Ritorno a Krasniy Hutor

Dipinto di Evgeny Kravtsov

Andrea Ballabio


Nel tardo pomeriggio chiama Vika. Cosa fai? Niente, mi bevo un caffè ed esco a fare due passi. Perché non vai dove vivevamo prima? Saluti i vicini, saranno contenti di vederti. Perché non vado? Forse per la solita tendenza a lasciarmi il passato alle spalle, a viaggiare leggero, una specie di recondita paura della nostalgia e dei ricordi. Sono poche fermate di autobus, vado.

Arrivo a Krasniy Hutor, rallento il passo. Voglio gustarmi ogni metro del viottolo tra case basse con tanto legno a vista. Davanti alla rivendita di alcolici vedo V, era una nostra vicina. Barcolla, cade. Mentre si rialza le scendono i pantaloni, altri due le danno una mano. Mi viene l’istinto di prenderla e riportarla a casa, ma una vocina mi dice: fatti i cazzi tuoi, non mettere il cerotto sugli squarci che non serve a niente.

Tiro dritto. Non vado subito dai vicini, allungo un po’ verso il Gastronom, dove ogni tanto compravo pane e sigarette la mattina presto. Esattamente davanti al negozio guardo avanti e la vedo, vedo la sua parte iniziale. La foresta. È ancora chiaro, ma quel primo tratto tra gli alberi è già quasi un tunnel scuro. Capisco perché sono andato fino a lì. Per sentirla respirare, come un enorme animale addormentato. E arriva puntale la raffica di ricordi: la neve, il ghiaccio nudo a primavera, il Posto Buio dove mi aveva portato Sveta la tartara, i cani selvatici al tramonto.

Svolto a sinistra e accelero verso la casa dei vicini. Apre Y, la figlia. Mi abbraccia, dice: sei ancora vivo? “Skolko let, skolko zim” (in russo: quante estati, quanti inverni). Siediti, metto su il caffè. Senza latte, giusto? Giusto. Dopo una ventina di minuti arrivano A e N, i suoi genitori, lei bielorussa, lui ucraino. Altri abbracci, ci sediamo intorno al tavolo in cucina, sulle panche a muro. Chiedo con discrezione di nonno Kolya, mi tranquillizzano. È vivo, sta benissimo. Ma quanti anni ha adesso? N risponde: a febbraio ne fa novanta. Lo chiamano, dicendogli che c’è qualcuno che vuole vederlo. Dopo qualche minuto entra, sgrana gli occhi e spalanca le braccia. Mi bacia sulle guance, dice: è un po’ di tempo che non bacio uno zingaro. Ridiamo. N capisce che non si può reggere a lungo una situazione del genere con del caffè, tira fuori una boccia di vetro. È un distillato che faccio io, lo vuoi assaggiare? Rispondo serio: no, ho smesso di bere. Nonno Kolya chiede: quando? Ieri sera tardi. Risate. A sculettando mette i bicchieri sul tavolo. Y mi guarda e dice: ma sei venuto così? Così come? In maglietta, intende. Dico che non fa freddo. Ridacchiano, vedrai quando esci. Nonno Kolya non perde un colpo, non sbaglia una parola, ha la solita abitudine di partire in russo e continuare in ucraino, la sua lingua madre. Il gatto mi sale in braccio, mi dicono che è bretone di razza. Nonno – sorrido – mancavano solo i bretoni in Ucraina. Ride: se fossi al potere vi prenderei tutti quanti, te e tutti gli altri che scorrazzate per questo paese, e butterei via la chiave! Altre risate, N riempie di nuovo i bicchieri, Y continua ad affettare e a mettere in tavola.

Non è Kiev, non siamo nel 2020. Qui è Krasniy Hutor/Macondo, il tempo non si misura e non si lascia che gli ospiti bevano a stomaco vuoto. È ora di andare, poi gli autobus non viaggiano. Ultima sigaretta in giardino, il nonno è commosso. Gli prometto di farmi vedere più spesso. N mi accompagna alla fermata. Passano i minuti, rimpiango di non aver preso almeno la giacca leggera, mi muovo avanti e indietro per scaldarmi un po’.

Lei respira pesantemente alle mie spalle. Dorme, ma sa meglio di me che presto ci rivedremo.

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