Sulla poesia di Giannino di Lieto

Roberto Fedi

«FA NOTTE COSÌ PRESTO»

Se la poesia è essenzialità, o meglio ha nell’essenzialità la sua più singolare caratteristica, quella di Giannino di Lieto è senz’altro poesia. L’affermazione, che potrebbe sembrare apodittica o magari ovvia, si riempie di qualche significato se si prende uno dei suoi libri di versi, ad esempio Indecifrabile perché (1970), e si apre quasi a caso. “Fa notte così presto / che accende le piccole storie / a mucchi d’alba / tesi in lunghi corridoi / o sprocchi sbraci / al torpido pensare / il vento di un falò” (Frange). La data fa riflettere: all’indomani dello scoppiettare delle avanguardie, in un momento convulso anche della storia del Paese, di Lieto ricerca attentamente le parole, le sillabe, le inserisce in una trama quasi ungarettiana e ce le restituisce in una misura nuova, in una dimensione sospesa, e in un tono generale non asintattico ma anzi quasi classicheggiante.
Si avverte, nella poesia di Giannino di Lieto, lo sforzo di una progettualità che tenga nel dovuto ordine gli oggetti (le sue parole sono icastiche e isolate, quasi oggettive appunto), e poi li scompigli in una scacchiera instabile e in un nuovo ordine non innaturale. La notte, in questo e in altri testi, si popola così di presenze e di suoni, assume rilievi quasi figurativi: “Occhio della notte / che l’ostro annuvola / in falce d’ore / un fiume la raggela: / è l’alba chiusa nelle occhiaie / come la pioggia scava / disancorato vivere in deriva” (L’ombra intorno, ivi). E qui un’eco leopardiana rimane indefinita, in una traccia di colore in cui la metafora iniziale si muta nella sua derivazione più semplice, il paragone, per poi tornare al linguaggio figurato di un classicismo rivisitato e innovativo.
Il lavoro sulla parola è, quindi, la caratteristica essenziale della poetica di Giannino di Lieto – che è scomparso nella sua Minori, sulla Costiera amalfitana, nell’estate del 2006. Per chi, come chi scrive, ha passato qualche anno a insegnare nell’Università di Salerno, il passaggio che qualche volta avveniva (in primavera fino all’autunno inoltrato) sulla Costiera per un viaggio quasi obbligato ad Amalfi, voleva dire vivere nell’occhio, si potrebbe chiosare, di quel tratto di costa che è fra i più belli del mondo, e assumeva ogni volta quasi le movenze di un rituale. Significava, credo, avere da una parte il mare a picco e dietro la montagna, scabra e inospite a prima vista, e in realtà puntata di case, borghi, umanità. Forse anche per questo i versi di questa poesia sono così, appunto, solitari ma al tempo stesso disposti ad aperture inconsuete di umanità e simpatia; classici e rivissuti, fino alla rastremazione definitiva, in insiemi di parole che appaiono – il paragone non sembri irriverente, a questo punto – come quei relitti lavati e lisci che il mare, e anche quel mare, lascia sulle piccole spiagge e nelle insenature fra le rocce: legni limati e lucenti che, un po’ come per gli “ossi” montaliani, ti lasciano stupefatto per la loro essenzialità quasi astratta, ma che contengono visibilissima allo sguardo la storia della loro vita precedente: là un ramo d’albero, altrove un giocattolo di legno, più in là un utensile quotidiano.
La poesia di Giannino di Lieto è così: parole appoggiate sulla carta che, a sentirle suonare nell’orecchio o anche a guardarle (essendo il di Lieto anche un pregevole artista della figura: si veda Le cose che sono, 2000, con la riproduzione anche di suoi acrilici lineari e quasi geometrici, ma ricchi di colore e quindi di vita), rinviano a una esistenza e una storia passate, ma ancora vivissime e sonore. Un lettore attento e acuto come Giorgio Bàrberi Squarotti ha detto felicemente che le sue composizioni “alludono continuamente alla condizione dopo l’apocalissi, ma rifiutando ogni emozione, ogni senso di tragedia, ogni memoria di un mondo intatto, così come ogni tensione verso una ipotesi di diversa struttura mondana”, aggiungendo poi che “proprio il gelo della catalogazione così netta e scandita possiede una forza estrema di eloquenza” (Introduzione a Punto di inquieto arancione, 1972).
