Queneau sulle tracce dei pazzi letterari

Giuseppe Zuccarino

All’inizio degli anni Trenta, poco dopo essersi staccato dal gruppo surrealista, Raymond Queneau fa nuovi incontri ed esperienze. Diviene amico di Georges Bataille e collabora con articoli e saggi alla rivista «La Critique sociale», espressione di un gruppo di comunisti dissidenti (in polemica con lo stalinismo) diretto da Boris Souvarine. Nel contempo, però, intraprende un’iniziativa molto singolare, che consiste nell’esplorare la Bibliothèque nationale di Parigi alla ricerca degli scritti di coloro che già nel secolo precedente avevano ricevuto la denominazione di «pazzi letterari»[1]. L’aggettivo non deve trarre in inganno, visto che non si tratta di autori dediti alla poesia o alla narrativa, bensì di persone che, pur coltivando idee deliranti relative ai più diversi ambiti culturali (dalla cosmografia al linguaggio, dalla religione alla scienza), sono riuscite a pubblicare libri in cui hanno esposto le loro bizzarre teorie. Incuriosito e attratto da tali opere misconosciute e marginali, Queneau prepara una vasta antologia di passi desunti da esse. Il volume, a cui lo scrittore lavora a partire dal 1930, viene da lui considerato concluso all’inizio del 1934 e proposto a due diversi editori (Gallimard e Denoël), ma in entrambi i casi egli riceve una lettera di rifiuto. Benché quella particolare versione dell’opera sia andata perduta, il dattiloscritto più vicino alla stesura finale è stato pubblicato postumo molti decenni più tardi, nel 2002, col titolo Aux confins des ténèbres[2].

Così come il testo del libro, anche la prefazione ha assunto, nel corso dei primi anni Trenta, forme differenti. In una di esse, Comprendre la folie[3], l’autore comincia col prendere le distanze da due maniere opposte di considerare il rapporto tra genio e follia. La prima è quella rappresentata da studiosi come il criminologo Cesare Lombroso, propenso a equiparare i due termini, anche se per lui «non si tratta affatto di “elevare” la follia al livello del genio, ma di “abbassare” questo al livello di quella. […] Non è difficile capire a quali conseguenze ciò conduca: a giustificare le ingiurie dei borghesi verso gli innovatori, a confermare la superiorità di quel che è ben assodato su quel che tende a rovesciarlo, ad aprire le porte dei manicomi ai ribelli e ai non conformisti»[4]. La seconda posizione viene assunta dagli scrittori (Queneau pensa certamente ai surrealisti) che, «sentendosi presi di mira – a giusto titolo, d’altronde – dalle teorie precedenti, si sono affrettati a esaltare la follia rispetto alla ragione – pur respingendo per sé stessi l’accusa di pazzia. Della follia si parlava con entusiasmo, con ammirazione, ma l’entusiasmo e l’ammirazione erano solo esteriori, e si trasformarono in un pretesto letterario come un altro»[5]. Queneau condivide l’interesse rivolto alle opere di certi pazzi, ma dissente dall’idea che ci si possa considerare, rispetto ad essi, in una condizione di esteriorità, come se la follia fosse qualcosa che riguarda sempre altri e mai sé stessi. Non è casuale, in tal senso, il fatto che nello stesso periodo egli, soffrendo evidentemente di disturbi nevrotici, decida di ricorrere a una terapia psicoanalitica, destinata a protrarsi per parecchi anni[6].

Rispetto alle raccolte di scritti di folli che erano già state realizzate in precedenza da altri compilatori, quella di Queneau intende essere più rigorosa, escludendo gli autori non pertinenti (ad esempio i mistici o gli occultisti), come pure i letterati o pensatori «che, in un certo momento della loro vita, divennero preda degli psichiatri: Maupassant, Nerval, Nietzsche, ecc.»[7]. Chi rimane, quindi, dopo tale epurazione? «Degli sconosciuti le cui opere apparvero perlopiù in provincia. Mai una recensione annunciò la loro pubblicazione: al massimo un trafiletto ironico in un giornale. E mentre l’autore concludeva spesso in manicomio la fase post-fetale dell’esistenza, il suo libro cadeva pesantemente nel silenzio e nella polvere della Bibliothèque nationale»[8]. Queneau ricorda, a titolo di esempio, alcuni di questi pazzi letterari: «Onorato Gianotti, che inviava delle sfide alla Camera dei deputati sotto forma di problemi di aritmetica e geometria; Le Barbier, il dominatmosferizzatore; Lutterbach, che scoprì i cinquecento modi di camminare; Berbiguier, che fu perseguitato dai folletti e dallo psichiatra Pinel, anche lui un folletto; Jocteur, che incontrò Napoleone nel 1850 nei pressi di Lione; Bousquet, autore di Le Nom du livre intitulé «Le Mystère de l’Être suprême», livre de vie, immortel ouvrage, fait à Cessenon, la cui prima parte riproduce il catechismo cattolico, mentre la seconda contiene una cosmogonia»[9].

