I tatuaggi della nonna


Crescenzio Sangiglio

patiannaharootian.com


1) Premessa

A tutti è noto – o almeno dovrebbe storicamente essere noto – il genocidio perpetrato nel 1915 dai Turchi a carico delle popolazioni armene in Turchia.

Più di 1.500.000 Armeni (uomini, donne, bambini, giovani e vecchi) trovarono una tormentosa morte nei deserti e nelle montagne della Turchia centrale durante interminabili marce forzate e insostenibili lavori forzati, in condizioni di estrema crudeltà e spietatezza.

A tale riguardo comunque va segnalato che tale genocidio – il primo del XX secolo e quello con il maggior numero di vittime – sostanzialmente fu per così dire la conclusione, la summa di una persecuzione razziale/confessionale iniziata, con buon successo, non c’è che dire, già nell’Ottocento.

Ora, si ritiene non ozioso, prima della lettura del testo che dà il titolo alla presente esposizione (“I tatuaggi della nonna”) ricordare nondimeno per sommi tratti alcune situazioni che descrivono significativi segmenti della procedura genocida attuata dai Turchi nel medesimo periodo in cui in Europa tutti erano “occupati” a svolgere le operazioni della 1a guerra mondiale.

Nello scorcio del XIX secolo le popolazioni armene, non facendo ancora parte di una definita, organizzata e territorialmente circoscritta sovrana entità statale, si trovavano sparse in una vasta area all’epoca situata tra l’impero russo e quello ottomano, nella regione subcaucasica, più o meno simile alla diaspora ebraica.

Nella Russia degli zar gli Armeni potevano vivere un’esistenza relativamente tranquilla e sicura sotto un regime per lo più tollerante, anche se non mancavano ogni tanto le operazioni di “russizzazione” in ambito di massicci comparti di genti armene.

Nella Turchia ottomana invece le persecuzioni costituirono sempre la regola assoluta nei confronti dell’elemento armeno che non cessò mai di subire ogni tanto nel tempo più o meno estesi pogrom riduttivi della sua entità demografica, solidità economica e presenza confessionale.

Alla fine del XIX secolo, quando emersero non pochi movimenti nazionalisti/indipendentisti/irredentisti un po’ dappertutto, il sospetto del Sultano circa l’esistenza presso gli Armeni di fondate tendenze libertarie, esasperate dalle non proprio nascoste intenzioni annettive russe di vaste regioni ai confini nord-orientali della Turchia, si tradusse in una precisa volontà di eliminazione fisica di ogni pericoloso, supposto o potenziale, focolaio insurrezionale in quella zona cruciale dei confini russo-turchi.

Così, Abdul Hamit II (1842-1918) non esitò a decretare una selvaggia “caccia all’Armeno”, conclusasi con la strage di Sassun: esecuzioni di massa che nel biennio 1895-1896 costarono agli Armeni più di 300.000 morti.

Pochi anni più tardi, con il sopravvento dei Neòturchi nel 1908 e nel quadro delle “riforme” demografiche, economiche, “culturali” e religiose messe in atto per legge o senza legge, una procedura di soppressione di tutte le minoranze che non fossero di origini turcofone fu concretizzata con spietata determinazione,

Il 26 aprile 1915 cominciò a funzionare il piano del ministro dell’interno Talaat Pascià con l’arresto e l’esecuzione sommaria dei primi 250 maggiorenti Armeni di Costantinopoli.

Quello costituì l’input di un progressivo “vandalismo razziale” di proporzioni mai viste prima.

Da quel giorno in poi, fin quasi la metà del 1918, si svolse il sistematico massacro di oltre un milione e mezzo di armeni, senza distinzione di sesso ed età, compresi bambini ancora non nati nel ventre delle loro madri.

Ed è appunto il 26 aprile che è stato fissato come Giornata della Memoria per commemorare il genocidio armeno.

Naturalmente nessun colpevole dello sterminio fu mai sanzionato, penalmente punito, sebbene l’Impero Ottomano, allora alleato delle Potenze Centrali, facesse parte dei paesi sconfitti nel primo conflitto mondiale e pertanto avesse dovuto essere soggetto al pagamento di precise “penalità” di varia natura (giuridica, politica, economica, territoriale, ecc.) anche per quanto riguardava le ampiamente e variamente documentate stragi armene, e non solo!

E nessuno dei vincitori intese mai chiedere ai Turchi conto per il gigantesco disastro umanitario da essi provocato negli anni 1915-1918!

Una vergogna storica indelebile per le “civili” potenze europee occidentali.

