I mostri migrano con i piedi dritti

Cristiana Panella

 i mostri migrano con i piedi dritti

i Neanderthal di Eurasia si sedettero, e aspettarono. l’antro era un taglio controluce, la luce livida opalescente che annuncia il muro delle piogge. avevano lasciato il padre al centro del cielo aperto. un albero con le fruste scure dell’incendio a tenere l’unità nel giusto verso. durante la marcia padre si era fermato e si era sdraiato. il senso dell’ultimo giorno era un presentimento senza rito. l’albero aspettava frugale sferzato, al suo posto.

un altro posto è il rovescio: il cielo sarebbe sprofondato sulla terra, l’azzurro diventato un baratro incolore e il manto terrestre si sarebbe vendicato rilasciando pantani di mammuth crivellati.

in un altro posto.

per Neanderthal distinguere il dritto dal rovescio è vitale. il figlio batté la fronte sulla guancia del padre, per aver acceso con lui il suo primo fuoco, imparato a dilatare il respiro, un po’ di più ad ogni spegnersi del giorno. rendere onore intimamente al movimento. anche intimamente è un refolo, ma ogni giorno il sospiro leviga l’utensile nuovo. così, parlò. la pioggia pasceva, la terra falcata da luce bassa amaranto, e la terra falcata. i Neanderthal assistevano la bocca aperta di padre accogliere l’acqua, nel loro tempo di transumanza, càduchi per sbigottimento. presto sarebbe venuta la notte.

lo avevano portato ai piedi della montagna, fino a uno squarcio capiente. il tempo passava fermo. terra e albero segnavano patria. per Neanderthal distinguere il dritto dal rovescio è vitale. nella veglia notturna avevano contato il battito del cuore nei piedi, ché gli antipodi erano ancora mostri domestici. gli dèi sconosciuti che infliggono gli ascessi mortali. l’acqua cadeva e il corpo scendeva in un giaciglio intuìto. l’ineluttabilità è un impercettibile movimento. fino a quel giorno la fine non era un punto preciso, solo un’interruzione del tempo diurno. nel tempo scuro non si cammina. ci si ferma aspettando il chiarore, quando le fiere le si vede da lontano, a volte. a volte non le si vede. il varco si sarebbe chiamato notte a partire dalla sorpresa del fuoco. la fiamma svelò il passaggio e insinuò la mancanza. prima fu stata un’infinita conversazione. il corpo imbeveva piano la terra. la polvere al sole cancella le impronte.la misura. ora, nell’acqua, era una, e rimandava un vuoto a cui non avevano mai pensato. dopo due giorni l’acqua si era fermata. la terra odorava di ruggine, il cielo di sperdimento.

in Africa, antico Sapiens aveva avvolto il piccolo Mtoto in un sudario, con un cuscino sotto la testa, e lo aveva scavato nella culla di terra. la spina dorsale curva dice ancora di una perfezione interrotta. 80.000 anni dopo una donna è adagiata nel verde Sahara accanto ai suoi figli. oggi, lo scrigno di amore celato torna scoperto nella pazienza delle loro dita allacciate.

le impronte appartengono a chi porta in schiena fossa e cammino.

oggi, i custodi dell’impronta di antico Sapiens sono chiamati scimmia, ché anche la disgrazia pretende i suoi schiavi. chi soffre per la steppa non capisce il toro che bruca il flamboyant. guardano e non sentono, racchiusi d’infanzia, gli stridii verdi delle piccole scimmie, loro, tra gli eucalipti come foglie nuove. il nome di albero è quello che gronda e radica, non è niente di naturale. la natura è un malinteso antropomorfo, mentre l’erotismo da copertina brucia sotto il termitaio dell’alto-forno, in mezzo ai moschini sanguinari del miele. non chiamatelo attualità. i figli d’Africa di antico Sapiens sono invincibili per un odore nascosto di placenta interrata, radice per ogni partenza. una manciata di cous-cous nella tasca per la marcia dell’alba verso la scuola. si apprende la traversata d’esilio domando gli stadi dell’ombra. ogni madre imprime il bacio con i propri ritagli di stoffa.

fare della coupure una cappella nella grandine.

