La rivoluzione ha ignorato Bach / seconda parte (di Rocco Brindisi)

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(QUI LA PRIMA PARTE)

Fu in quell’anno, era il ’77, che arse vivo un bambino, nell’androne di un palazzo dove qualcuno aveva gettato una molotov.

Il sonno. Il dono incredibile del sonno. L’insonnia di Émile Cioran, che, affermava, era stata la sua amante perfetta, l’unica realtà senza maschere, un dono che lo costringeva a girare tutta la notte ascoltando i suoi passi sui ciottoli. Un bambino raccoglie un dito di fango, ci sputa sopra, lo passa sugli occhi spenti di Dio che, finalmente, dorme. E, dormendo, vede il mondo, il dolore senza speranze, la sua mostruosità, la la propria grottesca perfezione e quella, altrettanto ironica, delle stelle. Per molti esseri umani, svegliarsi è un incubo. La madre di Cioran amava Bach, lo ascoltava, lo suonava. Quest’amore lo passò al figlio, che ha amato Bach fino alla fine. Diceva che Bach va oltre Dio. La rivoluzione ha ignorato Bach. Giorgio cercava la gioia di Bach e la trovava anche quando non riusciva più a carezzare la donna che amava, perché le sue mani erano diventate un ornamento: avrebbe potuto pensare che le sue mani fossero un’ombra perfida del suo corpo, ma non lo pensava. Non pensava che alla gioia di ascoltare la gioia. Mia madre avrebbe amato Bach. Lei, che era una maestra dei rammendi, avrebbe ricucito gli strappi della pelle di Dio con quella musica. Avrebbe ricucito le ferite del sonno dei suoi figli. 

I rivoluzionari che sparavano alle spalle, in faccia, alle gambe, nell’ansia di scrivere comunicati, dove le parole avevano qualcosa di pederastico.

Mi trovavo a Roma per amore. Entrai in un corteo. Erano in migliaia, protestavano contro l’assassinio di un compagno, era stato ammazzato da un poliziotto. Il corteo attraversò mezza città e io guardavo, senza stancarmi, una moltitudine di facce. Si fece buio, la processione si sciolse in una piazza. Si formarono le file ai gabinetti di un bar. Mi affacciai sulla strada e vidi arrivare uno schieramento di compagni: avanzavano compatti, somigliavano a truppe di legionari. Avevano fatto tardi all’appuntamento, la piazza era vuota. Si sciolsero nell’aria malinconica. Due giorni dopo, la verità: il ragazzo non era stato ammazzato da un poliziotto, ma gli aveva sparato un compagno.

Dopo l’incendio dell’Angelo Azzurro, qualcuno si ribellò all’idea che tutto avesse un senso, ma nessuno pensò  che dopo quell’assassinio non si poteva continuare a sognare. Vi sono delitti che non ammettono di coltivare speranze. Per conservare il potere, anche Dio si riveste di speranze.

Dopo qualche anno diventai un cleptomane, pervaso da un coraggio ottuso. Rubavo libri, maglioni, scarpe, prosciutti, bottiglie di liquori che regalavo agli amici. Neanche una volta mi venne in mente che, se mi avessero preso, avrei perso il lavoro, avrei accumulato una oscena, triste eredità per Anna, mia figlia;avrei gettato Maria nella disperazione. Non ero solo, cristo! Avevo una famiglia. Potevano cogliermi in flagrante, arrestarmi. Ogni volta che Maria mi vedeva uscire con la borsa a tracolla, tremava. Ma non bastava a farmi riflettere. Ero assalito da una demente vaghezza. Ancora oggi non mi perdono quella temerarietà senile. Non si trattava di espropri proletari (non mi era mai saltato in testa di mettere al mondo quella pratica rivoluzionaria così in voga in quegli anni). Rubavo per allegria, una miserabile allegria Mi cullavo nel mio rachitismo mentale. Uscito dai supermercati con il bottino, ci tornavo, subito dopo, fino a riempire il cofano. Un guardiano mi afferrò il braccio e mi portò in direzione. Era la vigilia di Pasqua. La feci franca per miracolo. Venni colto di nuovo sul fatto, era uno che conoscevo e mi lasciò andare. Mi capitò di farlo in una libreria, mentre ero in compagnia di Maria, mia moglie. Insomma, ero un pericoloso coglione. Quei furti non sarebbero mai diventati “I racconti della volpe”. La mia cecità era una farsa (vi sono farse nobili oltre che divertenti). Fu la noia a farmi smettere, non la coscienza. Ho avuto culo nella vita, ma la fortuna, a volte sfacciata, mi insegnava poco o niente.