E come se non bastasse, non è possibile non rammentare un “particolare” della massima importanza, certamente da non sottovalutare: nel periodo 1916-1917 si concludeva altresì un altro genocidio, quello dei Greci pontiaci, pure perpetrato dai medesimi Turchi, con almeno 360.000 vittime e ugualmente rimasto non solo impunito, ma neppure ancora internazionalmente riconosciuto e dichiarato, cosa ampiamente doverosa, si ritiene senza ombra di dubbio.

Infine, parlando di responsabilità nazionale, viene spontaneo ricordare come sia nel genocidio armeno che in quello greco-pontiaco sostanziosa ed influente fu la partecipazione germanica sull piano logistico e della pianificazione delle operazioni repressive: generali di stato maggiore tedeschi ed altri ufficiali superiori (v. ad es. Otto Liman von Sanders, tra gli altri) “aiutarono” massimamente alla progettazione e sopra tutto alla capillare realizzazione delle due “campagne” turche con preziose e “sicure” indicazioni procedurali di organizzato sterminio collettivo.

Nulla di strano pensare che tutto ciò possa addirittura configurarsi come una specie di prova generale dello “spirito germanico” per quello che, venticinque anni più tardi avrebbe seguito in forme naturalmente molto più sofisticate nel micidiale Olocausto ebraico, pure esso conseguenza di mortale insofferenza razziale verso un intero popolo, assolutamente simile a quella turca nei confronti dei popoli cristiani.

Ovviamente in quegli anni la censura nei territori tedeschi impedì nel modo più severo qualsiasi propalazione di notizie attinenti a tali massacri compiuti dagli amici Turchi.

Solo nel 2015 la Germania riconobbe all’evento dello sterminio degli Armeni la definizione di genocidio, sotto la forza di varie pressioni all’interno della compagine parlamentare proprio in occasione del centenario commemorativo.

Peraltro, la Turchia continua a tutt’oggi, malgrado ogni evidenza ed ogni testimonianza scritta e fotografica, ufficiale e diplomatica, a rifiutare di ammettere il compimento dell’atto criminale e la sua realtà, non solo riguardo agli Armeni, ma anche ai Greco-pontiaci, come pure ad altre entità nazionali-religiose (Assiri, Ebrei).

In ogni modo sinora 31 paesi hanno avuto l’onestà morale di riconoscere il genocidio degli Armeni, il primo (Russia) nel 1995, l’ultimo (Portogallo) nel 2019. Vi è stato inoltre il riconoscimento da parte del Consiglio d’Europa, del Mercosur (il Mercato Comune del Sud americano), del Parlamento Europeo.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America, il genocidio è stato riconosciuto da 43 Stati, oltre al Congresso con finale riconoscimento statale nel 2021 da parte del Presidente Biden.

Infine quattro regioni autonome della Spagna (Paesi Baschi, Catalonia, Isole Baleari, Navarra), la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord nell’ambito della Gran Bretagna, nonchè il Nuovo Galles del Sud e l’Australia Meridionale hanno regolarmente riconosciuto il genocidio.

A questo punto illuminante della tradizionale, per così dire, barbarie che ha sempre contradistinto nel corso del tempo (senza dimenticare, per ultimo, le “epurazioni etniche” dei Cudi nel nord della Siria e dell’Iraq oltre che sopratutto nella stessa Turchia fino al 2021) la invadente presenza ottomano-turco-turanica presso popolazioni allodosse nella vasta regione medio-orientale, risulta il testo che segue quale individuante indice comportamentale di un’intera gente nazionale geneticamente e caratterialmente consolidato nei secoli e tale da mantenere identici caratteri distintivi allora e oggi, sia pure dietro a deformanti apparenze e simulazioni di civiltà.

Un particolare, poi, da tenere debitamente presente, è la circostanza per cui le prove assunte dalla scrittrice e regista Hardalian sia nella produzione dei suoi relativi lungometraggi sia nelle diverse interviste rilasciate dal 2012 in poi, si trovano tutte negli archivi della Società delle Nazioni, pertanto in un luogo al di sopra di ogni sospetto di parte, irrefutabile.

Al termine della lettura, ad ognuno il compito (o anche il dovere, perchè no?) di trarre le opportune considerazioni, personali ma obbiettive, considerazioni e conseguenze – queste e quant’altre simili – che è gran tempo di smettere di voler celare sotto più o meno comodi tappeti, nazionali e internazionali.

Il racconto che segue appartiene per ampi stralci alla scrittrice e regista armeno-svedese Susan Hartalian. È il racconto sugli abbominii compiuti dai Turchi e Curdi nel 1915 a carico di oltre 300.000 donne e ragazze (perfino di 8-12 anni) Armene rimaste sole dopo che tutti gli uomini delle loro famiglie erano stati uccisi, in balia dei loro rapitori, un’efferatezza sinora ignota agli studiosi del “fenomeno” genocida armeno.

