Maksim

Dipinto di Boris Hecht

Andrea Ballabio


Conobbi Maksim alla fine del 2011. Ero da poco arrivato in Ucraina, a Lugansk, il capoluogo dell’omonima regione, la più orientale del Paese, al confine russo. Forse era la fine di novembre, ricordo che cerano già 15 gradi sottozero. Avevo affittato un monolocale in zona Chepaeva, senza sapere che quello era un quartiere ad alto tasso di criminalità e tossicodipendenza. Insomma, uno di quei posti dove se a fine serata non ti è successo niente comunque non ti sei annoiato. Ma Maksim ebbe meno fortuna.

Avevo accantonato una piccola somma di denaro negli ultimi mesi in Italia e a Lugansk – un po’ per pigrizia, un po’ per solitudine – cenavo fuori tutte le sere. Una cena spartana, di solito una zuppa di verdure e un secondo di carne con patate o riso bollito. Di solito mangiavo non lontano dall’appartamento, al Kafe Brigantina, uno scantinato con due sale pulite e ben tenute. In più il venerdì sera c’era musica dal vivo e la gente ballava.

Proprio lì incontrai per la prima volta Maksim. Era seduto con una donna sulla trentina in forte sovrappeso, lei piagnucolava e lui sembrava rimproverarla duramente. Al tempo capivo poco il russo. Vittima dei consueti stereotipi, pensai al marito russo cattivo che maltrattava la moglie. In realtà Maksim – ne venni a conoscenza poco dopo – era seduto con la zia paterna, Tatyana, maggiore solo un anno di lui, innamorata di un tale Denis sparito nel nulla. Maksim la rincuorava a modo suo, cioè dandole della cretina, dicendole che non valeva la pena piangere per uno stronzo del genere. Il suo atto di consolazione sembrava non avere alcun effetto sulla povera zia. Forse per questo Maksim, al limite della pazienza, alzò lo sguardo e incontrò i miei occhi.

Mi fece un gesto, con il quale mi invitava a sedermi al loro tavolo, cosa che feci subito, contento di aver qualcuno con cui poter scambiare due parole. Quando gli dissi che non ero russo, né ucraino, né del Caucaso, Maksim si illuminò e cominciò a parlare in un inglese elementare ma corretto. Scoprii poi che l’inglese era una delle sue fissazioni, aveva un’istruzione tecnica superiore, lavorava come dipendente in una ditta di impianti elettrici, non era mai stato fuori dai suoi confini, ma per quella lingua era proprio dotato.

Diciamo che tra noi due ci fu subito simpatia, o meglio subito iniziò quel processo che non di rado culmina nell’amicizia, come avvenne infatti per noi. Cominciammo a trovarci quasi tutte le sere al Brigantina, quasi sempre con zia Tatyana, che poi accompagnavamo a casa ubriaca, prima di continuare la nostra ronda di notte. Bevevamo birra e vodka, come si usa qui. Frequentavamo inoltre il Kafe Smile, un locale di criminali, dove il capo era un certo Artem, 23 anni. Faceva un certo effetto vedere un uomo tra i 45 e i 50 versargli servilmente da bere. Artem per età poteva essere suo figlio. La cosa positiva era che Artem e il buttafuori, Sasha, mi avevano preso in simpatia, considerandomi un criminale come loro, in quanto italiano. Visto che ciò mi garantiva una certa immunità diplomatica, non mi era dato la briga di spiegare che non ero un mafioso e tutto il resto.

C’era una certa incompatibilità tra i criminali del Kafe Smile e Maksim. Loro erano furbi, pensavano prima di parlare, valutavano le possibilità, i pro e i contro in ogni minima situazione. Maksim era tutto l’opposto. Secondo lui era la situazione che doveva sottostare ai suoi principi di Lealtà, Amicizia, Fedeltà, Patria. Principi che a suo parere trionfavano immancabilmente, quasi per effetto della forza di gravità. A proposito di patria, Maksim aveva nel telefono cellulare l’inno sovietico e aveva il viziaccio di metterlo a tutto volume proprio al Kafe Smile, con i criminali che lo guardavano storto.

Un giorno Maksim mi chiamò, nel tardo pomeriggio. Mi disse che aveva conosciuto una brava ragazza, una studentessa universitaria che abitava coi genitori appena fuori Lugansk, a Ekaterinovka. Mi congratulai con lui. Pensavo che le mie incombenze nel caso specifico finissero lì. Invece Maksim mi disse che la sera stessa dovevo andare con lui all’appuntamento con la ragazza. Gli dissi che non vedevo il motivo della mia presenza. Maksim disse che non intendeva rinunciare alla mia compagnia, dato che era venerdì sera, il nostro giorno sacro, e che comunque sicuramente a Ekaterinovka ci sarebbero state altre persone e non mi sarei annoiato. Decidemmo di trovarci alla fermata dell’autobus di via Chepaeva verso le 20.30.

