Misurare, millimetrare, ridisegnare: su “quattro ” di Italo Testa

1921434499_ee1f044032Scriverò di quattro (Oèdipus Edizioni, Salerno 2021) di Italo Testa prendendo avvio dai primi righi del risvolto di copertina, ma per provarmi a formulare una precisa teoria interpretativa del libro: «Quattro in una stanza. Tre estati. Due extraterrestri. Un poema continuo. Se un giorno, un’invasione dallo spazio, due corpi caduti nel tempo, quattro occhi a vegliare nel buio. Inizia la vita bigemina […]». 

In realtà quest’abbrivio che possiede apparenza di science fiction introduce immediatamente nelle questioni centrali del lavoro, ossia il linguaggio, le scansioni del linguaggio stesso, le eventuali sue capacità conoscitive (o, almeno, esplorative), una musicalità in un qualche modo forse inattesa, ma evidente a lettura ultimata e decisamente, ovviamente differente rispetto alla “tradizione” lirico-poetica.

Proprio il numero quattro potrebbe rimandare al genere musicale (classico e arduo) del quartetto, ma, prima di tutto, dice di quattro occhi di due individui, di una vita bigemina condotta nella stessa stanza – l’extraterrestrità, l’invasione dallo spazio si profila non come stravagante invenzione a sostegno della struttura del libro, ma come la condizione stessa della vita umana, radicalmente altra rispetto ai luoghi e agli oggetti terrestri, per cui si è veramente come giunti da altrove quando si nasce e i sensi cominciano a scandagliare il reale per familiarizzare con esso e nel tentativo di appropriarsene – a maggior ragione questo avviene, poi, quando subentra il linguaggio, quando parlarlo ed esserne parlati acuisce ulteriormente la frattura tra il corpo senziente e il reale verso cui s’indirizzano i sensi e le attività di pensiero.

Della struttura del libro, peculiare ed estremamente significante, occorre dire immediatamente: prendo come esempio uno e ne riporto lo schema dall’indice:

 

uno
__________________________________
1. aprire
2. un vetro
3. luce
4. giorno
__________________________________
1. giorno
2. aperto
3. una luce
4. respirando
__________________________________
1. respira
2. giorno
3. la luce
4. quattro
__________________________________
1. quattro
2. respira
3. le luci
4. buio

Ogni sottoparte è strutturata secondo quattro serie di quattro elementi variati di volta in volta nella loro posizione rispetto allo schema di partenza e che costituiscono il nucleo tematico che viene poi sviluppato intorno a ogni singolo elemento; propongo ora, come esempio concreto molto più efficace della mia descrizione, da tre le quattro parti della prima sequenza:

 

______________________________
1. morde
2. tenda
3. cammina
4. voce
______________________________

apre

gli occhi

la luce

sulla parete

a brani

illumina

bassa

una fascia

metallica

sulla parete

a morsi

stacca

la luce

____________________________________

una fascia
             più chiara
sulla tenda

una lama
            di bianco
scorre

loro
           in attesa
sul fondo

gli occhi
           già in moto
seguono

il variare
           dell’ombra
sul vetro

aspettano
             noi
sul fondo

lo sguardo
            nudo
s’allarga

________________________________

il mattino
un grido
poi un altro

è mattino
cammina
nel recinto

sbatte
sul legno 
cade

mattino
cuce
respiro

cammina
si spezza
cade

ricomincia

_________________________________

             chiunque
potrebbe      essere

             chiunque
suono           stanza

             chiunque
uno dei          due

              chiunque
suono        grido
 
potrebbe    essere
           qualunque

             voce
potrebbe         essere
  
             chiunque

(pp. 43 - 46).

I quattro elementi di cui si compone ognuna delle quattro sequenze interne a ognuna delle quattro parti del libro (si noti anche il rigore geometrico del lavoro, l’insistenza non casuale sul numero quattro, la struttura a scatole cinesi) vengono dunque sviluppati come seguendo una linea melodica (forse sarebbe meglio dire, prendendo in prestito il concetto dalla musica contemporanea, una linea seriale) traverso variazioni, lievi ampliamenti, ritorni, anche (altrettanto fondanti) variazioni nella distribuzione tipografica dei vocaboli sulla pagina; quest’aspetto (non solo) tecnico evidenzia un lavorio sul linguaggio, sul significato e sul significante, sui minimi slittamenti di struttura e di senso che negano il paradigma tradizionale del discorso poetico strutturato e assertivo in direzione, invece, di una sua riduzione a elementi minimi e minimali (oserei pensare, in questo caso, anche a certe tendenze della musica cosiddetta minimalista specialmente sul versante dei pattern).

