René Daumal: la guerra santa

copertina guerra santa

di  Lorenzo Mari

L’annuncio della guerra santa è annuncio della voce / René Daumal, “La guerra santa” (Ursae Coeli, 2021)

La guerra santa di René Daumal – prima uscita della collana Ursa Minor, curata dall’associazione e casa editrice Ursae Coeli – è uno smilzo libretto che arriva ai nostri giorni direttamente dai primi anni Quaranta, recando con sé, al tempo stesso, una traccia consistente del fascino che l’opera dell’autore francese ha suscitato nel corso degli anni presso il pubblico italiano, con ogni probabilità a partire dalla pubblicazione adelphiana del Monte Analogo, a cura di Claudio Rugafiori, nel 1968.

Personalmente, si tratta di uno dei primi approcci all’opera di Daumal, secondo soltanto alla lettura di Controcielo, il libro di poesia tradotto da Damiano Abeni nel 2020, all’interno dell’omonima collana delle edizioni Tlon. E così, porgendomi questo libro, Andrea Cafarella, che ne ha amorevolmente curato la postfazione della seconda edizione (dopo la prima, pubblicata sempre da Ursa Coeli, nel 2019), mi ha avvertito, usando più o meno queste parole: “Non preoccuparti se non entri subito in contatto con questo libro: Daumal ha molte porte; Daumal ha molti tempi”. Credo che Cafarella avesse ragione – anche perché il suo invito ricalca, con gusto allo stesso tempo esoterico ed essoterico, le parole conclusive del testo di Daumal, “Il ricordo determinante” (1943), contenuto sempre nello stesso libro: «ecco, c’è una porta aperta, stretta e di accesso difficile, ma una porta, ed è la sola per te» (p. 57) – e forse parte di quel tempo, o almeno uno spiraglio in una nelle tante porte di Daumal, si è aperto, o è giunto, proprio adesso.

In termini più generali, d’altra parte, la crisi pandemica ci ha posto in una condizione nella quale, come si legge nella prefazione di Ursa Coeli alla seconda edizione, «[n]on vi è possibilità di guerra, né sacra, né profana, poiché il nemico si adatta all’urto del nostro affondo e lo vanifica» (p. 14); ciò rende ancora più urgente – per quanto non fondandosi necessariamente, per chi scrive, sulla stessa linea editoriale e intellettuale di Ursa Coeli, che a Daumal ha poi affiancato Jacques Maritain e altri “irregolari” del pensiero novecentesco e contemporaneo – il confronto con un autore che descriveva la “guerra santa” in alternativa a quel secondo conflitto mondiale che andava delineandosi, e anzi colpendo duramente, nel periodo di stesura dei due testi che compongono il libro.

Urgenza, si diceva; in fondo, non si può rinunciare «alla cerca e alla lotta» (p. 14), quando è in ballo «[u]n solo diritto: il diritto del più essere» (p. 10), secondo l’espressione che la prefazione di Ursa Coeli alla prima edizione riprende dal cuore del testo daumaliano. È un diritto che trova radici nella via mistica, in una “guerra santa”, che non è tuttavia assimilabile né alla crociata cristiana né alla jihad né ad alcuna forma storicamente data di conflitto: una guerra che non si subisce, ma si può, anzi si deve, dichiarare una volta giunti alla fine del percorso iniziatico.

Dichiarazione, poi, che manca di un vero e proprio contenuto, o di un nemico preciso. E manca, inoltre, di un genere letterario, come si rende evidente sin dai primi passaggi, nei quali si enuncia l’intenzione di scrivere un «poema sulla guerra» che non sarà né «discorso filosofico» o «verità scientifica» (p. 22), né «canto entusiasta» o «invocazione magica» (p. 23); l’approccio di Daumal è, piuttosto, quello di una teologia negativa forse non idiosincratica, ma certamente peculiare.

In effetti, nonostante la divisione in piccoli frammenti, il testo sembra seguire un percorso unitario, basato su una tradizionale dialettica triadica, alla fine della quale si scopre, quasi per sintesi, che il poema sulla guerra non apparterrà ad alcun genere sopra descritto, ma sarà «un po’ di tutto questo» (p. 24), e dunque anche il «poema sulla guerra» di cui si diceva all’inizio, «[p]erché in un vero poema le parole portano con loro le cose» (p. 21).

