Obelischi

shadow of esquiline piazza dell'esquilino rome 2016Il doppio versante del libro Obelisks (Danilo Montanari Editore, Ravenna 2021), vale a dire le fotografie di Gary Green da una parte e i testi in inglese di Gianluca Rizzo dall’altra, si spiega con la sua struttura “a specchio” costituita dalla prima sezione di fotografie in bianco e nero di obelischi egizi ancora visibili a Roma e dalla seconda sezione di lunghi testi in versi; Roma, ovvero la città al mondo con il maggior numero di obelischi egizi ancora in loco, già capitale di uno degli imperi più potenti della storia, si rispecchia negli obelischi di vario genere e fattura eretti negli Stati Uniti d’America – gli Stati Uniti d’America, a loro volta forse inaspettatamente ricchi di obelischi, si rispecchiano nell’antica capitale dell’Occidente; quella di Green è una ricognizione e degli obelischi romani e della gente che entra in contatto con essi – quella di Rizzo è una ricognizione in forma di parole degli obelischi eretti in terra d’America e delle loro ragioni; il fotografo si aggira per le piazze, sui selciati, tra le ombre e tra gli ospiti di Roma, il poeta si muove tra luoghi fra loro anche distanti degli U.S.A. impiegando un vasto materiale verbale e documentario quale apparato descrittivo ed ermeneutico. 

Il libro possiede una forte valenza politica perché la focalizzazione sia dell’obiettivo fotografico che della scrittura sul tema dell’obelisco conduce a considerare uno dei modi con cui il potere (imperiale) si è reso e si rende visibile: le nitide fotografie di Green, capaci di restituire la singolare, magnifica luce di Roma, non si limitano a riprendere alcuni obelischi, ma, concentrandosi anche sull’ombra proiettata da essi sul selciato o sulle facciate, cogliendo alcuni turisti in visita nella città, fotografando (non a caso) proprio il busto di Machiavelli del Pincio, gli interni del Pantheon, la cupola di San Pietro vista da una stazione di rifornimento, la forma “a obelisco” di un espositore di cartoline fuori di un negozio di souvenir, i manichini vestiti con abiti talari nella vetrina di un negozio di articoli religiosi, mostrano la dialettica plurimillenaria tra potere civile e potere religioso, la presenza costante e pervasiva anche a livello commerciale di quest’ultimo, la probabile inconsapevolezza della stragrande maggioranza dei turisti che si aggirano nelle strade e nelle piazze romane visitando porzioni limitatissime e stereotipate della città della quale non sanno decifrare segni, stratificazioni, spazi.

Se l’intero libro è anche un apologo sul potere e sulle sue manifestazioni, sulla percezione che si può avere (o non avere) di esso, sulla capacità del potere stesso di celebrarsi e di farsi ammirare (in questo caso tramite la visibilità e la presenza, anche fallica, dell’obelisco), oppure, nello stesso tempo, di manifestarsi pur senza farsi percepire come potere, ebbene questo significa che ogni tentazione o deriva estetizzante viene evitata in direzione di un’assunzione dell’arte fotografica e dell’arte scrittoria quali messa in atto di un processo conoscitivo, critico, dialettico, storicizzante.

Gianluca Rizzo affronta la scrittura in una lingua che, pur perfettamente dominata in tutte le sue sfumature e altrettanto perfettamente conosciuta nei suoi portati storici e culturali, non è la lingua madre dell’autore, ma proprio la lingua dell’impero, quella di Whitman… così come quella di Trump. In più, la scelta di uno scrittore e poeta di lingua madre italiana di scrivere in altra lingua è dettata anche dalla scelta di frapporre tra sé e la materia trattata un ulteriore diaframma, perché, anche se Gianluca Rizzo domina perfettamente e certamente ama profondamente l’inglese, in ogni caso una lingua diversa dalla propria obbliga a pensare secondo parametri più o meno differenti, ma comunque altri; essa costringe a mutare i propri paesaggi interiori, ne fa apparire di nuovi, nella contaminazione che ne consegue s’innesca un tour de force virtuoso per suggestione e densità concettuale.

E parimenti interessante è osservare l’azione della coppia Green-Rizzo: il primo dagli Stati Uniti raggiunge Roma compiendo a ritroso dal punto di vista storico-cronologico il cammino dell’impero e rintracciando nell’antica capitale la presenza di quei segni (marcatamente visibili) che non temono nec ventos nec hiemem come recita l’iscrizione posta alla base del Matteiano a Villa Celimontana e scelta anche in esergo a Obelisks, segni del potere imperiale romano e, successivamente, papale, presenze nient’affatto decorative né innocenti; Rizzo, dall’Italia sua terra d’origine, si stabilisce negli Stati Uniti (dove è Paganucci Assistant Professor of Italian a Colby College di Waterville nel Maine) e concepisce l’idea di questi 10 testi che costituiscono una ricognizione degli obelischi (o dei monumenti di forme assimilabili a quella di un obelisco) disseminati nel territorio dell’Unione (anch’essi presenze nient’affatto innocenti né decorative) invitando a collaborare al progetto il suo amico fotografo.

