La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)

img_2270Il giorno del rapimento di Moro, la piazza grande era affollata. La maggior parte della gente passeggiava. Pure i compagni, che di solito la evitavano. Non ricordo se ci fosse il sole. Leggevo, nei loro volti, una quieta esaltazione.  Quello che era successo non mi commuoveva e neanche m’inquietava. Mi incuriosiva.  Non  mi sentivo toccato dal massacro della scorta. Non amavo i poliziotti, nessun poliziotto si era mai ribellato a un ordine ingiusto, al disonore di sparare su una folla. Questa convinzione non mi ha mai abbandonato. È anche vero che non ho mai applaudito all’uccisione di un poliziotto. 

La gente commentava il rapimento senza la tristezza decantata dai giornali, dalla televisione. Io stesso non ero triste, da una un po’ ebete incoscienza. Qualche anno dopo, in tribunale, dove mi trovavo imputato, insieme a molti dell’estrema sinistra, dichiarai una cosa infame: bisognava disseppellire Moro e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. Seguivo, miseramente, il copione delle dichiarazioni, un rito farsesco che si ripeteva ogni volta davanti ai giudici. A quei tempi scrivevo e distribuivo volantini contro la Borghesia, venivo chiamato o accompagnato in questura, ogni volta;  un giorno, un commissario tentò di convincermi, con un giro di patetiche allusioni, a fare dei nomi. Lo gelai con uno sguardo. Ma mi vergognai come un cane di avergli messo in testa, anche per un solo momento, quella possibilità.

I compagni mi chiamavano il poeta.  

Un ragazzo di Autonomia Operaia, che aveva intelligenza da vendere, mi disse che l’importante era avere coscienza di quello che uno faceva. Gli volevo molto bene. Venne arrestato e passò un paio di anni in carcere. Ma, a differenza di altri, non se ne vantava, non traspariva, nei suoi occhi, nessuna soddisfazione. Mi raccontò di quando, insieme al fratello, era penetrato in una villa attorno a Roma dove avevano rubato delle stoffe costose, per venderle: il padre era malato e l’operazione costava un sacco soldi. Aggiunse, sorridendo, che in quella villa c’erano due cani feroci: li avevano distratti con alcune bistecche. Un altro compagno, figlio di un rilegatore perennemente accigliato, collezionava i fumetti di Hugo Pratt e amava Jack London; si fece cinque anni di galera per una rapina a Napoli. Anche lui generoso, sveglio, un coraggio da epopea: gli anni passati in carcere gli costarono la fine di un amore: lui e la ragazza bionda avevano due cani, credo fossero due collie, Tupac e Amaru. Cinque anni non sono pochi; lei, bellissima, si mise con un giovane malato di cuore, che si bucava. Ebbe altri amori, tutti più o meno disperati. Le scrivevo lettere, e lei, dal carcere, mi rispondeva. Ero immerso nell’umanità. Quando un gruppo di autonomi gettò una molotov nel bar dell’Angelo Azzurro, a Torino, dove arse vivo un ragazzo, scrissi una lettera a Lotta Continua dove accusavo i lanciatori della molotov di essere peggio dei capitalisti che dicevano di odiare. La lettera venne pubblicata e aumentarono, tra i compagni, i miei nemici. Ma nessuno di loro si faceva avanti, nessuno mi chiedeva conto di quelle parole. Poi, uno di loro mi disse in piazza che aveva sentito dire che avevo fatto la spia; gli misi le mani al collo. La sera stessa bussò alla mia porta e mi chiese scusa. Si fece dieci anni di carcere. Non lo vidi più. Un altro mi scriveva da Poggioreale: diceva a tutti che ero la coscienza della rivoluzione. Da un tempo immemorabile è un cadavere che cammina.

L’assassinio di Aldo Moro mi rattristò. Ammazzare un prigioniero, una persona inerme è ripugnante. Mi chiedevo, poi, e ancora me lo chiedo, perché mai i brigatisti non avessero preteso dallo Stato, invece che uno scambio di prigionieri, che venissero, invece, umanizzate le carceri; che i manicomi non fossero più luoghi di umiliazioni, di annientamento; che le medicine per i bambini costassero metà di quello che costavano… Potevano richiedere questo e altro, e non lo fecero; avrebbero inchiodato lo Stato, costringendolo a una intelligenza, a una dignità neanche mai sognata, desiderata, a un rispetto della vita, della morte, ritenuto da sempre una debolezza romantica, un vizio della ragione, una eventualità remota, pensata sempre con sufficienza. Come avrebbe potuto, lo  Stato, rifiutare o discettare su quelle richieste? Brigatisti assassini e brigatisti non violenti avrebbero guadagnato un volto finalmente terrestre, vivo di speranze radicali, agli occhi della classe operaia, del proletariato.  Poiché, tra i dannati della terra, chi poteva trovare il proprio corpo nei comunicati dei rivoluzionari? Quelle parole erano un pugno nella grammatica degli sfruttati. A questo si aggiunge la ieraticità dello stile, il fatto che i comunicati venivano scritti quasi sempre dopo aver ammazzato qualcuno (dopo avergli teso un agguato).