Cose, dunque, e non immagini: sia con “La guerra santa” che con “Il ricordo determinante” – testo che, peraltro, si apre non accidentalmente con il classico tentativo automagico di entrare nel sonno da svegli – Daumal suggella il proprio distacco da ogni possibile affiliazione surrealista (e, probabilmente, da ogni affiliazione letteraria in senso stretto). «È la nostra grande malattia, parlare per non vedere nulla» (p. 24), scrive Daumal, con accenti che possono sembrre a noi contemporanei, soprattutto quando afferma che «se ne parlassi» – se parlassi per immagini – «sarebbe letteratura ordinaria, un succedaneo, un palliativo, una scusa» (p. 23).

Nella formalizzazione testuale, la conseguenza di questo ragionamento appare forse banale, rispetto alle grandi visioni sulle quali si chiude, ad esempio, “Il ricordo determinante” – «Penso […] alla rivelazione dell’essere divino nella Bhagavad Gîtâ, alle visioni di Ezechiele e di san Giovanni a Patmos, a certe descrizioni del libro dei morti tibetano Bardo Thô Dol, a un passaggio del Lankâvatâra Sutra…» (p. 56) – ma bisognerà comunque tenerne conto: la “guerra santa” diventa fatto aurale più che visivo, in un testo che, peraltro, risuona continuamente di «urla», “rimbombi” o, per contro, i “vagiti” del poeta di guerra. Questi ultimi, in particolare, sono di grande interesse perché manifestano la consapevolezza di una condizione di minorità del poeta – «E io che non ho altra arma, nel mondo di Cesare, che il linguaggio, io che non ho altra moneta che le parole, parlerò?» (p. 31) – nonché degli ostacoli che gli pone l’ego: «Parlano in prima persona, è la mia voce che mi sembra di sentire, è la mia voce che mi sembra di emettere: «io sono…, io so…, io voglio…» – Menzogne! Menzogne aggrappate alla mia carne, ascessi che mi gridano «non ci ammazzare, siamo consanguinei», pustole che piagnucolano «siamo il tuo unico bene, il tuo unico ornamento, continua a nutrirci, non ti costa molto» (pp. 25-26).

Lo ricorda anche Andrea Cafarella, intitolando molto opportunamente la sua nota finale “Dissoluzione dell’ego” e sottolineando come il percorso iniziatico proposto da Daumal preveda la morte prima della morte, il riconoscimento che non si è niente (o meglio, l’ego è niente) è che solo “desiderando divenire” a partire da questa morte, si può vivere – secondo questa mia triviale parafrasi del famoso testo poetico spedito da Daumal alla moglie Véra nel 1943 e che si può trovare riprodotto nelle pagine finali di questa edizione (p. 83) così come nell’epistolario di Daumal (Il lavoro su di sé, pubblicato da Adelphi nel 1998) e nell’edizione del 2020 del Monte Analogo.

Rimandiamo a queste pagine per la lettura di quello che è forse, in generale, il viatico più chiaro all’opera di Daumal e al suo stesso percorso di iniziazione. Per il momento, e per me in particolare, a fare da cassa risonanza all’urgenza della “guerra santa” di Daumal non può essere – in presenza di un testo così tanto basato sulle qualità uditivo-aurali della scrittura – altri che uno sperimentatore della voce e della musique concrète, autodidatta ed estremamente eterodosso, come il franco-sefardita Ghédalia Tazartès, nato nella Ville Lumière nel 1947 e morto a Parigi all’incirca un anno fa. Nel 1989, Tazartès aveva inserito due testi di Daumal nel flusso sonoro de La mort de Berchou, contenuto nell’album Check Point Charlie, ed è inevitabile ricordare come una di queste due poesie, “Brève révélation sur la mort et le chaos”, si chiudesse con questi versi, che possono agevolmente riecheggiare tra le pagine della Guerra santa:

 

Une voix dernière, la nôtre,

pour vider toutes les larmes d'un seul coup,

et ni moi ni toi, attention:

LA BOUCHE AURA MANGÉ L'OREILLE. LA VOIX VERRA.



Un’ultima voce, la nostra,

per svuotare in un sol colpo tutte le lacrime,

e non me e non te, attenzione:

LA BOCCA AVRÀ MANGIATO L’ORECCHIO. VERRÀ LA VOCE.

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