Rimbalzi/Rebonds (1)

Yves Bergeret

R I M B A L Z I
Vita e metamorfosi di otto poemi di montagna

REBONDS,
Vie et métamorphose de huit
poèmes de montagne.

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

*

RIMBALZI

di otto poemi (creati nell’agosto del 1978)
dal mio primo libro, Sotto la Lombarda (edito nel marzo del 1979)

e
ripresi nel 1989 dal compositore Edison Denisov
col titolo Leggende delle acque sotterranee,
opera per dodici voci a cappella

poi
ripresi nel 2022 in otto calligrafie di formato molto grande
prima di altri ulteriori rimbalzi

con
analisi di questi movimenti di rimbalzi

*

1
La poesia non è statica, è montagna-tempo

1960: mie prime scalate, spesso da solo, senza corde nei primi anni, sulle montagne intorno a Briançon e Grenoble: massicci dell’Oisans, dei Cerces, del Queyras, dell’Ubaye, di Belledonne; gradualmente arrivo all’alpinismo di alto livello.

1970: frattura di una caviglia, proprio mentre mi accingevo a partecipare al concorso per guida alpina. Mi volgo ad altro: nel 1971 laurea in lettere classiche. Ma l’alpinismo, da “dilettante”, quindi libero, resta per me una pratica costante, in Europa.

1972: rifiutando di portare armi, chiedo di poter “servire” nel settore della cooperazione, naturalmente in paesi di alta montagna. Mi mandano, invece, in ragione del concorso che avevo superato, all’università di… Mosca, per due anni. Ben presto conosco Edison Denisov; ha 19 anni più di me, parla bene il francese e mi chiede subito del Canto d’autunno di Baudelaire.

1977, estate: organizzo una spedizione alpinistica nell’unica parte dell’Himalaya non soggetta ai monsoni, l’Hindu Kush afghano. E’ una svolta radicale, per me: alte vallate, valichi montani, accampamenti nomadi e villaggi brulicanti di vita, ovunque: la montagna non è un complesso sportivo all’aria aperta, ma un’umanità rude, a volte eroica, a volte sacra, sempre in azione, in tensione, fonte di racconti epici: parla. Smetto con l’alpinismo esclusivamente tecnico, trovandolo superficiale e ingenuo, privo di “ascolto”. Continuo, come faccio ancora oggi, la mia frequentazione della montagna, senza corde, al limite dell’arrampicata, in tutta Europa, nei deserti (Sahara, Marocco, Yemen, Cile…) e sui vulcani (Antille, Sicilia, Islanda).

1978, estate: con un pretesto sportivo per ottenere il visto, organizzo una nuova spedizione in Nouristan, nell’Afghanistan orientale, una regione quasi inaccessibile: in verità, l’intento era un approccio antropologico, poetico e musicologico. Aprile 1978, nuovo colpo di Stato a Kabul. Il Paese si chiude; guerre civili e tribali da allora non sono quasi più cessate.

Trascorro l’estate nei dintorni di Briançon, andando quasi sempre da solo e arrampicandomi senza corde sulle cime dell’Oisans e soprattutto su quelle del massiccio dei Cerces. Alterno una giornata di scalata a una di riposo su un alpeggio dove leggo René Char e scrivo, in una successione di semplici poemi, il mio “diario di ascensioni”. Mi accorgo che ne è venuta fuori una raccolta. Sarà pubblicata all’inizio dell’anno seguente: è il diario della mia estate nel massiccio dei Cerces, sotto la «Lombarda», il vento dell’est che porta il bel tempo. È il mio primo libro, che ha per titolo Sotto la Lombarda.

1982: regalo la raccolta a Denisov, di passaggio a Parigi. In effetti, fino alla sua morte, ci incontriamo spesso nel corso degli anni.

1988, giugno: poco prima di partire per un periodo di lavoro di due anni a Praga, incontro Denisov alla Gare de Lyon a Parigi. Chiede il mio consenso per poter comporre, utilizzando Sotto la Lombarda, un’opera a cappella che gli è stata commissionata dal Gruppo Vocale di Francia; mi chiede anche di poter modificare leggermente il testo, in caso di necessità ritmica. Gli do la mia doppia autorizzazione.

1989: Leggenda delle acque sotterranee viene composta da Denisov. Realizzata qualche anno dopo a Lille, ripresa rapidamente a Parigi, a Marsiglia da Musicatredici, in seguito allo scioglimento del Gruppo Vocale di Francia.

*

Se faccio queste precisazioni è perché il rapporto creativo tra me e Denisov non era qualcosa di fugace; e anche per mostrare che quel diario di poemi di montagna non ha niente a che vedere con uno sguardo estatico su una forma minerale contemplata a distanza, né con una decantazione estetica su qualche inaccessibile architettura. Quei poemi nascono dalla pratica fisica, ruvida, aspra, costantemente in allerta a causa dei pericoli. Nascono dalla pratica di una massa minerale che so eminentemente dinamica e viva.

