tutto ignorata resta la Milano più ovvia e stereotipata ed ecco che il Corvetto, la Vetra appunto, l’Ansaldo, la zona della Sinagoga, Garibaldi, Porto di Mare, l’ex sede della fabbrica OM emergono nella Città dell’orto: «Se qualcosa ci ha uniti / è un’idea di città e non altro – / che vive d’incroci e di ponti / contati senza fiato, fatti / senza reti, senza mani. // ….. // “…è questa la città dell’orto / dove le cose crescono serrate…”»  p. 45.   

Torre Velasca, Porta Romana, le Mura vengono citate esplicitamente nel Cane di Giacometti in una linea, ancora, di continuità tra i libri, ma non basta: l’edizione del Sogno di Giuseppe presenta a pagina 3 una base cartografica derivante dalla Mappa della città di Milano del Touring Club Italiano e fin dalla Città dell’orto numerosi sono i riferimenti veterotestamentari (non mancano neanche quelli neotestamentari) nella scrittura di Stefano Raimondi, così che il padre, Edipo, i Patriarchi costituiscono una sorta di genealogia che attraversa il tempo e le tradizioni culturali, che si fa presenza nel quotidiano, ancora in una circolarità (o anche orto e giardino) nella quale parole, gesti (compresi quelli mancati), ricordi, addii, angosce, sogni (non si dimentichi l’importanza decisiva dell’atto del dormire – oserei parlare di un vigile dormire – nella scrittura raimondiana), laconicità (è laconico il padre, ma è anche laconica la poesia di Raimondi, capace di raggiungere inauditi vertici di significanza ed espressività proprio malgrado e in virtù della sua laconicità) acquistano valore e commovente forza e proprio nella loro semplicità, concretezza, quotidianità che non è né banalità né misera abitudine.

«A Milano / ci si accorge subito quando / c’è un diroccamento» (La città dell’orto, p. 59) e identificherei qui un altro motivo conduttore che si dipana di libro in libro: il crollo, l’esplosione, lo spalancarsi del vuoto, il franare dei muri, circostanze tutte che rimandano direttamente a situazioni di violenza o di guerra o a disastri, a traumi che si verificano nell’esistenza individuale. È come se lo spazio della camera e della casa paterna cominciasse a pulsare fin dalla Città dell’orto dilatandosi e contraendosi e sempre per dire, per significare: stanza, appunto, ( «Mio padre leggeva di continuo. // La notte aveva per me / il peso di un foglio girato. // Dalla sua stanza di luce / ea una mano per me / senza mani» La città dell’orto, p. 16) che dilatandosi diventa i diversi luoghi devastati dell’Iraq in Per restare fedeli: «[lettera da un fronte] […] sto molto male da questo posto, da questo orto fatto per restare lontano, da questo isolamento bendato di lini e poltiglia: da questa città. Non mi è necessaria a nulla, perché non porta a niente, a nessuno. È come non poter vederne la fine, la faccia, la fronte, ma solo le spalle: quelle che si possono tradire. I polmoni sono due come i perdoni dei ritorni, come la lama e il collo di Isacco, come la tenda e il riso di Sarah, come le mani e le ghiande di chi ritorna al padre […]» – si noti l’occorrenza del concetto di “orto” e dei nomi di Isacco e di Sarah, là dove nella Città dell’orto si legge:  «Abramo ebbe Isacco / e una gran gioia per la seconda volta» (p. 95), «Anche Sarah rise / fino all’ultimo per nulla / fino a quando fu di tutti» (p. 98). E nel Cane di Giacometti la stanza torna a essere, appunto, sia la stanza  «Sì, proprio come quando si ritorna / a prendere le cose dalla casa: / i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione» (p. 17) che Milano e si tratta, come scrivevo poco prima, di un ritorno che non è regressione né autoreclusione nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, ma percorso traverso il dolore dell’abbandono (di un secondo abbandono ovvero separazione, in questo caso di carattere amoroso-sentimentale) e attraverso una nuova consapevolezza: «Non si sono imparate a memoria le vie del ritorno, le case contate a una a una dalle facciate, dagli angoli, dai balconi, tra un cornicione e l’altro delle mattinate. Bisogna saperle le vie che fanno ritornare. Saperlo piano come chi aspetta: lasciare che tutto riparta da qui, da dove non abbiamo mai fatto in tempo a morire per sempre, nel punto esatto dove inizia il perdono delle terrazze» (p. 98). Infine ecco la cisterna di Giuseppe, ecco i suoi sogni premonitori: «Il sogno di Giuseppe / diventò di pietra: divenne / cisterna, poi casa e fondale. / […] / La cisterna si fece casa, pelle / voragine di ascolti. Entrarci / era sognare, partire» (p. 15), perché nella sua apparente reclusione Giuseppe vede e viaggia. È così che s’inverano le parole di Walter Benjamin citate in esergo alla Città dell’orto: «Ogni giorno noi usiamo forze immense, come i dormienti. Ciò che noi facciamo e pensiamo è colmo dell’essere dei padri» e, continua il filosofo, l’io infine vede il luogo, colmo di macerie, della sua battaglia silenziosa contro i padri per rendersi conto di «che cosa abbiamo distrutto e soppresso, senza saperlo. Il colloquio lamenta la grandezza perduta» (ibidem); ed è l’ultima pagina del Cane di Giacometti a iniziare con l’affermazione che «Anche le parole aprono i loro cerchi per tenere» (p. 101), confermando quest’impostazione “a cerchio”, questa capacità dell’hortus di comprendere (com-prehendere: prendere insieme, quindi contenere in sé), di essere stanza, casa, città, cisterna e, aggiungo movendomi secondo la medesima suggestione, pagina, libro, scrittura.  

 

Nota: la fotografia in apertura è di Luca Campigotto (“Dalla terrazza Martini”, 2013).

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