Il mio tempo, il mio oggi

Stefanie Golisch

Il mio tempo, il mio oggi

Oggi il marito della mia amica Susanna, che vive negli Stati Uniti, compie i cento anni. È l’unico superstite di una famiglia di ebrei tedeschi, uccisi nel ghetto di Varsavia.
Vive perché vuole vivere, deve vivere: non solo per se stesso, ma per i tanti a cui è stato negato il diritto di vivere.

Davanti alle coste del Marocco, questa notte, in un naufragio, sono annegate ancora quaranta persone, tra queste tre neonati.

Quattro giorni fa, mio nipote Jakob Enea ha compiuto i due mesi di vita.
È sano, amato dai suoi genitori e da tutti. Il suo mondo è casa sua: bella e confortevole, ben scaldata, con due gatti che gli fanno da guardia.

Oggi è una giornata di sole.
Questa notte la luna piena era grandissima e splendente.
In alcuni momenti, il nostro pianeta è così seducente che sembra impossibile essere all’altezza del suo perfetto chiaroscuro.
Siamo troppo irrequieti, lunatici, inaffidabili e il più delle volte le nostre migliori intenzioni determinano i peggiori risultati.

Ieri mi sono incontrata con una ex collega che non si è fatta vaccinare ed è stata sospesa senza stipendio dal suo lavoro di insegnante. Mi ha raccontato delle persone – familiari ed amici – che hanno preso le distanze da lei e che si rifiutano di incontrarla. Non si capisce se per principio o per paura di essere infettate. Mi ha raccontato di persone che frequenta – tutti non vaccinati – e io le ho risposto di quanto mi preoccupa questa rottura tra le persone, questa estrema polarizzazione tra gli uni e gli altri. Una divisione netta che ormai molti prendono per scontata e quindi per normale e quindi non più degna di essere messa in discussione.
Senza rendersi conto delle conseguenze future delle rotture di oggi.

Il virus, prima o poi, scomparirà.
Le relazioni rimangono.

Questo è il mio tempo, scrive Simone Weil (più o meno) e perché è il mio tempo, è anche il migliore dei tempi.
Ho letto questa citazione anni fa da qualche parte e senza essere più in grado di contestualizzarla, soprattutto negli ultimi tempi, mi viene in mente spesso: probabilmente perché richiama alla Zeitgenossenschaft, al nostro essere testimoni del nostro tempo.
Che per SW era una specie di imperativo categorico, ma che può essere letto semplicemente come un richiamo all’attenzione per tutto quello che succede dentro e fuori di me: il tentativo incessante di tenermi intellettualmente all’altezza delle situazioni che sto vivendo giorno per giorno.
Questo è il mio tempo.
Questo è il mio oggi.
E io, chi sono in questo oggi?
Un passante distratto o uno che cerca – ognuno con i mezzi che ha – di capire cosa succede dentro e fuori di lui?

Da quando posso pensare mi sono difesa con le parole.
Mi sono affidata alle parole e mi sono fatta ingannare da loro.
Ho trovato parole giuste e sbagliate.
Mi hanno salvata, le parole, e mi hanno delusa.
Sono rimasta senza parole e sono ritornata alle parole.
Ai tempi dell’università, aggiungevo parole ai miei scritti per renderli più conformi allo stile accademico.
Oggi, il mio più grande piacere è redigere i miei testi e togliere più parole possibili: come se, inconsciamente, volessi arrivare prima o poi alla pagina bianca.

Nel corso della mattinata, la notizia dei tre neonati annegati di questa notte è già stata tolta e, lo so già, non verrà ripresa.
Si parla (sto ascoltano la radio tedesca, ma non c’entra) delle nuove regole in vigore e delle massicce sanzioni che spettano ai trasgressori.
Tutto nell’interesse della comunità.
Della vita delle persone.

Una delle cose che si è capita con la massima chiarezza in questi ultimi anni è che c’è vita e vita.
Vita importante da salvare e vite di secondo ordine, ingombranti e che quindi non interessano nessuno.

Il mondo globale, in questo senso, non è altro che un terribile mito contemporaneo: creato a proposito per giustificare la prevalenza degli uni sugli altri.
Il meccanismo è sempre il medesimo.
Da una parte e dall’altra.
Noi e voi.
Noi contro voi.
Io contro di te e tu contro di me.
Guerra, insomma.

Non viviamo affatto in un mondo e su un pianeta, ma in mille realtà diverse che spesso non comunicano più perché non hanno lo stesso valore e la stessa dignità o, detto in altri termini: non hanno lo stesso potere economico.
Si sa, ma non si vuole sapere.
Preferiamo far finta di niente.
Anche perché è molto comodo vedere le cose in quella luce che mi permette di posizionarmi chiaramente.
Preferibilmente dalla parte della maggioranza che mi fa sentire – appunto perché maggioranza – automaticamente dalla parte dei giusti.