Volevo che regnasse la giustizia sulla terra? Lo volevo. Nutrivo una predilezione per i reietti? Non è una menzogna. Tra gli amici comunisti c’era qualcuno che amavo. Anche quelli invisibili, che lottavano con le armi, e senza, in paesi lontani, gente che avrebbe dato la vita, e la dava, per il più sconosciuto degli uomini. Ed erano comunisti, spiati, traditi, torturati, fatti fuori da altri comunisti e, altrove, da fascisti. Assieme a Piero, nella casa di fronte alla chiesa, seguii i giorni della rivolta di Praga, l’invasione dei carri armati russi, lo splendore e la fine di un sogno. 

Franco era una colonna di Lotta Continua. E anche se declamava i suoi discorsi (quelli che avrebbe fatto nelle piazze) davanti al suo cane, scuotendolo, quando il cane si distraeva un po’ troppo, era il compagno meno esaltato, il più affabile.

Lo rividi che aveva cinquant’anni. Viveva a Roma da molto tempo. Capitò in città. Stava insieme a un ragazzo, forse era suo figlio. Ci salutammo. Aveva gli occhi persi in un pensiero, di quelli che ti scannano, appena svegli e sai che ti scanneranno tutto il giorno. Il ragazzo sembrava spaventato, e lo era, immerso in  un’adolescenza scura, silenziosa, atroce; il corpo affranto da una malinconia che gli stava addosso senza dargli respiro.

Sandro era stato operaio della Fiat a Torino. Lo avevano licenziato. I compagni lo presentavano alle riunioni come un fulgido esempio di sabotatore del Capitale, e lui sorrideva , incredulo, di tante attenzioni. S’inventò il mestiere di imbianchino,aveva moglie, figli, viveva al tredicesimo piano di un casermone, dove era triste affacciarsi.

Il lacchè non ha età, non nutre nostalgie, trova insopportabili le storie, i fatti, le fole del mondo, e tutto quello che, nella sua testa, e sulla bocca  degli altri, prende la forma di un racconto. Se in una storia si dice di un vecchio che sorride per farsi perdonare un colpo di tosse improvviso, una scoreggia, quel sorriso ci commuove e cancella la superbia dei tempi; il lacchè non corre questo pericolo, perché detesta le storie; presta attenzione solo a ciò che conferma ed esalta i suoi calcoli. Non ha amici, ma complici; se crede in Dio,  lo immagina come il Complice Supremo. Se non crede in Dio, crede nella complicità della Sua Assenza.  Prova fastidio, se non orrore, per la propria infanzia: “età oscura”,  dove gli è difficile rinvenire la sua vocazione al “tornaconto”. Non si vergogna di nulla; se si vergogna non lo fa mai dolorosamente né gratuitamente; lo fa solo quando la sua  vergogna serve ad accrescere il suo potere, il suo servilismo, la sua distanza dagli infiniti fantasmi che sono gli altri. Non sente quello che chiamiamo il passare dei giorni, appartiene all’eternità. Si chiede quali vantaggi potrebbero venirgli dall’aprire una finestra, dalla risata timida, luminosa di un bambino… dalla morte.

I cantori, anche quelli muti, del Nazismo, trovarono generosa l’idea di sopprimere bambini e adulti malati di testa o deformi. Rimasero a guardare, quando i vicini venivano presi, imprigionati, impiccati; quando vecchi signori, più innocenti di Cristo, venivano processati e insultati dai giudici. Poeti, scultori, pittori, musicisti, attori, i barbieri, idraulici,  insegnanti che non fecero le spie, ma non difesero i loro colleghi espulsi dalle scuole, con i loro figli.

C’è chi applaude, al passaggio di una bara con dentro un bambino martoriato. Quella che è diventata una consuetudine è il nostro farsesco e disumano sguardo sulla morte. Un padre, che sente battere le mani al passaggio del figlio, si commuove, è costretto a commuoversi. La capacità di reagire a certe mostruosità è quasi nulla, ormai. Un tempo, non lontano, il grido dei poveri, per la morte di un figlio, era l’altra faccia del silenzio, del pudore… [Rocco Brindisi]

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