“La croce versa” di Paolo Castronuovo

Rothko_No5_22Viene pubblicata per le Edizioni Effigie La croce versa di Paolo Castronuovo. Libro nato dal lungo, attento vaglio di molto materiale,  libro non pacificato e non pacificante per materia trattata e stile adottato, La croce versa è linguaggio che dice (e si dice), in poesia, senza reticenze e senza ipocrisie, senza inutili pudori e senza borghesi abbellimenti:  strada scomoda, intrepida, antiletteraria se per letteratura s’intende la consolante, ottundente melassa di uno scrivere sconnesso dal magma indomabile che erompe dal vivere.  E invece quel magma incendia il libro, accende (e non in senso metaforico o figurato o allegorico) carne, sudore, desiderio, rivolta, quel magma si fa testo lungo (quasi dei poemetti) oppure si rapprende nella dimensione del testo brevissimo (quasi aforismi o sentenze), travolge il linguaggio per restituirgli forza d’espressione e di pensiero, violando le regole della “buona creanza” lo purifica riscattandolo dalla tabe degl’ipocriti perbenismi, degl’insulsi poetichesi.

Una poesia d’amore e di militanza, scostumata e irriguardosa, eccessiva come dev’essere la poesia quando sa andare oltre limiti, abitudini, distinguo; una poesia che trova il suo giusto spazio proprio nelle Edizioni di Effigie perché anch’essa in controtendenza, accesamente ribelle e anticonformista, posso immaginare urtante e urticante per qualcuno, spero segnavia per quei giovani e giovanissimi che vogliano avventurarsi sui difficili tracciati della scrittura.

Propongo qui a seguire cinque estratti dal libro:

 

 

La croce versa (o il tentativo di cambiare)

la croce versa nell’uovo
è il frassino nel cuore del conte
la cellula che purifica l’etichetta
battezzando la fede in scienza

un simbolo che impongo
per cambiare le immagini
tagliare il ciclo e aprirne un altro
in un rivolo di sangue blu

un punto e a capo che serve
all’interlinea stretta della vita
per respirare il diverso
e chiudere le oscurità nel guscio

vergere la croce portata
farne posata o fionda
per debellare la malattia del verbo
con la pietra della negazione

vorrei cancellarti dalla mia fronte
lo sfregio di caino che mi addita nella folla
accresce il tuo ego
nelle fauci dell’adorazione

potrei morirti sui piedi se mi lasci respirare
e dirti quanto sei immensa sarà un gioco
come scagliare la biglia dal pollice
mentre le ombre lasciano le case alla sera

ma devo eliminarti
macellarti in una mole fine
farne polvere e bagnarla per non respirarla
affinché ogni odore di te si estingua

cambiare ossessione per quanto possibile
dimenticarti fluire come un pesce rosso
morto nel pozzo della tazza scarica
dicendomi che ora andrai nel mare con le altre

l’essere tuo mi annulla
e una poesia è troppo rapida
per un lungo addio
che garza il distacco netto

starò a contemplare alla finestra della memoria
mentre scagli quella croce
sull’uovo che si cuoce
e io non avrò più nulla da dire
il lunedì quando sono chiusi i barbieri
ti apro sempre come un paio di forbici
e il pelo spunta ispido a obliterare la giornata
sul tuo interno coscia che trasporta
le funivie del piacere lungo le tue gambe
l’attrito dei cavi ci infiamma come il fiammifero
e la carta vetrata su una scatola di letto
riluce nella stanza al profumo arancio del floid
che hai lasciato sul tuo collo da una settimana
ti ho guardata per tanto tempo
come fa lo scolaro da dietro al muretto
e al materializzarsi del tuo corpo
non sentivo le catene strisciare 
sul pavimento della nausea
restavo muto perché il verbo
è superfluo dinanzi a te
e nel frattempo mettevo
le parole taciute 
in un bacio 
Mediterraneo surreale

Mediterraneo, una macchia chiusa 
circoscritta da continenti e altre acque
una ballerina sulla punta trapana
gli odori di ginestra, rosmarino e ilatro
il piscio d’asparago dietro la pietra disturba
il mirto e le more 
tingono le scarpe ai bordi della mulattiera;
poi il passo, dal tufo alla sabbia, 
nella macchia azzurra, apre
un tuffo e una bracciata
il pistone nell’acqua unta d’alga, lubrifica
le piccole barche dei pescherecci
salutano i colossi neri, un’eclissi misurata in nodi
mentre abbocca un cefalo, e lo sgombro ritardato
si aggiunge alla rete issata in tempo;
al molo una donna si sciacqua le gambe
un masso l’attende ad asciugare
sfere di mercurio, incoese alle caviglie
scivolano assieme a quella lucertola
ubriaca di corbezzoli.
L’odore della carteggiatura
è una foresta secca negli ultimi passi dell’inverno
quando tutto è morto
vado per tratturi 
oppure a bordo asfalto
dove l’artificio e la natura
vengono tagliati dai muretti a secco
e i licheni promettono resurrezione

le coppie sfondano i finestrini
con le loro mani
cancellano la condensa,
a volte un piede sul parabrezza 
lascia un’orma definita
mentre io la imprimo nella breccia
lungo la corsa pomeridiana
respiro profumi in decomposizione:
il fungo, il ramo appeso,
il coleottero, e il lombrico sotto il sasso
dove la terra è più umida,
la tela compressa, il bozzolo fuori stagione

la macchia che (si) rigenera
è la risposta al piromane, il riappropriarsi,
la resistenza,
la controcorrente alla letteratura del primo banco.

3 pensieri riguardo ““La croce versa” di Paolo Castronuovo”

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