Zepin

Dipinto di David Cook (Autoritratto)

Andrea Ballabio


Z morbida, non dura. Giuseppe Bellotti, al secolo. Se ne parlava stasera a cena col vecchio, che ti dice a che ora pisciò Giulio Cesare durante la battaglia di Alesia. E ho detto tutto.

Zepin, un metro e sessantacinque di violenza, capelli lunghi raccolti a coda di cavallo. Cuoco, uomo di osteria, padre di famiglia. Nell’ordine.

L’unica memoria che ho il dovere di tramandare riguardo a Zepin è il bagno nel laghetto ghiacciato il primo di gennaio, la mattina presto. Relata refero, io non c’ero.

Ore 8 e qualcosa, Zepin ancora ubriaco si spoglia, il popolo acclama. Cielo grigio, neve. Zepin inspira, si tuffa, riemerge, tira quattro bracciate e sette bestemmie. Il popolo della piccola, indomita enclave protestante della Brianza esulta, il rito è compiuto, Zepin si è tuffato. L’anno nuovo è cominciato.

Correva l’anno 1986. Il vecchio mi disse: senti, mando un paio di classi (il vecchio era dirigente scolastico) a socializzare in val Grosina. Se vuoi vai su, dai una mano in cucina, porti gli zaini coi viveri. Senza impegno. Per me andava bene, il paese cominciava ad andarmi stretto. In cucina trovai Zepin, ex-cuoco in ristoranti, bordelli, su navi. Maglia di lana a mezze maniche (la baita era oltre i 1500 m), pantaloni bisunti, sigaretta costante. Bicipiti tirati, pancia zero, cattivo come un Osti (l’Osti in Brianza è peggiorativo superlativo, il Nemico per eccellenza). Dall’altra parte io, 180 cm, 60 kg, ma reattivo, cazzo. E sinceramente tanta paura davanti al lupo Alfa, al maschio adulto. Davanti a Zepin in sintesi, puttana vacca.

Zepin aveva il Dono, era un druido, Non sbagliava mai il sale, non calcolava tempi e porzioni, era tutto buonissimo. Io capivo – oddio, a 15 anni è più giusto dire: intuivo – tutto questo, essendo nipote di Sandrina, cuoca eccelsa, e pronipote di Luigia, guaritrice con erbe, orina e sterco animale (se fosse nata solo cento anni prima forse l’avrebbero bruciata sul rogo).

La comunicazione in cucina era essenziale, a monosillabi e bestemmie, quindi ci capivamo al volo. Zepin aveva poi ‘sta abitudine di tenere sempre in mano il coltellaccio triangolare, probabilmente a scopi tecnici. E quando smadonnava con me per ragioni varie lo agitava ritmicamente, tenendomi attiva la flight and fight reaction. L’adrenalina, insomma.

Un giorno un vecchio valtellinese lì vicino pescò un paio di trote nel torrente non lontano dalla baita. Zepin le sfilettò, le saltò nel burro e me ne servì una su un piatto con un aborto di sorriso, ruga tra le rughe di una vita vissuta senza paura né di Dio, né che Dio non ci fosse.

A proposito di Dio, Zepin aveva l’abitudine di segnarsi prima di mangiare, però tenendo stretto il cucchiaio in mano. Come a dire: Dio c’è, la vita è complicata, ma non disturbare il mio pasto. Per il tuo bene e per la tua salute psicofisica.

Anni dopo seppi che Zepin era vedovo, viveva con M, il secondo figlio. La primogenita era tutta lui, una versione fortemente abbellita di Zepin. Insomma, quel tipo di femmina che ti tromba lei, aveva preso i geni Alfa del padre (non dico altro perchè il Brianzastan è delimitato come area e non vorrei mai dover dare spiegazioni una sera in qualche bettola spersa nella nebbia). Gli ultimi tempi bazzicava da Janos (bar Negher), si sorreggeva alla bicicletta perchè faticava a camminare. Ma io giovane gli sorridevo e gli portavo rispetto, non riuscivo a togliermelo dalla mente scattante in cucina col coltellaccio in mano.

Sulla nave vichinga lo skald aveva il suo posto ai remi, come gli altri. Stessi diritti, stessi doveri. Ma allo skald toccava il compito di ricordare e di tramandare, di allungare un po’ questa nostra vita mortale. Perché tra un bicchiere e l’altro ogni tanto si senta la mano dei nostri vecchi sulla spalla, e si percepisca il loro sorriso sereno e sicuro.

Ho quindi stasera umilmente adempiuto al mio compito di skald.

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