Motivazione degli incendi boschivi

Paolo Rou

Motivazione degli incendi boschivi

Lei insiste già da ore, commissario, in questa sua irrinunciabile ricerca del movente, di un movente, come se una spiegazione qualsiasi bastasse di per sé a rendere i fatti più semplici, a farceli accettare. A rendere (come hanno scritto i giornali) “l’efferatezza” meno feroce, o addirittura a “riconnettere atti così bestiali pur sempre a un barlume di umanità” per quanto deviata, distorta da se stessa. Mi sembra un azzardo. Comprendere (meglio: tentare di comprendere) comportamenti disumani in termini di umanità, contraddice un elemento dell’umanità stessa: la ragione, quella ragione che essa pretende (o spera) di poter sempre applicare alla sua storia e agli episodi che ne sono parte, e con cui s’illude di dare un senso all’insensato. Ma sto divagando, in questa mia condizione di indagato e reo confesso dovrei attenermi ai fatti rispondendo solo alle sue domande, commissario. Ed è ciò che voglio fare, da quando i suoi uomini mi hanno bloccato con gli avambracci dietro la nuca e le caviglie legate da una breve catena, urlandomi in faccia di dire subito tutto, senza nascondere i nomi dei miei complici o mi avrebbero picchiato sopra gli occhi fino a non farmi vedere mai più niente. Ho detto tutto, confessato tutto, quanti erano gli inneschi, come li ho fatti e dove li ho dislocati, in base a cosa ho scelto le aree più adatte (ma questo è intuitivo, lo sapevano già: i boschi più aridi, più esposti all’azione del vento, meno battuti dalle greggi e dai pastori, e poi dove è meno facile far arrivare le autobotti e bisogna intervenire dal cielo). Insomma un lavoro da poco, che ciascuno sarebbe in grado di allestire, è sufficiente un po’ di dimestichezza con i monti. Anzi, qualcosa in più che la dimestichezza, i monti non basta batterli da valle a valle, conoscerne il dispiegarsi in rocce ed albereti, in pianori e dirupi, saperne ricalcare a memoria, a sera a letto, l’andamento fra gole ombrose e valichi disseccati, occorre altro, occorre un amore inspiegato per tutto ciò che in essi vi è nascosto, per quello che potrebbe esservi anche maggiore che per quello che vi è. Una curiosità forse occorre, una curiosità pertinente ma sfrenata, anche eccessiva. Ma andiamo con ordine. Le ripeto ancora una volta che non mi ha pagato nessuno, che ho dato corso da solo ai piccoli roghi iniziali, ben calcolandone, è vero, l’immediata estensione tale da farli presto incontrollabili, ma non per ottenerne alcun lucro: non sono un pompiere, non faccio la guardia forestale, non posseggo alcun immobile al di là di una quota dell’appartamento in città in cui vive da qualche anno mia sorella. Io invece ho vissuto sempre qui. Qui da bambino girovagavo annettendo le foreste solcate da sentieri ad un’idea di mondo fantasiosa; vagheggiando di incontrare oltre un promontorio gli eremiti, che avevo letto sfuggenti al contatto con altri esseri umani, o il branco crudele dei lupi, che, di montagna in montagna, non escludevo sarebbero giunti un giorno sin lì. O di assistere al feroce attacco dei serpenti, che già sapevo in grado di stritolare e digerire con le fauci un intero capretto, o anche un bambino. Che cosa c’entra? sento che sta per chiedermi, Cosa c’entra col mio delinquenziale comportamento da piromane? Non verrò a dirle che ho dato fuoco alla boscaglia in nome della giustizia, per consentire ai poveri capretti di sfuggire alla condanna dei serpi o a altri veleni, né per salvare i lupi o altri animali migranti da un accerchiamento che ne avrebbe segnato l’eterna prigionia in queste lande non loro. Eppure lei ha compreso che in me brulica un fremito sottile, inusuale, che potrebbe definirsi poetico se la parola non si prestasse ad usi mortificanti. Infatti non ha accennato, nel suo interrogatorio, ai profitti dello spegnimento né della riforestazione, o di un’ipotizzata edificabilità che della terra (anzi: dei suoi padroni) valga a mitigare le ustioni. Sapeva che, senza dir niente, il mio sguardo le avrebbe senza ritegno riso in faccia. Eppure ha insistito: “Perché