È questa la condizione schizofrenica dell’individuo (e della società!) nella quale nasce la paura.
Una paura senza nome.
Paura non precisa, non concretamente definibile che invade il nostro sonno degli ingiusti.
Che quasi inevitabilmente siamo: ingiusti per mancanza di coraggio o semplicemente per pigrizia mentale o per comodità. Un atteggiamento che si riassume bene in una domanda retorica assai diffusa quando le cose si complicano: Chi me lo fa fare?

Provo a chiedermelo anche io.
Chi o che cosa mi fa scrivere questo testo?

Si vive in questi ultimi tempi sotto il monopolio di un unico topos nei confronti del quale tutti gli altri problemi e conflitti sembrano aver perso totalmente importanza ed interesse.
Un microrganismo senza qualità – né buono, né cattivo, ma semplicemente vivente e quindi come noi tutti programmato per la sopravvivenza – è riuscito a focalizzare l’attenzione dell’intero pianeta su di sé, diventando, in un brevissimo arco di tempo, una enorme superfice di proiezione per una infinità di paure individuali e collettive.
Paure – come potrebbe essere diversamente? – irrazionali e proprio per la loro irrazionalità non comunicabili.
Perché della paura non si parla.
Della paura ci si vergogna e di solito non la si confessa se non in sede di terapia.
Perché la paura ci indebolisce e ci fa vergognare: davanti a noi stessi e davanti agli altri.

Ho potuto osservare – in me stessa e in altre persone – che è proprio il contenuto delle nostre paure lo specchio di un nucleo interiore molto profondo, contro il quale gli incessanti tentativi dell’io di tenere insieme i fili della nostra persona, affinché questa possa rimanere socialmente compatibile, sono praticamente impotenti.
In altre parole: le nostre paure sono più forti di noi.
Non sono certo una buona guida, ma sta di fatto che gran parte delle decisioni che prendiamo – o evitiamo di prendere – durante la nostra vita sono dovute proprio a quei mostri ancestrali che abitano in noi.
E come si fa allora a condannare una persona per via di decisioni e/o idiosincrasie che sono dovute a delle paure incontrollabili?
In questa ottica non è né giudicabile chi non esce di casa per la paura di ammalarsi, né chi per la paura di conseguenze imprevedibili non si vaccina, né chi in questa situazione così poco chiara cerca di cavarsela senza reclamare per sé grande principi.

Siamo chi siamo.
E sarebbe davvero una novità storica inaudita se una situazione di crisi portasse al miglioramento dell’uomo!
Credo che si possa chiamare questa visione infantile e infantilizzante una specie di kitsch sociale che viene fuori in quei momenti in cui nessuno ha una risposta convincente.

Siamo chi siamo.

Il che, tuttavia, non vuole dire che nulla si possa fare.
Anche nelle situazioni più impossibile c’è sempre – se non una via d’uscita – almeno un margine di registri comportamentali che fanno la differenza.

Il virus, prima o poi, scomparirà.
Le relazioni rimangono.
Facciamo attenzione, quindi, a non farci strumentalizzare nel nome di – che cosa poi?

Questo è il mio tempo e perché è il mio tempo è anche il migliore dei tempi, ad ogni modo: l’unico che ho.
L’unico in cui ho un minuscolo raggio d’azione: guardare o non guardare in faccia l’altro.
Includere o escluderlo.
L’altro che non è mai solo l’altro, ma che sono sempre anche io.
E viceversa, naturalmente.
Credo che sia necessario ricordarsi di questa piccola grande verità per essere in grado, senza troppa vergogna, di guardarci in faccia quando cadranno le maschere.

Oggi è il centesimo compleanno del mio lontano amico.
Questa notte sono morti tre neonati senza nome in alto mare.
Le storie che oggi avvengono, che stanno avvenendo in questo momento, sono infinite, spesso confuse, senza verità assoluta e senza nesso comune se non quello di essere storie di esseri umani.

Come noi.

Monza, 18.1.2022

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5 pensieri riguardo “Il mio tempo, il mio oggi”

  1. Testo splendido. Un uscire fuori dai nostri tempi, dalla propria vita cosi come dalla letteratura e rientarvi ogni volta, come un ago nella ricucitura che ci tiene aggrappati al reale, per trovare una strada autenticamente etica, pura, senza alcuna contaminazione egotica.
    Grazie
    Ninuz

  2. Stefanie Golisch dà voce a quanti, come lei, traggono dagli eventi motivi di riflessione, che sarebbe facile definire soltanto etici (pur essendolo), perché la domanda di fondo è puramente storica e politica. Le divisioni esistono da sempre fra sessi, razze, culture, economie, religioni e sono state sempre strumentalizzate. Questa pandemia sta sottolineando tutto questo, avvertendoci che, per quanto grandi siano i progressi tecnologici e scientifici, l’uomo non cambierà, se non deporrà le sue paure ancestrali, l’egotismo, le barriere di un pensiero coatto, i lacci di certe convinzioni. Abitiamo tutti la vita, la lasceremo per essere altro, siamo immensamente ridicoli di fronte ai miliardi e miliardi di universi, se non comprendiamo che nella nostra fragilità risiede la nostra forza. Grazie.