Ricordo che faceva un freddo cane, l’aria era secca, bruciava la gola. Dopo circa 20 minuti abbondanti arrivammo a Ekaterinovka: 40, 50 case a occhio e un unico locale buio e fumoso che faceva le funzioni di bar, osteria e punto di ritrovo non stabilito. Fummo subito accolti calorosamente. Ci stavano aspettando. Bevemmo, ballammo. A un certo punto uscimmo a prendere una boccata di aria fresca e ci accorgemmo che era già tutto bianco e continuava a nevicare copiosamente. Visto che qua nessuno fa caso alla neve, continuammo la baldoria. Poi Maksim ragionò che forse gli autobus non viaggiavano più, vista l’ora.

Decidemmo di raggiungere a piedi la statale e provare a fermare un’auto di passaggio verso la città, se fosse andata male avremmo comunque potuto chiamare un taxi. Camminammo circa un quarto d’ora. La neve era scivolosa e noi eravamo decisamente ubriachi. In più Maksim pesava circa 120 chili e aveva la tendenza ad appoggiarsi sempre a me, che sono abbastanza magro. Sulla statale attendemmo per una mezz’ora buona. Neanche un’auto. Poi un’altra mezz’ora prima che arrivasse un taxi.

Erano circa le 4 del mattino quando arrivammo a casa di Maksim, congelati. Lui disse che potevo fermarmi a dormire lì e al mattino avremmo fatto colazione insieme. Crollammo vestiti su un enorme divano letto. Verso le 8 del mattino mi svegliai. (Ho una specie di programma nel cervello che mi sveglia a quell’ora.) In punta di piedi mi diressi in bagno e venni intercettato da Natasha, la madre di Maksim, che mi invitò a sedermi subito dopo la doccia, per mangiare con Igor, il padre. Ricordo che sul tavolo della cucina c’erano 6 o 7 piatti pieni di ogni ben di Dio. Maksim si fece vivo solo intorno alle ore 13, con un forte mal di testa e senza appetito.

Poco prima di Natale partii in treno per Kiev. Da lì sarei volato in Italia per le feste. Mi accomiatai da Maksim, promettendogli che ci saremmo rivisti a Lugansk all’inizio del nuovo anno. Quando tornai in Ucraina una nostra amica mi disse che Maksim era all’ospedale, in attesa di essere operato a tutte e due le gambe. Mi disse che era entrato al Kafe Smile, aveva provocato qualcuno dei criminali o aveva reagito ad una provocazione, vera o presunta. Maksim è sempre stato un po` paranoico. L’avevano picchiato. Rodik, un altro amico, aveva cercato di difenderlo, senza riuscirci. Poi l’avevano buttato nel cortile fangoso, dal secondo piano. La caduta scomposta da quell’altezza e il suo peso avevano causato fratture multiple a tutti e due gli arti inferiori. Maksim subì diverse operazioni, camminò dopo tre mesi e si aiutò con le stampelle per circa un anno. Cadde pure in depressione. Lo andai a trovare. Agli psicofarmaci univa la vodkaterapia, con effetti devastanti.

Ora vive con una ragazza, ha ripreso a lavorare, ogni tanto ci incontriamo per strada qui in centro e ogni volta organizziamo una serata come ai vecchi tempi, che poi regolarmente mandiamo a monte. Nessuno di noi due ha più voglia di esagerare, di passare il limite. Lui ancora meno di me. Cammina strano, rigido. Non oso chiedergli se passerà o sarà così per sempre.

Non oso chiederlo a lui. In realtà sono io a non volerlo sapere.

2 pensieri riguardo “Maksim”

  1. Forse perché mio padre era muratore, ho una mia speciale teoria sulla qualità della scrittura. Si chiama ” La teoria del filo a piombo”. Così come il muratore sa costruire un muro bello dritto perchè tira il suo filo a piombo, allo stesso modo uno scrittore sa costruire la sua narrazione bella dritta perchè conosce la direzione giusta. La direzione giusta, in letteratura, é ovunque, a volte é così distorta e complessa che assomiglia ad un labirinto piuttosto che ad una direzione; eppure nella pagina buona c’é sempre il filo a piombo: cade senza titubare, cade nell’abisso ma preciso e coerente .Chi scrive una pagina buona sa dove sta andando e sa dove sta portando il lettore. Chi scrive una pagina buona sa dov’é la vita e dove , invece, la scrittura fine a se stessa. Chi scrive una pagina buona crea, anziché tentare affannosamente di descrivere. Grazie, scrittore Andrea Ballabio.

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