Partendo da autori di questo genere, Queneau sviluppa delle considerazioni di ordine generale, senza per questo voler mettere fra parentesi i casi individuali, giacché a suo avviso «non ci si trova mai in presenza della Follia, ma di uomini»[10]. È qualcosa che sembra sfuggire a molti psichiatri che, invece di tentare di capire la maniera in cui tali persone ragionano, si limitano a internarle: «Questi grandi medici disprezzano profondamente i poveri diavoli che (per usare il loro linguaggio) “fanno” della demenza precoce o della mania-malinconia; li disprezzano – perché non pensano come loro! Mi spiego meglio: non si sforzano affatto di comprendere»[11]. In contrapposizione all’attitudine superficiale degli alienisti francesi, lo scrittore evoca quella, più improntata a serietà, di cui danno prova studiosi stranieri come Freud o Jaspers. Pur interessandosi alla psicoanalisi, Queneau ritiene che i pazzi letterari non siano riducibili a meri casi clinici. Si tratta infatti di «coloro la cui vita psichica, realmente anormale, differisce dai modi di pensare e di sentire della maggioranza dei loro contemporanei, e si differenzia anche dal sogno, dai disturbi psicastenici e da altre inezie patologiche»[12]. Occorrerebbe dunque non biasimare né irridere i loro discorsi deliranti, bensì prenderli sul serio, riflettendo sul loro «contenuto prescientifico» e sui rapporti che si possono ravvisare fra essi e «le cosmogonie primitive, i miti, i riti, le superstizioni»[13]. Ciò di cui abbiamo bisogno, infatti, è di attuare le nostre possibilità inespresse, e se è vero che, «nel momento in cui l’imperialismo opprime i cinque continenti, la principale di tali realizzazioni consiste nel liberare l’uomo dai legami sociali illusori nei quali il capitale è riuscito a incatenarlo, non è neanche inutile pensare a quella realizzazione che consiste nello svelare perché alcuni uomini si sono separati da noi dietro il vetro opaco del delirio»[14].

Gli accenni di natura politica scompaiono del tutto nella stesura, assai più breve, della prefazione che si legge in Aux confins des ténèbres. In compenso, Queneau riflette con maggiore accuratezza sulla nozione di «pazzi letterari». Pur rassegnandosi a usarla in mancanza di alternative migliori, la considera inadeguata, «in quanto presuppone che sia legittimo formulare su un uomo un giudizio di alienazione mentale basandosi unicamente sulla forma e il contenuto dei suoi scritti. Ora, se è possibile farlo con una certa verosimiglianza quando il contenuto riguarda la persona stessa dell’autore, diventa delicato, e perfino assurdo, tentarlo quando tali scritti vertono su una questione scientifica precisa. Si sarebbe allora obbligati a chiamare follia quello che è un errore un po’ troppo violento»[15]. Ma non è tanto l’errore, più o meno grave, a caratterizzare il teorico eccentrico, quanto piuttosto la sua incapacità di adattarsi all’ambiente culturale in cui pure egli vorrebbe trovar posto. Ne consegue che «non ha discepoli e nemmeno maestri. Le sue idee non vengono discusse»[16]. Una volta chiarito ciò, diviene possibile restringere il campo d’indagine, lasciando da parte ad esempio i fondatori di sette o gli individui deboli di mente.

Gli autori restanti si possono suddividere in due categorie e quattro ambiti, cosa che corrisponde alla struttura interna di Aux confins des ténèbres: «La prima categoria comprende tutti coloro che, affrontando una questione scientifica [quadratura del cerchio (libro I), sistema del mondo (libro II), origine del linguaggio (libro III)], sostengono tesi che è facile qualificare come stravaganti»[17]. La seconda categoria, invece, riguarda quegli scrittori di opere autobiografiche che si considerano dei perseguitati, dei messia o dei profeti. Sono individui che «vivono intensamente il divenire storico, ma in funzione di se stessi; vi inseriscono il loro delirio o le loro pretese messianiche. Da questo punto di vista, è possibile rifare la storia di Francia nel XIX secolo – e tale è l’oggetto del libro IV»[18]. Il repertorio offerto da Queneau non ambisce a essere esaustivo, ma intende limitarsi a offrire una raccolta di documenti, sia pure commentata: «Mi sono permesso tuttavia un certo numero di osservazioni (ispirate perlopiù dalla psicoanalisi), volte a far comprendere gli errori e i deliri dei miei autori»[19].

Le quattro parti dell’opera recano titoli che, nella maniera più sintetica, specificano i temi trattati: Le cercle, Le monde, Le verbe, Le temps. Poiché gli autori passati in rassegna nelle varie sezioni sono numerosi, converrà scegliere di esaminarne solo uno o due per ciascuna, a titolo di esempio. La sezione Le cercle evidenzia la ben nota passione di Queneau per la matematica, dato che a essere in causa sono alcuni bizzarri tentativi di risolvere il problema della quadratura del cerchio: in pratica si tratterebbe, partendo da un cerchio dato, di costruire un quadrato di area equivalente. «Già nell’antica Grecia ci si burlava di questa ricerca, e ancora oggi dei “quadratori” si ostinano invano a voler quadrare il cerchio. Sono sempre dei “dilettanti” ad accanirsi in tal modo su un problema insolubile di geometria». Naturalmente ognuno di loro è persuaso di essere riuscito, al termine delle proprie ricerche, a trovare la giusta soluzione.

