Ogni giorno è oggi (IV)

Stefanie Golisch

Ogni giorno è oggi (IV)


Il tempo è prima che fossimo sempre e ovunque collegati: si erano dati
appuntamento in un certo luogo, a una certa ora, e lui non era venuto.
Non dopo un’ora e nemmeno dopo due ore. Non era venuto proprio e
lei non si era mossa da quella panchina al margine di un piccolo parco
giochi, il loro punto d’incontro. In mezzo a bambini e mamme, urla e
merendine, aveva continuato ad aspettarlo anche quando ormai
era chiaro che non sarebbe più venuto. Ma in realtà, non era neanche
un attendere il suo, ma un passare il pomeriggio con lui, assente.
Così, all’ora in cui erano soliti congedarsi, si era alzata ed era andata
alla fermata della metro. Non certo subito, ma con il tempo, quelle
ore sospese in uno stato di insopportabile incertezza, si erano
trasformate in un ricordo di grande intensità. Era, in tutto ciò che
questo pomeriggio non era stato, una pienezza – ampia, oscura,
profonda, inesauribile – che il mondo dei cellulari ha cancellato
irrimediabilmente dal nostro vivere.

Un uomo uccide un altro uomo. Non perché lo odia, non per rancore,
invidia, gelosia o per derubarlo, ma perché uccidere è il suo mestiere.
Viene pagato per quello e lo fa con professionalità. Non è diverso
questo killer da quella collega che una volta mi disse che lei faceva
solo quello che le veniva detto di fare. Il resto non le interessava,
perché non era di sua responsabilità.

Ogni giovedì compra al mercato un pollo arrosto. Lo mangia
mentre cammina e alla fine si pulisce le mani con i lembi della camicia.
Poi butta le ossa ai piccioni, ma i piccioni non mangiano le ossa dei
polli e lo sa. Si diverte così. Intanto saluta tutti quelli che passano:
l’uomo con il cane a tre zampe, la grossa ragazza del bar e le due
cinesi della tabaccheria. Poi si sdraia su una certa panchina con
davanti nessuna vista panoramica e si addormenta. Quando c’è sole,
al sole, quando piove, sotto la pioggia. Il pollo è sempre egualmente
buono e cosa si può chiedere di più dalla vita che addormentarsi senza
alcun desiderio?

Quando si ha tredici anni non si vede l’ora di averne quattordici.
Meglio quindici. Quando si ha tredici anni, in un oggi ci sta una
vita intera. Tutto inizia e tutto passa e alla fine della giornata si
rimane con in mano la carta di una cicca e il ricordo di un tentativo
di bacio. Quando si ha tredici anni si cambia colore dei cappelli
ogni settimana. E che nessuno dica qualcosa come: quanto eri
carina quando eri piccola! Quando si ha tredici anni, non si è mai
stati piccoli. Il passato è soltanto una invenzione degli adulti che
non sanno cosa farsi del presente. Quando si ha tredici anni, si
va senza guardare né a destra, né a sinistra, certi di poter volare ​
se si vuole e se non lo si fa è solo perché non lo si vuole.
Quando si ha tredici anni il mondo non è né rotondo né rettangolare,
né buono, né cattivo, ma è mio. Soltanto mio.

Into each life some rain must fall. È il titolo di una poesia che mi
ha trovato oggi. Non una grande poesia, ma basta il titolo a evocare
una verità di vita che mi fa pensare all’autrice come a una amica
di sempre. Una di quelle persone che è impossibile perdere,
succeda quel che succeda. Ha ragione, naturalmente, senza
quella pioggia, cosa sarebbe la mia, la nostra vita: senza quei
malumori quasi impercepibili che provo durante una lunga
giornata, senza la giusta parola che manca, la mela verde che
colpisce quando meno te lo aspetti, quel bucklicht Männlein
figura di una antica poesia tedesca d’infanzia – che gira per le
nostre case con l’unico scopo di darci fastidio, di farci inciampare
e di guastare le povere cose del nostro quotidiano vivere. Eppure,
a fine giornata, ci sono, ci siamo ancora. A volte mi sento un
criceto, a volte, considero il mio io dalle imprese inutili
filosoficamente, ad ogni modo, prima o poi si spegneranno
le luci e mi infilerò come tutti sotto le pesanti coperte dei
destini altrui

(Pre)dire come sarà stato è il compito del futuro anteriore,
quella forma verbale che si azzarda di anticipare quello che
non possiamo sapere con certezza grammaticale. In tedesco
viene chiamato vollendete Zukunft , cioè futuro compiuto:
come se il futuro facesse parte di un continuo temporale
prestabilito. In questo senso, il futuro anteriore si potrebbe
chiamare il tempo dell’utopia sconfitta che sostituisce la
potenzialità di un possibile altro con la certezza di un
avvenire già conosciuto, imprescindibile. Il futuro anteriore
è un tempo triste per uomini senza speranza.

L’appuntamento è alle cinque. In un bar di periferia. Presenterà
le sue poesie in un piccolo spettacolo per gli amici. Lui è un
uomo di mezza età, abitante di una città di provincia, con
alle spalle una vita non proprio facile che, però, quando
comincia a declamare alla vecchia maniera, si trasforma.
Ora è la poesia: l’amore per la poesia e i poeti di tutti i
tempi e l’amore stesso. Vero come soltanto cose e uomini
non comprabili. Nel migliore senso della parola inutile, cioè
senza scopo preciso. Ho ritrovato in quell’ora di poesia,
tra le cinque e le sei, di cui nessun giornale dà la notizia,
l’antica tristezza degli uomini per le orrende sorti del mondo,
il permesso di non avere una risposta, ma di essere triste
anche io. ​

1 commento su “Ogni giorno è oggi (IV)”

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