Il libro mi appare come un’esplorazione dei perimetri percettivi, come una reiterata affermazione di presenza, come un repertorio (talvolta prossimo all’elenco, talaltra al frammento) di unità verbali dalla sintassi ridotta all’osso (a tratti simile a una registrazione) e tutto questo ha l’effetto di far riverberare la lingua italiana della sua grande bellezza senza mai perseguire effetti di lirismo o di abbellimento retorico, ma, al contrario, agendo proprio per sottrazione e per riduzione, per parcellizzazione e per reiterazioni minimamente variate, operazione interessante se si pensa che due tendenze (l’enfasi e/o il discorso ampio, la riduzione fino all’ermetismo concettuale) hanno caratterizzato e caratterizzano buona parte della poesia italiana – e continuo a scrivere “poesia” quando Italo Testa appartiene, invece, al novero di quegli autori che cercano e sperimentano nuovi paradigmi di scrittura; quattro è anche un libro in versi se se ne osserva la veste tipografica, ma lo è nella misura in cui il verso stesso quale unità di suono e di senso viene smontato, decostruito, rimontato, riposizionato (anche materialmente sulla pagina, scrivevo poc’anzi e anche all’interno di vere e proprie griglie tipografiche le quali, ovviamente, rendono visibili griglie di senso); il verso viene allontanato da qualunque empito lirico o intimistico, le sue stesse direzioni (si pensi all’etimologia stessa di verso) vengono divaricate, riorganizzate, risemantizzate; e l’operazione compiuta da Testa riesce, restringendo l’ottica sulla percezione entro uno spazio limitato, a restituire un’esperienza non semplificatoria del reale e non claustrofobica, bensì aperta e accogliente, problematica e non pacificata.

Non trascurerei inoltre l’importanza dello sguardo, dei quattro occhi che osservano, registrano, spostano i loro fasci visivi nello spazio, in nulla differenti, mi azzardo ad affermare, dalla scrittura che traccia le parole che leggiamo, perché sono le parole le tracce visibili (e udibili) di quegli sguardi, ché si viene a stabilire un’equivalenza tra sguardo e scrittura, tra percezione visiva (ma anche tattile in più di un caso) e sua necessaria espressione verbale. 

Scrive Italo Testa: «misurano / lo spazio / tra noi  / millimetrano / la stanza / […] / ridisegnano / sognando / lo spazio / tra noi» (p. 54) e sceglie verbi che appartengono al campo semantico della geometria, proprio perché questo “poema continuo” elimina ogni possibile residuo sentimentale e psicologico in favore di un’oggettivazione del dato percettivo che si dà in forma linguistica, verbalizzata.

È come se Teoria delle rotonde fosse giunta a un estremo di schematizzazione delle sue ragioni e rilevazioni (o prelievi) del reale, transitando, nel contempo, in una forma omogenea, geometrica, rigorosamente cadenzata, capace di andare oltre la caoticità dell’esperibile.

Ma è anche il linguaggio che, riorganizzato in nuclei minimali di senso aggregati e riaggregati, variati e disposti in sequenze, genera sé stesso per catene logicamente connesse e necessitate: quattro attua, a specchio, quanto avviene, per esempio,  nella realtà microscopica dove le sequenze e gli aggregati di atomi o di proteine danno vita a sistemi via via più complessi – con quattro siamo a uno stadio sia di regressione (dalla complessità si giunge a mostrare gli elementi di base che la costituiscono), sia di progressione (da uno stato iniziale potrebbe cominciare il processo verso complessità sempre più grandi) in quanto la scrittura s’incarica di esplorare le risultanze del linguaggio sia come ricerca di un’origine, di un momento iniziale dell’esperienza vitale e verbale (per esempio: «le linee sui palmi // non ancora // le mani // vetri trasparenti // prima che si formino // le pieghe, i solchi // stanno lì, aperte // chiuse, aperte // sognano un ritmo // lo perdono // dimenticano tutto» pp. 75 e 76), sia di un’esaustione della stessa («imparano a dimenticare / il soffitto le quattro pareti / si squadernano, è mattino / giocano tranquilli, guardano // quattro occhi quattro / a scatti si muovono / quattro fasci, puntati / imparano a cancellare» p. 63) perché, non lo si trascuri, Italo Testa lavora a questo libro con tutta la consapevolezza e il portato culturale e filosofico della nostra modernità, per cui è ormai impossibile una scrittura “sorgiva” e “vergine”, sì invece essa può profilarsi come una riappropriazione dell’esperienza conoscitiva, come un possibile riavvio che, però, non può perdere memoria di tutto quello che gli sta alle spalle: quattro occhi in una stanza, per tre estati consecutive, i due corpi cui essi appartengono e «una forma / più scura / sul muro // segue il bordo / si allarga / scomposta // fissarla / nel buio / restare // attoniti / a guardarla» (p. 40) oppure «la griglia ritmata / delle inferriate // teoria di rettangoli: / nero contro / bianco // gli occhi seguono: / resta: non importa // solo un contatore / lo spazio diviso / dai battiti // ecco ritorna: nel buio / ritorna // solo un contatore / alla rovescia / nel tempo» (pp. 57 e 58)  o anche «giocascolta / il tempo gioca / nella stanza / si allontana / si avvicina / giocascolta / il tempo gira / tra le dita / si sfarina / senza meta / giocascolta / come passa / si divide / tra due volti / quattro occhi / giocascolta / tempo torna / sguardo lento / ci consuma / chi rimane / giocascolta» (pp. 73 e 74)». 

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