  3. Copio qui la risposta di un mio ex studente che, più che una risposta, è uno scritto proprio, pieno di spunti di riflessione!
    Grazie, Riccardo!

    Ho letto il suo pensiero professoressa. L’ho trovato carico di spunti e a mio giudizio piuttosto provocatorio nel porre questioni riguardanti tanto l’individuo in stricto sensu quanto la società tutta.
    Sono d’accordo, il mondo umano è rigorosamente polarizzato e stare dalla parte del bianco o del nero, del “giusto” o del “più giusto” sembra scandire inesorabilmente la realtà nella quale siamo inseriti. Tutto questo a discapito di una riflessione profonda che parta dal nostro vero “Io” e che sviluppi un pensiero, un’opinione davvero indipendenti. A questo punto però mi viene naturale chiedere “è realmente possibile fare ciò?”. È realmente possibile estraniarsi dal nostro mondo, dalla nostra società, dalla nostra specie per esprimere liberamente e senza contaminazioni la nostra anima? A mio modesto avviso no. L’uomo è figlio del suo tempo, ed esprime senza freno lo spirito del suo tempo. Ci sono volte nelle quali esaltiamo la coscienza sociale per il suo altruismo e la sua generosità, altre invece nelle quali ci stupiamo e rammarichiamo della lacerante meschinità dietro certe azioni (intellettuali o materiali) di sezioni della nostra razza. Sorge sempre quella forza innata in noi, la morale, che imbastisce nelle nostre menti tribunali che mettono sotto accusa ed esprimono sentenze. Individuiamo con un certa soddisfazione dove sta il bene e dove il male, e più ontologicamente che cosa sia il bene nel mondo moderno e che cosa sia il male. A questo punto ci sono solo due strade secondo me: trovare risposte precise a domande mal poste o abbandonarsi ad un cinismo interpretativo che pone domande all’infinito consapevole della natura effimera delle risposte. In entrambi i casi ben misero destino attende l’uomo razionale.
    A mio dire, e in questo sarò probabilmente influenzato, l’atteggiamento morale non rende all’uomo più di qualsiasi altra forma di distrazione. La morale è tendenziosa, statica e come i serpenti cambia ciclicamente pelle. Ciò che invece progredisce di continuo è la storia, con l’uomo al centro. Essa, spinta da un’innefrenabile forza che risiede unicamente al suo interno, si spinge sempre in avanti e nonostante rovesci e regressi rinnova sempre se stessa offrendo all’uomo del presente l’inafferrabile dono del futuro. Non è mia intenzione riporre fiducia in un progresso roseo e trionfante perché non è questa la natura del progresso. Quello che voglio piuttosto sottolineare è che l’imperfezione e l’irrazionalità che stanno alla base dell’agire quotidiano del singolo e gli impediscono di capire se stesso rientrano nella grande dinamica universale nella quale la società umana è inserita in quanto essere operante.
    L’uomo è quindi secondo me fautore e vittima del suo destino, consapevolezza che se da un lato può confortare, dall’altro inquieta senza tregua. Non comprendiamo il presente, con le sue contraddizioni insanabili come i neonati affogati nelle gelide acque del mediterraneo al fianco di quelli nati nelle accoglienti case berlinesi, e non lo capiamo perché non c’è in realtà nulla da capire.
    Di fatto non ci è dato capire il perché della natura morale delle cose. Ciò che invece l’uomo può fare e fa (non so con quanta frequenza) è intervenire con la ragione per migliorare se stesso, non come individuo (dove non c’è niente di migliorabile) ma come società, come gruppo, come collettivo. Non esiste niente fuori dalla massa perché l’uomo lasciato a se stesso sarebbe un essere bruto e incapace di orientarsi.
    I blocchi mentali, l’opinione dominante, la dittatura intellettuale della maggioranza ci sono sempre stati e questo ci dovrebbe rasserenare sulla realtà alla quale lei faceva riferimento. Ciò che si pensa oggi non si penserà più domani perché il tempo passa e ogni cosa trascina con sé. Sono tuttavia sempre fiducioso che la nostra razza non si adoperi all’estinzione materiale o alla miseria filosofica. La dialettica del reale per quanto distruttrice e talvolta crudele non smette mai di dare ogni giorno opportunità alla nostra specie.

    Riccardo Perego

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