Aprire sempre la parola

Yves Bergeret

Aprire sempre la parola
Ouvrir toujours la parole, Haïti, janvier 2002

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

*

(Haiti, gennaio 2002)

Nel corso degli anni Novanta ho lavorato molto spesso nelle Antille. La poesia francese di Francia, allora duramente raschiata dalla lima dell’intellettualismo, mi interessava poco. In quelle isole dove la memoria della deportazione schiavista resta molto viva, dove la lingua francese viene rovesciata, stravolta, rianimata da quella creola, io andavo alla ricerca di un altro spazio, di un altro respiro, di un’altra creatività. La lettura del Cahier d’un retour au pays natal  (Diario di un ritorno al paese natale) mi aveva convinto che ve li avrei trovati. E’ vero, ho avuto modo di discutere con Aimé Césaire a Fort-de-France; ma è sui pendii e sui crateri dei tanti vulcani che ogni giorno gli alisei sbreccano, e soprattutto sul litorale ribelle delle isole, che ho trovato quella creatività popolare effervescente che ho immediatamente ammirato; con essa e con i suoi “posatori di segni” ho subito cercato e stabilito un dialogo.

Poi nel gennaio del 2002, esattamente venti anni fa, quando avevo iniziato i miei lunghi soggiorni nel sud del Sahara presso alcuni “posatori di segni” Toro nomu senza scrittura, ritornai ancora una volta a Haiti. Un’intensa creatività popolare nel paese. André Breton, fuggendo dalla Francia di Vichy e passando da quelle parti, ne aveva avuto sentore. Ma soprattutto Dewitt Peters, un giovane americano che insieme ad alcuni intellettuali haitiani vi aveva fondato nel 1944 il Centro d’Arte, riunendo per la prima volta dei creatori popolari, in particolare artisti plastici. Ne è derivato successivamente, nel 1972, il Movimento Saint-Soleil,  designato talvolta come Cinq Soleils, o Saints Soleils. Io incontrai Tiga, uno dei due fondatori del Movimento, ma innanzitutto cominciai a “posare dei segni” con un artista della loro seconda generazione, un Nouveau Saint Soleil, Payas, e un pittore un po’ più giovane, indipendente, Jean-Louis Maxan. Erano muratori e carpentieri.

Ci accompagnarono sulle colline alle spalle di Port-au-Prince, a Soissons-la-montagne. Una casetta precaria, alte palme, canti ininterrotti di uccelli. Abbiamo passato la giornata a dipingere parole e segni con l’acrilico, su carta cinese e su quadrati di tessuto di lino di un metro e mezzo di lato. Una dozzina di persone, abitanti del villaggio, altri pittori, emissari di istituzioni artistiche private, ci guardavano mentre lavoravamo; una pausa, un pranzo frugale, insomma un piccolo paradiso terrestre. Ma la sera ho detto a Payas e Maxan che quell’isolamento nell’incantevole natura tropicale non mi piaceva affatto: la lingua-spazio di Haiti è infatti quella della rivolta per la liberazione degli schiavi del 1804, quella di Toussaint Louverture, quella della violenza della vita quotidiana, dell’emigrazione rischiosissima verso la Florida, quella dei riti ardenti del vudù.

E così il giorno dopo siamo andati a lavorare in un luogo infinitamente più animato, la darsena più povera del porto di Port-au-Prince, e là sulla banchina Jérémie, un molo terroso a malapena trattenuto da passerelle. Siamo stati invitati a salire sul ponte di un piccolo battello a vela in legno; accovacciati sotto il grande boma, abbiamo cominciato a creare su uno stretto e lungo supporto di carta cinese di 135 cm di altezza per 30 cm di larghezza. Ogni giorno, io, Maxan e Payas diciamo coi nostri segni alfabetici o grafici lo spirito di quei luoghi, l’umanità della persona che vive in quel fango e in quella foresta tropicale; nel ricordo lancinante degli antenati e sotto la rude vigilanza dei “loa”, gli spiriti invisibili del vudù.

Dipingiamo in pieno sole sul ponte del piccolo battello. Un’anziana donna scavalca il vuoto tra la banchina e il battello, ci si accovaccia accanto, osserva lungamente e poi conclude che i “loa” sono contenti di noi e ci sostengono con tutta la loro forza. All’improvviso dei colpi di arma da fuoco. Parecchi. Dal molo opposto, tra due battelli, un corpo cade in acqua. Uno dei nostri accompagnatori si precipita: “prendete le vostre cose, partiamo immediatamente, presto, presto!” Rispondo di no, l’acrilico non si è ancora asciugato. Payas e Maxan si affrettano. Insisto nel voler capire. In effetti un piccolo cargo aveva appena attraccato di fronte a noi e già due bande si disputavano a colpi di arma da fuoco il controllo delle operazioni di scarico; qualcuno aggiunge: “tu sei l’unico europeo qui; se i banditi ti vedono, ti uccidono per derubarti o ti rapiscono per negoziare un riscatto”.

La creazione con i miei amici Maxan e Payas era stata troppo breve. L’indomani mattina ci hanno portati nei pressi della più grande galleria d’arte del paese. Il sisma del 2010 l’ha completamente distrutta. Senza chiedere il mio consenso e attraverso l’intermediazione di gente poco raccomandabile, il proprietario voleva vedermi e, soprattutto, voleva che l’aiutassi, col mio esame e i miei pareri, a fare una selezione tra le sue dotazioni per un’esposizione, negli Stati Uniti se ricordo bene. Nel parcheggio della galleria scendiamo dalla macchina e raggiungiamo i gradini della rampa di accesso. Due addetti alla sicurezza sbarrano il passo a Payas e Maxan; da lontano, dietro di loro, il gallerista conferma: “quei due non entrano”. Rispondo che sono miei amici. No!, le guardie si oppongono risolutamente. Il gallerista mi fa accomodare con lui in una sala lussuosa e mi spiega che vorrebbe la mia opinione, “non certo di quei due là, che sono dei delinquenti e dei ladri”. Ripeto che sono miei amici e informo il mio ospite che gli concedo venti minuti. Mi vengono quindi mostrati venti quadri. Mi alzo e me ne vado. Tra i quadri, alcune opere di Payas e Maxan.

Nel pomeriggio insisto perché il nostro dialogo creativo prosegua, ma vicino al mare. Un bar con un’ampia terrazza. Un pasto fuori orario di gustosi pesci. Nessuno al bar e nei dintorni, il che mi sorprende. Creiamo due o quattro (non ricordo più) poemi-pitture su tela rivestita. Il giorno dopo chiedo cosa fosse quel bar così anomalo rispetto alla città brulicante di persone. Mi dicono: è il peggior bar della malavita, che vi si riunisce, beve, balla e si azzuffa tutte le sere; ma la vista sul mare è notevole.

*

*
Une forêt et ses ombres sur la parole
Un vent et ses vingt mains dans la tienne

Una foresta e le sue ombre sulla parola
Un vento e le sue venti mani nella tua

*
Un arbre et ses racines dans le ciel
Un oiseau et ses ailes dans la mémoire

Un albero e le sue radici nel cielo
Un uccello e le sue ali nella memoria

*
Si près du soleil mon front tremble
Dans quelle eau notre parole a-t-elle perdu son ombre

Così vicino al sole la mia fronte trema
In quale acqua la nostra parola ha perduto la sua ombra

*
L’océan accueille le vent
Le vent renseigne l’île
Tes mots rythment la houle

L’oceano accoglie il vento
Il vento avverte l’isola
Le tue parole danno ritmo all’onda

2 pensieri riguardo “Aprire sempre la parola”

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