*

2
L’opera-montagna, le sue parole, le sue voci

Ecco il testo degli otto poemi del 1978 (è Denisov che ha aggiunto i titoli e scelto quello per l’intero gruppo di componimenti; le sue modifiche sul testo originale sono minime. Ne parlerò più avanti.)

Leggende delle acque sotterranee

1
L’ora dei riflessi sconosciuti

La verde malinconia della terra amata
nell’aria della sera invoglia
il lago a bere all’istante
l’ansia che la calura scemando ha lasciato alle pietre
e le fatiche delle valli
anche le grandi montagne piombano
nell’oscurità svaniscono
fino a domani e forse
l’acqua delle rive del lago e l’erba
si scambiano parole di desideri e ricordi
l’ora dei riflessi sconosciuti.

*

2
Linea

La linea
della linea
della linea che del tratto
della linea che del tratto
linea rossa del bosco demente
linea terra del bosco crescente
pietra fedele del lento ghiaione.

*

3
Fiume rosso

Al modo delle acque
delle sue acque di fiamme e fieno bruciato
procede il fiume rosso
e alza i gomiti rumorosi
dove il suo alveo curva.

*

4
Primo sole

Un primo sole rischiara le braccia
della montagna seduta sul fondo della valle
tra poco s’apriranno le vetrine della luce;
gli alberi all’ombra
approfittano dell’ultimo riposo
prima dei grandi fruscìi della giornata.

*

5
Il cielo

Il cielo
le sue braccia scivolano senza posa
per prendere alle valli lontane
i loro lenti lavori
per prenderne le creste;
desiderosi di avanzare come siamo
restiamo immobili ancorati,
mentre più in alto dei capricci
o della vivacità dei venti
il cielo gira.

*

6
Le nuvole

Sulla Roccia della Grande Tempesta
nuvole impenitenti
nere e bianche
sbattono le loro spalle
e secondo l’umore dei venti
a testa in giù
tornano a diffondere la loro malinconia
e a morire a valle
là dove la terra sa trattenere le acque.

*

7
Alla svolta della falesia

Alla svolta della falesia
il vento si è fermato
e anche il sentiero
lì c’è uno stagno rosso da vedere
la sua acqua è il sangue raccolto delle pietre
troppo vecchie
per continuare a reggere il cielo.

*

8
Silenzio

Le ore grigie qui non cadono
tutta l’aria è un fiume di desideri e di pace
dove corrono senza sosta
carri di pietre chiare
e lentamente respirano
le barche della calura;
intorno ai pozzi
gli alberi ascoltano
le leggende delle acque sotterranee.

*

Ecco la registrazione di quest’opera di Denisov, fatta nella capitale russa dal Nuovo Coro di Mosca diretto da Elena Rastvorova:  

*

Nell’edizione della sua partitura per la collana Il canto del mondo, Denisov scrive questa personale prefazione:

“Si tratta di tranquilli paesaggi di montagna, miniature polifoniche per dodici voci autonome. L’intero ciclo è composto di chiaroscuri, con continui e impercettibili cambi di tonalità. Non vi è nulla di figurativo, né alcun effetto esteriore. I cambiamenti di tonalità sono ottenuti per sovrapposizioni di diverse combinazioni polifoniche e attraverso giochi  armonici di varia densità (si va da accordi di dodici suoni e aggregati, fino ad accordi perfetti). Le variazioni dell’accordo di re maggiore che compaiono in diversi momenti sono legate, come in altre mie opere, alla nozione di luce, tanto la luce reale (il sole) che quella delle tonalità del Lux aeterna.”

*

3
Ascolto del 9 febbraio 2022

Sono passati decenni. La mia percezione di quest’opera di Denisov costruita sul testo dei miei  poemi si è fortemente rinnovata: per l’evoluzione della mia pratica della montagna, in particolare di una montagna animista nel sud del Sahara nel corso di dieci anni; per il mio utilizzo corrente, a partire dalla metà degli anni Novanta, del concetto di lingua-spazio e, all’interno di questo, per  la mia concezione dell’ascolto  (Cfr. L’ascolto, 1 e L’ascolto, 2-1 / 2-2 ). Un ascolto particolarmente attento a quello che io chiamo il “tappeto sonoro”, fisicamente affiancato al “tappeto vegetale” e ad esso parallelo; in questo “tappeto sonoro” la “geofonia” è particolarmente ricca, soprattutto in montagna: venti di cresta e di valico, venti di pendii boscosi, valanghe di neve, di blocchi ghiacciati o di pietre, torrenti, gelo e disgelo, echi di faglie e anfratti, smottamenti, etc.

Ovviamente sono sempre sensibile alla scrittura musicale di Denisov. Così raffinata, in quest’opera, da sembrare spinta al suo limite estremo. Oggi avverto ancora di più la sua finissima attenzione a ciò che le poesie designano: la mobilità degli strati d’aria attraversati dalla luce e sempre carichi di umidità, quindi a volte di vapore e di nebbia, quando questa atmosfera molto particolare tocca la montagna che è una crosta minerale vigorosamente irta. Utilizzando una banale metafora antropocentrica, potrei dire che la scrittura musicale lascia alle dodici voci del coro di scivolare-accarezzare la pelle ruvida e aspra della montagna rocciosa. Rocciosa perché nelle poesie che qui ho scritto non si tratta mai della montagna innevata dell’inverno o di quella d’alta quota.