Torno a scrivere “ricognizione” cercando di caricare il vocabolo di una connotazione il più possibile densa e significante: immediatamente al di sotto dell’apparente descrizione e catalogazione degli obelisks, infatti, c’è una tecnica di montaggio che riesce a oggettivare storia e ideologia di ogni monumento il quale “parla da sé”, “si racconta da solo”; assumendo e sviluppando sia la lezione poundiana che quella della poesia nordamericana degli ultimi decenni (predilezione per il catalogo e l’elenco, massima attenzione al reale, coesistenza di ritmo narrativo e di vers librisme, apparente distacco dal tema trattato, montaggio di materiali verbali di diversa provenienza – similmente ad autori come Wallace Stevens, John Ashbery, Louis Zukofsky, William Carlos Williams, Rosemarie Waldrop e in Italia si potrebbe pensare a Giovanna Frene per l’attenzione a luoghi e monumenti quali espressione della storia collettiva la cui anche sola presentazione in forma testuale mette in moto un complesso processo critico) Rizzo dimostra una capacità notevole di dominare il vasto materiale a sua disposizione, di rielaborarlo in forma di blocchi che sono stati connessi l’uno con l’altro – è accaduto che l’obelisco, costituito da una base e da materiali da costruzione sovrapposti o connessi tra di loro, ha puntualmente trovato una scrittura che, sulla base di riscontri storici (i perché della decisione d’innalzare un obelisco, le relative motivazioni ideologiche ed economiche, le fasi della costruzione), ha “innalzato” ogni singolo testo che (fatto fondamentale) va letto rispettando puntualmente i mutamenti del verso e le pause, le indentature e le spaziature, la punteggiatura – significativa l’assenza totale del punto fermo, essendo affidata alla virgola, al punto interrogativo e in maniera determinante ai rientri del testo e alle spaziature tra quelle che qui per comodità chiamo strofe la scansione di una prosodia necessariamente pensata per testi così peculiari; anche l’inserzione di brevi e brevissimi passaggi in latino o in italiano, costringendo a rimodulare la voce per attribuirle un’altra tonalità, costituiscono momenti fondamentali che contribuiscono a eliminare ogni presenza dell’io e ogni tentazione di giudizio moraleggiante in favore di un’oggettività (“lasciare che la cosa parli da sé”) – anche in tal senso c’è da riconoscere la specularità con le fotografie che, prive di manipolazioni e di interventi in post-produzione, posseggono il perfetto equilibrio tra il dato documentale e la scelta compiuta dall’artista di fotografare da una determinata angolatura con una determinata luce; qualcosa di simile si può affermare infatti in merito ai testi perché è il loro autore ad aver scelto una precisa postura nei loro confronti e ad aver montato i diversi materiali lasciandone riverberare il conseguente effetto.

Ulteriore aspetto da apprezzare del libro è che le fotografie non sono affatto ancillari ai testi in versi (loro illustrazione) e viceversa (didascalie delle foto), ma entrambe le parti dialogano tra di loro con pari dignità, entrambe sono costituite da testi (e intendo dire da complesse tramature concettuali e rappresentative) ed entrambe vanno considerate come un progetto che travalica finalità puramente estetiche per addentrarsi nei territori dell’oggi inscindibilmente legato al passato, ma, anche, segnato da presenze non mute, non neutre e non solo archeologiche o estrose quali sono gli obelischi.

 

AMERICAN OBELISK No. 1
(Washington Monument)

I.
a worldly orientation
to approach the permanence
                              of gold 
to see that the stone
was well laid
                     true and trusty 
and the plumb admonishes to walk upright
to square our actions upon the level of time
to that undiscovered country 
placed on it
                 the sprig of acacia 
                 corn for plenty 
                 wine for joy
                 and an apron 
                 especially made

a lean swimmer
                          into the night sky 
harmoniously to blend
durability, simplicity, and grandeur 
standing there as a testimony
that republics are ungrateful
like a hollow oversized chimney 
a structure of mixed blocks
              and flotsam of war 
memoria iusti cum laudibus 
et nomen impiorum putrescet

that such disappearance 
like Marie Antoinette’s 
would cause the wrath 
of a whole country
               seemed unequitable 
designed to bind the world 
with invisible hands
it is better to defer their attempts 
boring from within
with one impulse 
a triumphal arch
and the same live eagle 
which had hailed
the marquis de Lafayette



II.
throw out Mills’ ginger-bread 
keep only the obelisk
and a large hole 
for a zinc case
filled with items associated
             and a copper plate, engraved

if ye had faith
like a grain of mustard
as adjusted by the constitution 
the Earth for its Dominion
and Eternity for its Duration 
knowing no North, no South 
only Union,
                 sunto perpetua,
e fra tutti i massoni sono i più loquaci

a piece of amethyst 
a block of silver ore 
one of gold quartz 
most sent
                by various states
                                           and foreign nations
some
         by mercantile concerns
from the land of Solon, Themistocles, 
and Pericles
               sicut patribus 
               sit deus nobis
here Industry her grateful tribute pays 
a block of lava from Vesuvius
an ancient Aegyptian head 
& a block of marble
which Pius IX ordered
                to be taken
from the Temple of Concord



III.
handsome, but epileptic 
enflamed by infallibility 
installed in Rome
with foreign bayonet
nel pacifico consorzio delle genti
a cordial tribute of respect

A ROMA AMERICAE
on March 6th 1854
a group of men rushed out of darkness 
round the foot of the monument
they rolled it to a scow 
and dumped it
                       into the Potomac

in 1892 a diver encountered the corner 
sharply cut and beautifully polished
a piece of variegated marble 
striated in veins of pink and white 
which seen through the green 
scintillating light of the water 
took iridescent tints

	
	a piece became
	an 8-inch miniature
	                               of the monument
along 	with a letter
and a picture of the pope
	

	
IV.
	
an aluminum capstone 
this most holy land 
where events
have been crowded 
in the span of a moon

with the same silver trowel 	
used to start the Capitol 	
attach a mirror to the column
no longer builders of cathedrals 
whose stones were living men	
	
when the sun shines
at the bottom of the well
	 in Philae
the obelisk in Alexandria casts 
           no shadow
	
           and words alone are left
	             engraved in stone

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