Tra i quadratori, merita particolare attenzione Jean Pierre Aimé Lucas. Lasciando agli esperti il piacere di scoprire gli elementi di delirio ravvisabili nei suoi calcoli, riteniamo preferibile sottolineare un tratto che è presente in molti dei dilettanti di cui si parla in Aux confins des ténèbres, ossia la convinzione di essere intellettualmente superiori rispetto agli altri uomini. Scrive appunto Lucas, parlando di sé in terza persona: «Potrebbe occuparsi con successo di letteratura, di storia, di politica; comporrà versi non meno belli e più corretti di quelli usciti dalla penna dei più celebri poeti, senza peraltro conoscere le regole da essi stabilite. In breve, tutto ciò che è possibile agli altri uomini, l’autore della Quadratura del cerchio può farlo, spesso al medesimo livello di perfezione, e in certi casi può perfino superarli. Ma la parte in cui eccelle, e a cui si dedica in maniera particolare, è quella che riguarda le scienze esatte»; passando poi alla prima persona, dichiara senza esitare: «La mia opera rimarrà valida sempre e verrà estesa soltanto dalla mano del nuovo genio che alla natura piacerà creare nei tempi più lontani».

Queneau è incline a riconoscergli un privilegio assai diverso: «L’orgoglio di Lucas non è ingiustificato, poiché, fra tutti i quadratori, è il più grande nell’errore, il più assoluto nel traviamento. Dà vita a un tipo unico: l’Anti-matematico; non il tizio che si lusinga di non capir nulla di tali argomenti, né il semplice ignorante, bensì l’uomo che dimostra un prodigioso accanimento nella non-comprensione del Numero e dello Spazio». Ma la stroncatura può sempre essere ironicamente revocata: «Forse ha davvero superato la scienza del suo tempo e forse saranno necessari duemila anni per capire la portata delle sue scoperte. (È lecito chiedersi se il fatto stesso di formulare una simile ipotesi sia indice di una mente sana)». Queneau, dunque, preferisce non pronunciarsi in maniera definitiva sulla salute psichica di Lucas, e anche sulla propria. (…)

*

(Il saggio di Giuseppe Zuccarino sarà pubblicato integralmente
in “Quaderni delle Officine”, vol. CXVII, aprile 2022.)


Note

[1] Cfr. Philomneste Junior (pseudonimo di Pierre-Gustave Brunet), Les fous littéraires. Essai bibliographique sur la littérature excentrique, les illuminés, visionnaires, etc., Bruxelles, Gay et Doucé, 1880.

[2] Per un’accurata ricostruzione della genesi dell’opera, cfr., di Madeleine Velguth, l’Introduction e la Note sur le texte, in R. Queneau, Aux confins des ténèbres. Les fous littéraires français du XIXe siècle, Paris, Gallimard, 2002, pp. 9-36.

[3] Edita dapprima in appendice al volume di Jacques Jouet, Raymond Queneau. Qui êtes-vous?, Lyon, La Manufacture, 1988, poi come plaquette autonoma: R. Queneau, Comprendre la folie, Paris, Éditions des Cendres, 2001 (tr. it. Comprendere la follia, Brescia, L’Obliquo, 2003).

[4] Comprendre la folie, cit., p. 8 (tr. it. p. 8; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).

[5] Ibidem.

[6] Cfr. Giacomo Magrini, Profilo biografico, in R. Queneau, Romanzi, tr. it. Torino, Einaudi-Gallimard, 1992, p. LIII: «Dal 1933 al 1939, con qualche interruzione, Queneau si sottopone a un trattamento psicoanalitico».

[7] Comprendre la folie, cit., p. 10 (tr. it. p. 10).

[8] Ibid., p. 11 (tr. it. pp. 10-11).

[9] Ibid., pp. 13-14 (tr. it. p. 13); correggiamo un paio di refusi del testo francese relativi a Le Barbier, basandoci su Aux confins des ténèbres, cit., p. 183.

[10] Comprendre la folie, cit., p. 16 (tr. it. p. 16).

[11] Ibid., p. 17 (tr. it. pp. 16-17).

[12] Ibid., p. 20 (tr. it. p. 20).

[13] Ibid., p. 22 (tr. it. p. 22).

[14] Ibid., p. 23 (tr. it. p. 23).

[15] Aux confins des ténèbres, cit., p. 39.

[16] Ibid., p. 40.

[17] Ibidem. L’inciso fra parentesi quadre è di Queneau.

[18] Ibid., p. 41.

[19] Ibidem.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.