Percepisco questi otto brani di Denisov come trascrizioni melodiche vocali di osservazioni molto precise su ciò che il poema designa, ad esempio in Della linea, Che del tratto… il rilievo quasi astratto di forme reali depurate che non esistono affatto nella pianura boscosa e alluvionale, ma che si incontrano abbondantemente in quota quando gli strati minerali si organizzano in forme geometriche a lunghi piani o linee rette, oblique o verticali: è esattamente quello che Cézanne esprime nei suoi acquerelli preparatori della Sainte Victoire con un realismo estremamente fedele e non attraverso un’elaborazione idealizzante.

Analogamente, nei testi Il cielo e Le nuvole Denisov segue, direi al millimetro,  ciò che il poema ha rilevato, la mobilità policentrica dei movimenti molteplici, vivi, turbolenti delle masse d’aria calda e fredda che si agitano costantemente presso le facce e le creste e le cui improvvise e brevi formazioni, ben presto dissolte in brandelli di nebbia, danno indicazioni preziose e vitali all’alpinista in piena parete.

Allo stesso modo, ancora, Primo sole o L’ora dei riflessi sconosciuti, reincarnati in una composizione musicale e poi interpretati da un ensemble vocale, colgono perfettamente la diffrazione della luce negli strati dell’aria vicini alle pareti e alle creste in alcuni momenti della giornata, come ad esempio all’alba, quando i raggi del sole li attraversano obliquamente e ne esaltano i carichi di umidità che l’occhio umano percepisce poi come colori. Denisov era, di formazione, un ingegnere e queste analisi di ottica e meccanica dei fluidi dovevano, credo, essere ovvie per lui.

*

Ma il titolo che, di sua iniziativa, egli ha scelto per questo insieme di brani vocali, rinvia, a mio avviso, a una sostanziale difficoltà di traduzione. O, piuttosto, difficoltà di concordanza culturale o di concordanza di due modalità di quella che chiamo la lingua-spazio.

Per me questi poemi si riferiscono costantemente al mondo delle Alpi, alla sua atmosfera e alle sue rocce; io sono poeta delle Alpi granitiche e delle Prealpi calcaree; è vero, comunque, che alcuni poemi di Sotto la Lombarda riguardano i rilievi carsici della Bosnia, anch’essi calcarei. Ma tutto in questo libro, per quel che mi riguarda, è situato nel “vuoto montano” che non è mai assenza, ma è il movimento turbolento e perfino sonoro di quegli strati d’aria che il vento e l’evoluzione del calore diurno agitano a contatto e contro le pareti e le creste. Niente di sotterraneo.

Denisov, invece, si è nutrito completamente della lingua-spazio russa e siberiana in cui è nato. L’immensa pianura moscovita e l’ancora più estesa pianura siberiana sono sentite e vissute come il luogo del gelo e del disgelo, entrambi fenomeni violenti, gelo e disgelo dell’humus, del suolo, della terra, della creta e della zolla, della torba, dal momento che la base rocciosa si trova a grandi profondità, invisibile. Tundra e steppa. Solcate da fiumi lunghissimi e larghissimi, il cui disgelo primaverile è improvviso e virulento. Ho l’impressione che il titolo inventato da Denisov si riferisca a un sogno russo. Le “acque sotterranee” alimentano  leggende nelle cavità, soprattutto quelle calcaree e carsiche esplorate dalla speleologia. Così la potente risorgenza della Sorgue a Fontaine de Vaucluse accende l’ispirazione poetica di Petrarca e René Char, e poi l’ispirazione musicale di Tristan Murail nel suo La Valle chiusa, per mezzosoprano, clarinetto, violino, viola e violoncello, del 2016, che si rifà a Liszt e ai sonetti di Petrarca: la voce canta qui lo slancio lirico di Petrarca, uno slancio che sgorga come l’acqua della misteriosa risorgiva, insomma l’opposto, nonostante il titolo, di quello che, in Leggende delle acque sotterranee, i movimenti dell’aria sulle pareti rocciose fanno sentire in dodici voci. Ebbene, questa speleologia legata alla Sorgue e adatta alla leggenda non è un’attività della lingua-spazio russa. Ma per Denisov, ingegnere che ha vissuto la sua giovinezza nella tundra, i miei poemi, che egli immette in una cornice di musica corale, creano uno spazio mitico, quindi leggendario, quello della fluidità turbolenta, carezzevole e a molteplici piani, dove il vicino e il lontano si accoppiano continuamente: fluidità della realissima atmosfera umida, che mette in travaglio la durezza minerale delle masse di granito e di calcare. Insomma, si tratta di una inaspettata speleologia dell’acqua, non tra le grotte ma nella densità degli strati d’aria a contatto con la massa minerale.

[…]

*

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