Arlecchino pronto alla guerra della differenza.

così madre educa al pudore di addio. si impara a piangere con strumenti segreti racchiusi in panni regali, in lacrime asciutte di carestia.il bambino contempla il morso di scorpione, il carbone ardente nella mano. l’égal du serpent est son fils. padre dice, e guarda la piccola mano incresparsi senza grida, giurare fedeltà alla vita che la brucia per vita. quando l’ultimo sguardo di padre annuncerà la sua chiamata, figlio vedrà negli occhi il serpente che gli ha insegnato a tacere. ci si congeda dal commiato scambiandosi le braci del silenzio. i corsi di autostima per migranti ignorano la lama temperata di un’atavica catena di strappi.si vive per nodi e brandelli. per procura del cane sbranato dal babbuino alfa. dell’albero di lava sulle rive del Bani. della vacca rimasta nell’acqua. quando si dice l’Altro si pensa in varietà, invece è ridondanza nostra. il gommone brulicante di carni arroventate è mutazione dell’antica itineranza, corpo vivo illegale per libertà di movimento in spazio angusto. l’angustia ingrassa tra gli stanziali. un solo parcheggio per troppi vuoti a perdere. convivenza di mostri eterogenei iniziata dalla caduta dei sauri maggiori. le ossa diventano pietra, i cyborg di trincea gridano gli ingiustiziati delle fosse franchiste di Palencia. non si chiede il reggimento, fratelli è un disordine sparso di scarpe da ginnastica, zainetti e assorbenti nel deserto di Sonora. alla guerra come alla guerra non è accontentarsi ma che ognuno ha la sua porta del deserto.

l’Antropocene è il bilico tra il permafrost dello scarto e la casa di dio.

la torre cade per fondamenta di disattenzione.

l’attribuzione di povertà richiede il corpo insenziente, disinnescato. suggere l’ebbrezza di compassione dal collo degli annegati, smidollare per distillare uno specchio di condoglianza sorda alla testardaggine di due buchette storte nella sabbia. i corpi dei bambini si sfanno in anfibi scoloriti, l’eco di mostri marini nella nuova era del res nullius. come madre nella neve, sorella minore del reperto antropologico Őtzi, una madonna compìta dai piedi imbustati per non arrecare disturbo a chi ha guanti e scarpe, senza lo sfregio della caviglia disarticolata. risparmiata per grazia. il reperto esiste per chi crede alle coordinate. si misura il volume e si ignora la conca. la trouvaille invece esiste a dispetto. non oggetto ma cosa, fuori dal diritto. occupare per ingombro di umanità un riparo interdetto.

senza oggettivazione non c’è perdono.

le mani, proboscidi di mancanza, deformazione di vita anelata, di temeraria disperazione incombente.il gonfiore dilava i lineamenti, la volenza dello sguardo impanato in un embrione abortito. i corpi in mare non hanno l’estetica delle ghirlande, eppure il ricamo di fiori suggerisce una corona gentile di braccia. la gentilezza della metafora imbalsama di aromi l’usura del sale, per questo si ama il deuxième degré. tra diritto è dignità c’è il Mare Nostrum. Noi è un filo spinato sottomarino.

alla maternità Farmata se ne è andata in un lago di sangue. mentre scivola sorride agli avi senza pretendere. l’occhio spalancato si veste della tunica di nascita nel primo mestruo, onora il ciclo del sangue. l’orfano sarà vegliato dall’amore di una madre sudata. i gattini ciechi sono mucchietti di pelle avvoltolata. lo scarto non è reperto, abiura l’esotismo della distanza. il loro latte in polvere è stato rubato per una bambina rubata dalle zanzare. non sono fate. sua madre è giovane, e lavorava voltandole la schiena. l’ultimo mucchietto si è fermato come pannuccio sporco. a sàraa, spirato via, come il padre di Siatou. rimbocca un pensiero filiale, Siatou, tra i rametti delle mani sulla bocca.

il furto scava le tombe di resilienza con la benedizione del sole.

