Scritto 73

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Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

Ad Antonio Prete, con un rinnovato “grazie” [A. D.]

Il 15 marzo Antonio Prete conversa, a Fahrenheit di Radio 3, sul suo libro più recente, Carte d’amore (Bollati Boringhieri, Torino 2022); in fase di congedo la conduttrice gli chiede quale sia, nel suo dialetto, la parola da lui più amata e la risposta è l’espressione ḍḍa (m)mera (con il suono cacuminale tipico dei dialetti salentini e di quelli meridionali a essi affini, con il raddoppiamento della consonante m più o meno marcato) – si può tradurre “da quella parte”, “verso quella parte” un’espressione che contiene e fa giungere fino a noi la parola greca μέρος che significa, appunto, “parte”. 

È l’espressione che dice la lontananza, l’orizzonte (per i Salentini l’orizzonte è, spesso, quello marino dello Ionio e dell’Adriatico, la linea oltre la quale ci sono l’Albania e la Grecia oppure le Calabrie), l’oltre rispetto alla vita domestica e consueta; in una terra che dopo la caduta di Bisanzio vede chiudersi per secoli i suoi mari o ne teme le minacce (l’eccidio degli Otrantini è già del 1480, appena 27 anni dopo la presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani), l’altra parte, le coste di fronte e anche quelle più lontane (Santa Maria di Leuca diventa il capo de Finibus Terrae – dai confini della terra) paiono irraggiungibili, transitano definitivamente nel sogno e nel mito.

Ma anche guardando i binari che si avviano verso nord la distanza sembra incolmabile, neanche l’emigrazione la riduce (forse, anzi, la accresce) e il turismo di massa che ha fatto negli ultimi anni del Salento una regione alla moda ha caratteristiche predatorie e resta caratterizzato da una sua superficialità che molto intristisce – ma ḍḍa mera c’è la Francia con la sua splendida cultura e ḍḍa mera guardavano Vittorio Pagano e Girolamo Comi, ḍḍa mera c’è la Norvegia, terra d’elezione di Eugenio Barba, ḍḍa mera c’è la Spagna, specchio poetico di Vittorio Bodini…

E ci sono adesso, in questi giorni, scritture che guardano a una ḍḍa mera che è, anche, il nostro stesso essere Salentini, non importa se “spatriati” o rimasti a vivere nel Salento o ivi ritornati: c’è quella di Mario Desiati, quella di Andrea Donaera, quella di Ilaria Seclì, di Simone Giorgino, di Annamaria Ferramosca, di Stefano Modeo, di Marco Vetrugno…

C’è stata (ma, come sempre è dell’arte, c’è ancora) quella di Antonio Leonardo Verri, di Salvatore Toma, di Claudia Ruggeri e poi c’è la pittura di Edoardo De Candia, di Nino Della Notte, di Vincenzo Ciardo…

È ḍḍa mera il nostro essere legati alla nostra pietra (sapiente e come vivente) che, stratificata o affiorante o composta nei muri a secco, segna anche il nostro paesaggio interiore, ḍḍa mera sono gli olivi nella cui tenacia e silenziosa nobiltà ci riconosciamo e, insieme, la malaugurata xylella fastidiosa, concretissimo male ma anche simbolico di malesseri e di incompiutezze atavici che dobbiamo e vogliamo risolvere. 

«Sono nato e cresciuto nella pianura. Una penisola: i due mari, nei quali si stende la terra assottigliandosi alla punta, mandano la loro luce sulle campagne, sulle torri saracene che guardano le coste, sugli immensi mantelli di ulivi tagliati da righe d’asfalto» – avvia così le pagine intitolate Il paese che è laggiù Antonio Prete (pp. 146 – 148) nel suo Trattato della lontananza (Bollati Boringhieri, prima edizione Torino 2008); in tutto il libro si dice della lontananza, di ḍḍa mera, cioè, e la si dice per congiunzione di esperienze personali e di letture (i prediletti Leopardi, Jabès, Baudelaire e tanti altri), la si dice traverso situazioni, luoghi, stati d’animo (l’addio, l’orizzonte, lo sguardo…), percorrendo i territori sconfinati dell’arte e della memoria, del desiderio e dell’immaginazione. Perché senza la lontananza, che è dentro di noi prima ancora che fuori di noi, saremmo esseri dimidiati, forse soddisfatti di banali immediatezze e vicinanze, ma poveri d’immaginazione e di slanci.  Perché è la stessa scrittura a inoltrarsi ḍḍa mera.

Infine non dimentichiamo che ḍḍa mera può essere, anche, terra di guerra e di eccidi, non dimentichiamolo mai: il Salento, che da sempre ha un suo legame privilegiato con l’Oriente, già terra d’imbarco di eserciti (all’epoca dell’Impero Romano d’Occidente e al tempo delle Crociate) continua a guardare a Est, pochi anni fa ḍḍa mera è stata, anche, Sarajevo assediata e in questa incipiente primavera del 2022 ḍḍa mera è le terre devastate sulla sponda settentrionale del Ponto Eusino…       

4 pensieri riguardo “Scritto 73”

  1. Nessuno se non Antonio Devicienti, salentino fin nella sua più profonda fibra, può oggi leggere con così perfetta adesione quest’ultima splendida scrittura di Antonio Prete e restituirne tutta quella indicibile salentudine della lontananza. Eppure Prete dice mirabilmente in poesia di questa nostra particolare saudade, incapace di estinguersi anche in noi “spatriati”, che continua a nutrire la nostra interiorità e a germogliare semi da disperdere in ogni tormentato “dda mera” del mondo.
    Grazie dal cuore e dalla mente, ad Antonio Prete e Antonio Devicienti.
    Annamaria Ferramosca

  2. Questa terra, spesso disattenta e superficiale, ti deve molto, caro Antonio. Da una lontananza vicinissima e partecipe vegli con amorevole cura le sorti non solo letterarie di questo estremo, non marginale, lembo di terra. Vegli il bene su persone rare e preziose come te.
    Grazie anche a Francesco che apre sue nobili care porte.
    Ilaria

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