In un classicismo non pentito di sé ma rivisitato e come liberato dai cascami della Storia consiste il nocciolo dell’esperienza poetica di di Lieto: che nel corso del tempo si è come essenzializzata, divenendo meno indirizzata su una sistemazione filosofica e più legata al senso ultimo, all’essenza del dire poetico, talvolta come una visitazione. Come, ad esempio, in Spiriti, un caso magnifico di verso prosastico: “il cavallo bianco / scendeva la notte per vichi sa- / raceni. avvisata dal rumore / degli zoccoli la gente si chiude- / va nelle case. o accostandosi / agli archi per farlo passare. le / cucitrici lo videro con aureola / dall’abbeveratoio al mare” (in L’abbonato impassibile – Le facce limitrofe. Racconto della Costa di Amalfi, 1983).
Abbiamo poco fa fatto i nomi di Leopardi e di Ungaretti, come termini di riferimento forse primario; quindi, evidentemente, di un classicismo in cui anche la riflessione ha una parte fondamentale. A questa brevissima lista si potrebbero aggiungere ora i nomi di Barile e di Gatto (suo sodale, del resto), come quelli di un ermetismo “cauto e sorvegliato” (così Giuseppe Marchetti, a commento del volume appena citato). Poeti di una linea che si potrebbe definire “costiera”, appunto fra montagne scabre e mare non blando, in cui la parola – nel caso di Montale, a cui si faceva riferimento poco sopra, la cosa è così evidente da sembrare banale – è un segno di conquista dopo la distruzione, e non una dannunziana presa di potere del mondo. Infine, il cromatismo. “Dove fu che il fiore genera di sé un’esistenza colma / isole di corallo come una menzogna su meridioni azzurri / magnifici scarabei poi una voragine bisogna uscire dalla casa / salga un gran chiasso dopo una festa ogni lasciarsi indietro / la sorte in luce diviene forma passeggera …” (Punto di inquieto arancione, datata settembre 1971). È il modo, ci sembra, in cui l’amore della parola sente fortissima la tensione alla storia, ma una storia individuale di cose minime e di lampi di colore, mentre il verso quasi prosastico si ricompone, al di là della “misura” grafica, in ricordi attenti di prosodie antiche, ora rinnovate in questi squarci di colore.
Qui, come si vede, è il punto di contatto fra la personale esperienza e una dimensione più ampia, meno solitaria e franta. Nel colore, ci sembra, la ricerca del di Lieto si è come acquietata in una contemplazione, proprio come fra le onde e il dirupo di quella Costiera.

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Giannino di Lieto (1930 – 2006) è stato un poeta che, attraverso un accanito principio di ricerca e di riflessione sulla scrittura e i suoi intimi segni, ha svolto un raffinato discorso in modo tutto proprio, fuori e oltre i comuni moduli della poesia italiana. «Alla ricerca della Poesia Nuova, di una propria visione della poesia, della parola, della storia».

Un convegno internazionale di studi tenutosi nel 2007 nel paese di nascita (Minori), intitolato Il segno forte del Secondo Novecento: Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove del linguaggio poetico, ne ha esaminato l’intera opera letteraria. Al convegno ha fatto seguito il volume degli Atti (Giannino di Lieto. La ricerca di forme nuove del linguaggio poetico, Anterem 2008. Dal quale è tratto il saggio di Roberto Fedi). 

Opere, Interlinea 2010 (saggi di Giorgio Bàrberi Squarotti, Maurizio Perugi, Luigi Fontanella, Ottavio Rossani), raccoglie in un solo volume l’intera produzione letteraria di Giannino di Lieto.

1 commento su “Sulla poesia di Giannino di Lieto”

  1. Non conosco questo poeta, ma dopo una recensione così importante e bella sarò costretta a cercarne le opere! Complimenti al recensore!

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