protegge, l’immenso rosa che accende i boschi di mango. rorido apre il verde scuro, accende il catino accanto al pozzo, un clangore di affetti incrostati contro l’orlo. nel silenzio suona, la campana del giorno. e noi che rinasciamo nella doccia di latrina, con le poche gocce necessarie.il vento sulle braccia nuove che si allungano tra gli spilli dell’aria. come onnipotenza di semplicità. tutto giusto, nei contorni reflui dell’aurora. più a Nord la scarsezza d’acqua è bene comune. le donne si offrivano per cibo sul ciglio di strada, fuochi fatui blu che scomparivano nel riverbero dello zenith. il tchon-tchon è relitto della sécheresse. riso e burro di karité, per cementare la fame fino al giorno dopo, l’usura novella. i girini del fango sono segno di abbondanza. L’usura è una promessa di rinnovamento.

la carenza è una frizione quotidiana di gesti per mimesi, per questo la perdita non avrà mai lo stesso nome tra chi parte e chi accoglie.

all’entrata del villaggio c’è il ristorante di Naba, terra lei di curva della strada, terra lei delle prime case. i mendicanti aspettano il piatto di riso alla stessa ora. prendono con le due mani poco ferme, e ringraziano come stalattiti. dimenticata la voce, resterà l’odore del riso. l’amore fossile che tiene compatti gli strati lamellari degli altipiani ferrosi. gli anelli dei tronchi conoscono la stessa pazienza. anche oggi, come ogni giorno, là dove curva l’unica strada con forma precisa. Kinsi aspetta scostata, anche oggi. comparsa sulla curva di ruggine trent’anni prima, dalla riva sinistra del Sankarani, i pozzi dell’oro di Guinea. l’eredità del fiume scava il greto della parola comune. non si accoglie, sul lembo di frontiera. si assorbe. incedeva sbarellando a piccoli passi legnosi, immersa in invettive masticate nell’intimità degli stracci irranciditi e capelli d’argilla. alza il mento dal petto scarno, e con gli occhi rotanti sferza l’aria come bestiola sazia innocente. di notte fa il giro dei cortili per cercare la zuppa di manioca lasciata all’entrata delle coorti; a volte c’è qualche pezzo di carne. rimane immobile al centro della piazza vuota del mercato, vuoto il mirador, murata nelle piogge di agosto. (i loro sguardi mi pungono la schiena ma i miei piedi non possono fermarsi.) in piedi. chiedeva così, a lato della fila. Naba le tendevai l piatto di riso di plastica azzurra e qualche pezza nuova. cucinava per chi non pagava, per chi non poteva, come un respiro. nel niente cresce il cigno del riso. si parte in mare con i chicchi nelle tasche.

quando non puoi dire chi sei, lascia semi.

chi soffre per la steppa non capisce il toro che bruca il flamboyant. il muso levato alla costellazione di cristalli rossi. una gorgone di sopravvivenza lungo la strada. ogni rosso ha il suo donatore, e bandiere stracciate. sulla Route di Koulikoro, la mano fuori dal finestrino della Peugeot come inconcedibile vacanza, un taglio di lusso tra i nembi putridi di un miracolo rinnegato. prima del viaggio di ritorno si saluta la terra. si odora di soumbala e di karité, dei ratti gonfi nei caniveaux, di urina rancida e profumi svaniti, piscine deserte, zanzariera impregnata. si posa la mano anche sulle celle dei conti vuote, una riconciliazione di buona fortuna, e intanto si giura per la fine.

come tutto in una sola piaga. in bocca si sferruzza sangue fresco e vernice. i boati della guerra scendono come olio, qualche vagito strano di scavo fino al primo strato delle ossa. non si distingue tra l’annuncio dell’atomica e un’apocalisse perduta. preghiere di gola e vagiti di bestie morenti sull’uscio di una vulva teriomorfa.

tra sudario e placenta solo un grande sforzo di comprensione.

*

Il testo è tratto dalla rivista La foce e la sorgente,
seconda serie, numero 7, gennaio/giugno 2022,
di prossima pubblicazione.

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