L’effetto della poesia

Hugo von Hofmannsthal

Si lasci che noi artisti siamo con le parole come altri con le pietre bianche o colorate, col metallo sbalzato, coi suoni affinati e con la danza. Ci si apprezzi per la nostra arte  e però si lodino i retori per i loro principi e la loro foga, per la sapienza i saggi, i mistici per le loro illuminazioni. Ma, se ancora si volessero confessioni, le si trovi nelle memorie degli statisti e dei letterati, nelle confidenze dei medici, delle ballerine e dei mangiatori d’oppio: per coloro che non sanno distinguere l’elemento materiale da quello artistico, l’arte è assente in ogni caso; ma certo anche per loro esistono cose scritte a sufficienza.

         Vi meravigliate di me, siete delusi e pensate che io vi allontani la vita dalla poesia. Vi stupisce che un poeta lodi davanti a voi le regole e ravvisi in costruzione di parole e in metri tutta la poesia. Ma esistono già troppi dilettanti che lodano le intenzioni e ciò che è privo affatto di valore ha in ogni testa arrovellata un servitore. E inoltre non preoccupatevi: ve la renderò, la vita. So che cosa la vita ha a che fare con l’arte. Amo la vita, anzi, non amo che la vita. Ma non amo che si vogliano incastonare denti d’avorio in teste dipinte o che si mettano figure di marmo sedute ai sedili di pietra di un giardino come fossero persone al passeggio. Dovete abbandonare l’abitudine di pretendere che si scriva con l’inchiostro rosso per far credere che si scriva col sangue.

         Vi ho troppo parlato di effetto e troppo poco di anima. Si, poiché reputo l’effetto come l’anima della poesia, la sua anima e il suo corpo, il suo nucleo interiore e il suo involucro, la sua essenza intera e compiuta. Se la poesia non avesse alcun effetto non saprei a che scopo esiste. Ma, se esercitasse un effetto per il tramite della vita, dell’elemento materiale, di nuovo non saprei perché esiste. Si è detto che fra le arti si percepisca un mutuo anelito ad abbandonare la propria sfera d’effetto per impregnarsi degli effetti di un’arte sorella: come meta comune di tutto questo tendere alla diversità emerge chiaramente la musica, poiché essa è l’arte in cui la materialità è superata sino all’oblio.

         L’elemento dell’arte poetica è un che di spirituale, sono le parole, librantisi leggere, infinitamente polisense, sospese tra Dio e creatura. Una scuola poetica di bei principi, che fiorì in epoca per metà trascorsa, è responsabile di molte rigidezze e anguste opinioni per avere eccessivamente comparato le poesie a pietre scolpite, busti, gioielli e opere di architettura.

         Con ciò tuttavia è detto il motivo per cui le poesie sono come quei calici poco appariscenti eppure incantati, nei quali ognuno vede la ricchezza della propria anima, e però le anime meschine quasi nulla.

         Dai Veda, dalla Bibbia in poi, ogni poesia può essere afferrata solo da viventi, solo da viventi può essere goduta. Una pietra graffita, un bel tessuto, è disponibile sempre, una poesia forse una sola volta nella vita. Un grande sofista ha rimproverato ai poeti del nostro tempo che troppo poco sappiano dell’intima profondità delle parole. Ma che sanno, gli uomini del nostro tempo, dell’intima profondità della vita? Chi non conosce nulla dell’essere né soli né insieme, né superbi né umili, né più deboli né più forti, come può riconoscere nelle poesie i segni della solitudine, dell’umiltà e della forza? Quanto meglio uno sa parlare, quanto più forte in lui è il pensare apparente, tanto più egli è lontano dalle origini dei cammini della vita. E solo percorrendo le strade della vita, con gli sfinimenti dei suoi baratri e delle sue vette, si acquista la comprensione dell’arte spirituale. Ma così lunghe sono quelle strade. E in esse le innumerevoli esperienze vissute si divorano l’un l’altra così inesorabili, che l’insensatezza di ogni spiegazione, di ogni discorso, si deposita sui cuori come una mortale eppur divina paralisi e coloro che veramente comprendono ammutoliscono a loro volta come quelli che veramente creano. Mi avete invitato a parlarvi qui di un poeta. Ma non posso raccontarvi nulla che non sappiano dirvi le sue poesie, né su di lui, né su altri poeti, né sulla poesia in genere. Che cosa sia il mare, meno che a tutti lo si può chiedere ai pesci. Da essi tutt’al più si apprenderà che non è fatto di legno.

*

(Hugo von Hofmannsthal, Filosofia del metaforico, a cura di Fernanda Rosso Chioso, I Quaderni di Barbablu, Siena 1988.)

Tratto dalla rivista La foce e la sorgente, seconda serie, numero 7, gennaio/giugno 2022, di prossima pubblicazione.

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