Erano, queste donne e bambine – nella espressione della Hartalian – come i frutti che si trovano sugli alberi lungo le strade: ognuno e tutti potevano prenderne a volontà, esposte ad un mercato spietato e feroce, in un ambito tribale primitivo dove il valore delle compravendite variava a seconda dell’età e dello “stato di uso” di ciascuna di esse.

A seconda poi della tribù, venivano marchiate con particolari tatuaggi sulle mani, intorno alla bocca, sul mento, sulla fronte e su altre parti del corpo, una pratica per certi versi simile a quella eseguita sugli animali, quale indicazione di assoluta proprietà e appartenenza: una specie di patrimoniale sigillo di possesso sulla pelle e sulle carne di quelle sciagurate.

Ciò che comunque stupisce è la realtà omertosa che dal 2011 (data di uscita del film Granma’s tattoos) ad oggi continua a riscontrarsi, un silenzio-vergogna per le coscienze individuali e la coscienza collettiva di ogni nazione civile che rispetti se stessa, perchè la lontananza nel tempo di quegli eventi certamente non oblitera il loro insito carattere delittuoso, ancor più se si tiene conto di quanto atroce ed efferato di matrice turca è stato ancora compiuto appena 40 anni fa a Cipro e tuttora, nel vigliacco mondiale silenzio, viene compiuto a carico dei Curdi in Siria, Iraq e Turchia.

2) “I tatuaggi della nonna” dicono sempre la verità

“I tatuaggi della nonna” dicono sempre la verità.

Donne che non volevano toccare nessuno e neanche volevano che altri le toccassero – fossero perfino i loro figli e i loro nipoti.

Tutte di origine armena – e tutte avendo avuto la medesima traumatica sorte durante il genocidio degli Armeni nel 1915: ancora ragazzine, furono costrette nei modi più bestiali a diventare “spose” di uomini turchi e curdi e, violentate e sottomesse, partorire poi i loro figli.

Sono le donne che venivano tatuate sulle mani, sul volto e sul corpo in segno di soggezione e schiavitù.

Osservando i ritratti fotografici di queste bambine e giovani donne armene con i tatuaggi, la prima cosa che si può riscontrare sono le labbra contratte, tormentate e lo sguardo “vuoto”, gelido, rancoroso.

Somigliano a madonne schiantate, profanate nel modo più brutale, che non hanno mai ottenuto giustizia e neppure d’altra parte sono state “perdonate” dai propri connazionali per essersi ridotte, sia pure contro la loro stessa volontà, a puri e semplici, squallidi e tragici oggetti procreativi del nemico ottomano.

E come tutte sole hanno cominciato il proprio, personale inferno, così tutte sole sono rimaste anche durante la loro intera esistenza, fantasmi imprigionati nei loro amari ricordi, prigioniere del dolore e della inesorabile rabbia che le consumava le viscere.

Sono state queste le migliaia di ragazzine armene che, nel genocidio del 1915, subirono violenze sessuali, forzate a diventare concubine dei loro rapitori turchi e curdi, di quelli che le marchiavano con i tatuaggi sulle mani, sul viso e sul corpo come connotato di possesso e asservimento, ma anche per distinguerle dalle altre “oneste” donne musulmane!

Dopo alcuni anni di “usucapione” in quanto “oggetti” di infimo valore e importanza e dopo aver dato alla luce bambini frutto di continui stupri, alcune di loro furono restituite o liberate con l’aiuto di organizzazioni umanitarie armene e internazionali.

Solo che queste donne rappresentarono dei veri e propri tabù per lo stesso popolo armeno: furono disprezzate anzichè trovare assistenza e consolazione, ciò che ebbe per conseguenza una specie di domino a lenta combustione, una reazione a catena.

Contaminate e indesiderabili!

Le donne con i tatuaggi non avevano posto da nessuna parte, in nessuna società – nè presso i loro carnefici, nè presso i loro connazionali – pur essendo le vittime più tormentate di un ben predisposto piano di pulizia etnica.

E siccome l’ambiente armeno le aveva bandite in quanto svergognate, infette e impure, e non avendo nessun’altra via d’uscita, accadde l’assurdo che un certo numero di esse cercarono di tornare indietro, ancora presso gli stessi turchi carnefici!

Ovviamente non solo non furono accolte, ma si trovarono ad essere ingabbiate dentro un piano di spedizione verso le più svariate destinazioni di sfruttamento: a Beirut nel Libano, a Marsiglia in Francia, negli Stati Uniti d’America.

Ed è assai indicativo, in particolare, ciò che accadde proprio a Beirut nel 1924 quando la maggior parte di loro nel loro tormento psichico si sottoposero a operazioni di ricostruzione dell’imene!

Un inutile davvero tentativo di “riabilitazione”, perchè il loro passato veniva subito svelato dai tatuaggi sulla loro pelle!