lo ha fatto? Che cosa la spingeva?”, non so se per un’ansia di completezza burocratica oppure perché sente che all’indagine manca qualcosa, ed è un qualcosa suo più che mio, lei lo avverte, e dunque tanto più necessario alla sua identità di poliziotto, così diverso ma pure così esperto dell’animo criminale. Per dirla tutta: lei pretende di conoscere le mie motivazioni perché teme che possano essere anche sue, paventa di parzialmente condividerle, e questo sì sarebbe un vero tracollo, non di lei solamente ma dei suoi universali valori. Non voglio tanto, non tema. Non ci tengo affatto a rendere ancor più fragile un’impalcatura (chiamiamola: civiltà occidentale) che già di suo barcolla di lesioni evidenti quanto inflitte con malcelata consapevolezza. Mi limiterò, dunque, alla mia piccola, infantile verità. Che è una verità, come ogni risvolto di quel che concerne l’infanzia, legata soprattutto all’immagine, e perciò appunto una verità estetica (ma preciso che per me è tale tutta la verità, o la menzogna). Dunque. Di immagini si comincia a vivere da subito, la mamma sorridente sulla culla diviene immediatamente il ricordo sempiterno della mamma sorridente, del primo giorno di scuola mai ci abbandonerà il colore del grembiulino, il suo taglio a campana, la forma dei capelli del ragazzino che ci stava di lato, e poi come sorrideva la maestra o increspava le labbra, e il modo in cui le linee austere dell’ingresso si piegavano e quasi ammorbidivano nella palestra scoperta assorbendo la luce del mattino. Ma è divagazione anche questa, che uso (troppo, lo so) per dare corso a ciò che conta davvero. Ciò che conta (è così sempre) è il ragazzino solitario che fui, perlustratore instancabile della pineta più a monte, segnato dalla resina strappata alle cortecce, fiero di assecondare prati ed anfratti dei quali sapeva plausibilmente ogni cosa ancor prima di averli visitati. Noi anziani, signor commissario, lei lo sa, viviamo di memorie. Le immagini richiamate nella mente persistono più vivide di quanto non brillino i colori di quelle percepite con gli occhi. Sarà d’accordo con me almeno su questo: che alcuni, degli infiniti ricordi che poco a poco perdiamo, si installano con tenacia in qualche organo interno, non sbiadiscono mai, non perdono massa né peso, anzi ne acquistano lungo il triste decorso degli anni fino a divenire quasi essi stessi malattie, più che ammalarsi. A me fu dato di riconoscerlo subito. La vista che mi toccò in un mezzogiorno di fine estate, sulla radura che avevo raggiunto in cima alla collina più alta, seppi che non mi avrebbe lasciato, diventando un ricordo ossessivo. Per la sua inspiegabilità, la sua stranezza, ma credo anche per l’inquietudine di linee e sfumature che interminabilmente minacciava di evocare. E’ tutto qui il mio movente: l’eventualità irrazionale di ricreare la scena in cui, cinquantasei anni fa, stupefatto intravidi sui monti ai piedi di un cespuglio dibattersi un pesce rossastro, una triglia pensai e penso ancora, guizzante di spasmi dintorno a una pupilla immobile, già morta. Le ripeto: inspiegabile, ma per me anche, le ripeto: ossessivo. Così la vita è andata avanti, si sono succedute tante cose, ma le colline sono rimaste qui, il mare è a due passi, per spegnere fiamme non c’è che da attingere là. Esiste il caso che tra qualche ora un ragazzino percorra a sua volta quei boschi, allibisca all’incongrua presenza instauratavi dagli aerei anti-incendio, assuma il mio stesso stupore, quell’emozione banale e tanto più incancellabile. Non è sperando in un’immeritata clemenza che mi piacerebbe essere giudicato da lui, ove mai diventasse magistrato, quanto nella comprensione di chi, come me, consentirebbe forse a compendiare il mistero della vita in un occhio smorto di triglia crocifisso nel sottobosco. Sarebbe il solo, temo, a realizzare come un’esistenza possa esser fatta di quell’unica scena. E perciò  la commozione che l’investe, mi creda commissario, è la ragione più ferma che possa avermi spinto. E la più degna di essere replicata.

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