L’opera verticale

Yves Bergeret

L’opera verticale

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

*

Dopo una nuova giornata, il 26 gennaio, trascorsa nel cantiere della cattedrale di Chartres…

Questo poema è il seguito di quello scritto il 14 ottobre 2021 alla cattedrale di Chartres (Giardinaggio/Ponteggi), di quello scritto nel medesimo luogo il 22 ottobre 2021 (Lavavetri/Anima dei ponteggi) e infine di quello scritto similmente il 31 dicembre 2021 (Il velo steso a Chartres).

*

Alberi che l’inverno spoglia,
alghe immense e fragili,
alghe scure, alghe
dei mondi oscuri
gettate dalla marea sulla pianura
fino alle terre profonde,
rami senza nodi
alghe senza rimorsi.

Bolle di vischio
nidi di corvi
alghe in bolle
nel cielo.

Sono uomini quelli
che hanno, dall’ignota pianura,
tirato su centinaia di migliaia
di pietre

hanno creato la montagna di Chartres,
i pilastri, le grotte,
le volte, le guglie,
hanno creato.

L’organo è il cervello della montagna
legno nero e metallo
sospesi
a due lunghezze di corda dal suolo.

Poi il velo bianco
che copre tutto il transetto sud
e sul tessuto dal basso in alto
le sue ombre di linee
orizzontali verticali oblique:
scacchiera d’ombre di tredici riquadri,
cinque case per riquadro,
una obliqua per casa,
scacchiera da sessantacinque case,
scacchiera…

ora da sessantacinque minuti
giorno da sessantacinque ore,
settimana da sessantacinque giorni,
mese da sessantacinque settimane,
anno da sessantacinque mesi

e dietro, semplici,
semplici come giochi infantili,
il rumore intenso di un trapano,
il suono grave di una levigatrice,
il ritmo di un peso su un legno duro

rumori distinti, rumori fugaci
dei miei ammirevoli fratelli percussionisti
che scavano la montagna,
che affinano la montagna

rumori che ampliano,
rumori che slargano anche e femori,
rumori che risucchiano la marea
verso la parte estrema della pianura

rumori che inebriano le alghe
e le tessono in uccelli neri
in uccelli bianchi nel cielo di Chartres.

E’ qui che tu ti arrampichi,
che conosci la montagna di Chartres
dal nodo del cervello di metallo e di legno,
le punte dei tuoi piedi
posate proprio sulla matrice del suono,
i tuoi talloni nel vuoto

ti arrampichi nel corpo ombroso dello spazio,
costruttore di vita, costruttore
di quel modo d’essere sagace
e sorridente nel controluce
della coscienza tragica.

Schiarirsi bene la gola,
è vita.
L’alga è una corda vocale.
L’oceano fluisce
e poi si ritrae.

Gli uomini portano le pietre
fino alla fronte del cielo grigio,
fino alla mano del raschiatore
che leviga la pietra.

Chi raschia la pietra crea il suono,
apre il mondo
e rinasce lui stesso bambino
più giovane ogni giorno.

Rintoccano le campane laggiù
nel grano della nebbia,
le masse battono sopra travi di legno
dietro il grande velo bianco.

I tuoi nuovi passi
non ti fanno mai cadere nel vuoto.
La montagna è l’oceano
che sollevi in verticale.

Ognuna delle sessantacinque case
dell’impossibile immenso
effimero velo bianco
fuori dal tempo dal suono dalla visione
ognuna nel vuoto verticale
ognuna più reale del reale

Ogni casa
un lento battito del cuore
del mondo umano che lento pulsa

Ogni casa
e il suo obliquo
sistole diastole
il tuo sì il tuo no
il tuo sonno la tua veglia

Ogni casa
il respiro del tuo racconto,
puntazione di ognuno dei tuoi talloni
su un forte aliseo
nella cavità del cielo

Ogni casa del racconto,
da cui nasci come d’estate l’arancia
sul suo ramo in pieno vento,
il rimbalzo del tuo tallone
che solleva il vuoto verticale
verso l’arcipelago

Ogni casa bianca
una falange delle tue dita
che sanno afferrare roccia e suono,
che fanno risuonare legno e pietra

Ogni casa bianca
velo di Veronica
che porta l’impronta vergine
dei tuoi due talloni,
delle dieci dita delle tue mani
sonanti.

Ogni casa
l’impronta delle tue costole
nel sudario epico
del tuo percorso di vita,
sul bordo del vuoto verticale
che guardi dritto negli occhi,
che leggi, che vivi.

Ogni casa
sessantacinque volte le tue costole
sessantacinque pagine
dell’amorosa parola
che offri a tutti
a ogni vento

L’arcipelago bianco del tuo respiro,
arcipelago verticale nel cielo nero,
nel corpo senza età
sempre giovane della montagna

Un arcipelago è il tuo corpo
e il corpo di ognuno
dritto tra nodi d’alghe
e rami della pianura

Arcipelago di cui sei una parte,
pesante o leggera,
tra tante altre parti,
un isolotto d’alghe e di corallo,
costruttore scalatore tra tanti
costruttori e scalatori.

Così sul bianco
della pagina verticale
sale il respiro
alternato di tutti noi

il soffio che solleva, adagia la speranza,
il ritmo alterno
dell’umana speranza

E se viene l’ora della rinuncia
il grande velo si tende:
come un vulcano di collera
la montagna di Chartres,
come un vulcano fertile
la montagna di Chartres
ancora di più si erge

Si erge a ogni nuova impronta,
a ogni nuovo slancio del racconto
perché il costruire non ha mai fine

Fino a seicentocinquanta case,
fino a seimilacinquecento case
della scacchiera del grande libro fraterno
che scrittura, scalata, ascolto,
lettura sempre in corso
innalzano nel vento

Innalzano nella cavità dei monti,
sulle ripide creste,
nelle frondose valli
innalzano, ricominciano ogni volta,
trasmettono ogni volta,
mentre si costruisce la tenace carena.

1 commento su “L’opera verticale”

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