Erano state condannate a vedere su di sè, tutti i giorni della loro vita, quei sfregi come una permanente rievocazione degli orrori che avevano vissuto. Addirittura ci furono alcune che cercarono di farli scomparire versandovi dell’acido, deturpandosi così il volto e il corpo.

Un atto di disperazione senza pietà!

“Nonna, perchè porti i guanti bianchi?”
È una domanda che potrebbe ben rimandare alla favola della bambina Cappuccetto Rosso con il lupo malvagio trasformàtosi in nonna per divorarla.

È una storia però assolutamente più che vera.

Tutt’e tre vissero per molti anni nel deserto, in obbedienza ai principi dell’Islam osservati dalla tribù che le aveva acquistate o rapite, avendo cambiato i loro nomi: Lucia era diventata Nesekè, sua sorella era diventata Hanùm e la loro madre Marguerite era diventata Meryem.

La loro storia divenne comune segreto di cui però fu fatto divieto di parlarne, sì che le bocche erano a lungo rimaste ermeticamente chiuse.

Quando la giornalista e regista armeno-svedese Susan Hartalian, nipote di Hanùm, venne con molta fatica a conoscere la verità dalla viva voce della sua stessa madre, girò qualche anno dopo il documentario I tatuaggi della nonna (Grandma ‘s Tattoos) nel quale viene riportata la storia del violento rapimento di migliaia di giovani donne e ragazzine durante il genocidio degli Armeni nel 1915.

“Mia nonna aveva appena 12 anni quando fu rapita e costretta a vivere per sette anni con un uomo. Io non l’ho mai amata, nè lei ha amato me. Lo stesso anche con mio padre, che lei aveva partorito subito dopo essere stata “restituita”: egli era sempre distante, distaccato e per nulla espansivo. Lei non lo aveva accarazzato neanche una volta. E per quanto me ne ricordi, lei portava sempre dei guanti bianchi. Per non far trapelare il segreto”.

L’immagine di Hanùm nella memoria della Hartalian era collegata ad un paio di guanti bianchi. La ricorda mentre li indossava di continuo, in un tentativo di coprire i suoi tatuaggi e fors’anche di purificarsi mediante il loro color bianco.

Ma anche la 98enne sorella della sua nonna, Lucia, ancora in vita durante la produzione del documentario, ostinatamente negava gli eventi ripetendo con rabbia che “i ragazzi semplicemente giocando si facevano dei tatuaggi”.
La ferita “ereditaria”.

Quegli abbominevoli segni incisi indelebilmente sulla pelle non solo hanno stimmatizzato i corpi di quelle infelici ragazze in tenera età rapite, violate e obbligate a vivere nei deserti della Siria e dell’Iraq, ma parimenti hanno bollato nella maniera più scioccante non solo tutta la loro vita, ma anche quella delle loro famiglie.

I loro figli hanno imparato a parlare sommessamente delle loro madri gelide e scostanti per evitare che, a loro volta, i propri figli venissero a sapere dell’oscuro segreto della vergogna e conoscere poi la verità delle loro “disonorate” nonne con i tatuaggi.

Intere famiglie, nel tentativo di sentirsi “naturali”, dovettero tacere per una convenzionale questione di perbenismo, tenendo celato il più tenebroso e doloroso pezzo della loro storia personale.

Sulla base delle risultanze di uno studio antropo-sociologico pubblicato nell’edizione online della rivista British Medical Journal, lo stupro di popolazioni inermi in tempo di guerra costituisce una consolidata pratica d’intimidazione, il cui scopo non è tanto quello di colpire l’integrità fisica delle singole persone, alla cui sorte sono assolutamente indifferenti, quanto quello di ottenere il pieno annientamento psicologico e sociale delle stesse, sopra tutto donne, e raggiungere così la progressiva disorganizzazione razziale di intere comunità.

Sembra dunque che la violenza e il genocidio quali strategie di guerra esprimano ben un modo molto efficace di sterminio dell’avversario colpendolo “geneticamente” con uno strazio che ossessiona anche le generazioni successive.

Nello stesso tempo, nondimeno, provocano una inestinguibile ostinazione a continuare a vivere ed esigere invano giustizia.

Un vicolo cieco di dirompente supplizio psicologico e totale sfascio del primigenio “collante” sociale: la coerenza ereditaria del nucleo familiare.

Un danno quindi con incontrollabili prospettive di “corrosione interna” di un intero popolo (rif.: Elena Kiurtsì in http://www.armenica.gr gen.-mar. 2015, n. 84).

Crescenzio Sangiglio

2 pensieri riguardo “I tatuaggi della nonna”

  1. Il grado complesso e compiuto di crudeltà che l’animale uomo ha dimostrato nella storia, credo sia davvero un hapax legomenon di cui la stessa natura si perplessa

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