Nell’estate del ‘75 si organizzò, a Potenza, la lotta per la casa. Decine di famiglie cercavano una casa decente. In quel periodo conobbi donne, sposate e no, di una bellezza malinconica, o selvatica, da innamorarsene. Ero nato e vissuto in un vicolo di Fuori la Porta, a un passo dai cessi comunali e a due passi dal bordello. Molti dei miei amici di allora andavano scalzi d’estate e recuperavano scarponi usati, per l’inverno. Abitavano sottani dove l’unica finestra era la porta, quando si spalancava; versavano i secchi di  piscio e merda in un buco che si trovava sul primo gradino, vivevano in una stanza di venti, trenta metri; le donne, le ragazze portavano lo specchio fuori per pettinarsi, i più fortunati si riscaldavano al braciere o alla fucagna; gli adolescenti facevano i manovali, gli apprendisti da un falegname, un barbiere, un meccanico. Le signorine del bordello invecchiavano senza gloria.

Durante la lotta per la casa, feci un giro, entrai in abitazioni folli di miseria, vidi una donna che somigliava a mia madre: la stessa, inquietante nobiltà nello sguardo; accanto a lei, un bambino biondissimo, gli occhi lucidi di febbri che non passavano. Case notturne. Scacciavo la poesia come un cane pronto a  mordere le ombre.

Non ero marxista, non ne sapevo niente. Una mattina andai a salutare Gigi, il mio amico di sempre. Era tornato in città da qualche giorno e doveva ripartire per l’università. Mi trovai in una scuola, che allora si chiamava l’Industriale, ex Cavaiola, frequentata da figli di operai. L’avevano occupata. L’amico era con loro e si dava da fare per razionalizzare la rivolta. Era pratico di rivolte. C’era una grande confusione, vedevo belle facce, capivo poco di quello che stava succedendo. Non mi impressionò il fatto che i ragazzi stessero barricando l’entrata, lo facevano con i banchi trasportati nell’atrio. Passarono pochi minuti e vidi risalire la gradinata, là davanti, una ventina di poliziotti. Uno di loro, non più giovane, spaccò i vetri con un’accetta. Altri poliziotti entrarono da una porta posteriore. L’amico invitò gli studenti a sedersi sul pavimento e tenere le braccia dietro la schiena. Comparvero altri poliziotti, in pompa magna; davanti a tutti, uno smilzo in borghese, con la fascia tricolore. Cominciarono a manganellare alla cieca, mi presi un paio di botte sul collo. Ero confuso, per niente impaurito, guadagnai una uscita, c’era uno spiazzo; invece di scappare, mi fermai a guardare due poliziotti che menavano un ragazzo; uno dei poliziotti faceva roteare una mazza di ferro. Cercai con gli occhi  qualcosa da usare come arma e avrei rischiato di grosso. Quando lo seppe mia madre e mi vide, si preoccupò solo che quelle manganellate non mi avessero fatto troppo male, guardò il livido e disse, sorridendo, che era niente.

Quella fu la mia iniziazione al comunismo, una parola che gridavo nelle manifestazioni. Non gridavo altro. Altri slogan mi sembravano letterari. Mi piaceva quel coooomuuuuniiismo! Il mio amico ripartì il giorno dopo. Prima di prendere il treno, facemmo una corsa in auto e vedemmo migliaia di ginestre fiorite.

Una sera, un siciliano: conviveva con una donna che conoscevo da bambino, ritenuta per molto tempo una malafemmina, compagna di mia sorella Lucia, ammazzò tre agnelli e li arrostì sulla brace, all’aperto. C’era aria di festa.

Ci fu una seconda lotta per la casa, l’anno dopo. Le riunioni si tenevano nella sede di Autonomia Operaia. In quei giorni un ventenne correva in città, allarmato. Gridava “I fascisti, i fascisti!”. Non era inseguito da nessuno, ma vedeva fascisti dappertutto. Feci amicizia con un padre di famiglia, si chiamava Dabbene. Mi invitò in una cantina di Piazza XVIII Agosto, un posto gestito da un signore gentile che sembrava aver fatto per tutta la vita il mescitore di vino. Il mio amico ordinò due passiti. Non avevo mai bevuto vino né altri alcolici. Dabbene venne chiamato da un avventore seduto nella penombra, andò a salutarlo. Nel frattempo mi calai cinque passiti che mi stordirono e mi misero allegria. Quando l’amico tornò al banco, bevve il suo bicchiere, chiese il conto per due passiti e non fiatò. Conobbi Rocco, faceva il centralinista in ospedale, soffriva di cuore, gli piaceva il vino, ma non beveva; aveva una moglie con un petto e degli occhi assai belli. Sognava una casa dove fare due passi nelle stanze. Partecipava alle riunioni anche un muratore, Turlione, simpatico, balbuziente, faceva ridere, era commovente quando ripeteva quello che sentiva gridare, nelle manifestazioni. [Rocco Brindisi]

(QUI LA SECONDA PARTE)

4 pensieri riguardo “La rivoluzione ha ignorato Bach / prima parte (di Rocco Brindisi)”

  1. Mi ha molto colpito questo scritto intriso di lotta. Sto studiando, un po’ per passione e molto per un libro che sto scrivendo, il ’68 in tutte le sue forme e mi sono emozionata a leggerlo. Grazie di averlo pubblicato!🎩

  2. Grazie a lei per aver letto, apprezzato e commentato. Ribadisco qui che, per me, Rocco Brindisi è scrittore e poeta di altissimo valore ed è un onore e una gioia ricevere da lui gli inediti che poi vengono proposti all’attenzione dei lettori della Dimora del Tempo sospeso.

  3. Il segreto del buon racconto autobiografico è l’atteggiamento
    del narratore: la giusta vicinanza e distanza dall’io del passato.
    È un equilibrio molto delicato che spesso non si trova.
    RB, in questo testo, l’ha trovato. Cercherò di diffonderlo
    tra lettori giovani.

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