Il grande tempo è ora, di Giovanni Nuscis


Sono stato a lungo convinto che la poesia civile corresse il rischio di morte precoce. Figlia assillante del proprio tempo, scandaglio immerso nel pulsare della vita, la pensavo destinata ad invecchiamento precoce, un po’ come accade agli odierni istant-book, i quali, riletti a distanza di pochi mesi dal fatto che commentano, ci appaiono subito paradossalmente inattuali. La poesia di Giovanni Nuscis che avete appena letto, resta invece giovane, smentendo ogni timore.

Resta giovane perché ha un fuoco etico di lunga durata, capace di vedere le strade già percorse come le strade da intraprendere, tanto nella vita sociale che nella vita d’ognuno. Una poesia che potremmo meglio definire ‘antropologica’, che registra lucidamente emozioni e delusioni ma prova subito a rilanciare, indicando con fiducia i valori da riscoprire. Ma il poeta riserva grande attenzione anche al linguaggio e alla singola parola: i testi sono stilisticamente molto curati, con meditate spaziature che ne guidano la pronuncia (eppure sono testi costruiti con un lessico quasi colloquiale, alla portata di ogni lettore). Le poesie si dipanano tra il 2011 e il 2018 e sono state suddivise in due sezioni, la prima più segnata dall’impegno etico e quotidiano, la seconda prevalentemente privata, con le radici nei sentimenti e nel ricordo. “Il grande tempo è ora”, primo verso della poesia omonima, mi sembra un titolo centrato, un richiamo profetico che ci scuote, un invito a rimetterci in discussione — Annuserai la meta/ e sarai onda che approda/ seguita da altra e altra ancora,/ nessuna ricorderà/ la tua epopea gloriosa.

Nella prima sezione, quella più civilmente ispirata, una delle poesie emblematiche è ‘Dopoguerra’, dove Nuscis rivisita con tocco lieve l’ultimo dopoguerra per poi concludere – Il tempo ora/ è un tulipano chiuso,/ strappato via/ e infilato in un vaso, / centrifuga veloce per cui/ imploriamo, sempre più accorati,/ una pausa. Si tratta di una pausa di riflessione, indispensabile prima di ogni decisione, prima d’ogni contesa. Ci mancherà la terra sotto i piedi,/ e finiremo dove non sappiamo,/ un luogo forse migliore di questo: sono versi che denotano nel poeta la ricerca di un orizzonte, d’un appiglio da porgere (anche se talvolta, come nel futuribile ‘Uovo fatale’, nessuna speranza può darsi). Spesso l’autore appare come guida, latore di memorie e ammonimenti: Le ciurme non sono mai/ sconfitte dalla storia/ muoiono e riaffiorano,/ pronte a sostenere sull’attenti/ nuovi narcisi e prepotenti. C’è anche molta contemporaneità, in questa sezione: la riflessione sulle nuove forme di comunicazione (Provi anche tu a piantare un seme/ col vomere di una tastiera), sulle nuove forme di sfruttamento (Sei finito contro un parabrezza./ Sull’asfalto il tuo carico fumante./ L’indomani già un altro al tuo posto, da ‘Rider’), sulla difficoltà di percezione degli oggetti (In apparenza servizievoli/ marcano il territorio/ gli oggetti). Avrete notato che ogni volta che la poesia prende respiro o evolve comunque dal dato biografico, assume una pacata forma epica, anche solo per pochi versi — Sono così passati anni,/ angelo paziente./ Sarebbe bastato piegarle,/ le ali, almeno per il tempo/ di scavalcare il muro/ ingannando le invisibili guardie/ che ti tenevano recluso (da ‘Invisibili guardie’); Non può bastarci/ il tempo che c’è dato./ Chi aspira a molto/ dovrà accontentarsi di poco;/ porsi davvero la domanda/ se davvero la meta/ è oltre,/ oppure dentro:/ ingannevoli confini/ dell’universo (da ‘Oppure dentro’). La seconda sezione del libro è fitta di rievocazioni e di dediche. Riaffiora soprattutto l’infanzia, coi suoi ricordi misteriosamente precisi — Quel luogo da tempo scomparso/ è l’arto amputato che duole/ che manca./ Anche se tutto poi sembra guarire,/ come labbri di ferita/ che amorevole una mano/ col tempo, riunisce (da ‘Via Tempio 29’); ed ancora vanno citati almeno i titoli delle poesie più evocatrici: ‘Intrasmissibile dono’, ‘Campidano’, ‘La salita’, ‘Il monte’, ‘Scuola Belvedere’. C’è poi l’urgenza della dedica, criptica e privata ma che frutta sempre ritratti umanissimi, secondo la lezione di Czesław Miłosz – Ma tolte le esplosioni e il canto,/ di te qualcosa/ a volte trapela:/ una gioia improvvisa/ un’inspiegabile rabbia, una pena (da ‘Vasi’ a M.).

Doveroso, infine, segnalare al lettore la continuità nel tempo della qualità e del carattere della voce poetica di Nuscis. N’è conferma il fatto che, per tirare le fila di questo mio intervento, posso convintamente riproporre le parole che dissi presentando il secondo libro del nostro autore (“In terza persona”, 2006), ovvero che la poesia di Giovanni Nuscis oscilla tra compassione e intransigenza, tra attese quasi metafisiche e spietati esami di coscienza, con verso sempre libero, libero davvero.

Antonio Fiori
postfazione a Il Grande tempo è ora
Arcipelago Itaca, 2021


Notte

Torni ogni notte nei luoghi
dove hai vissuto,
abbracci i vivi e i morti
le cose rimaste com’erano.
Di giorno fatichi a capire
parole e persone.
Dentro, cos’hanno.
Stai chiuso in un confino
di sogni e paure.
Frugano inquieti i tuoi occhi
nelle piazze e negli angoli.
E quando giunge il vento
nero e nemico
c’è sempre una mano che t’allunga
una coperta calda
un bicchiere mezzo pieno.

*

Epopee

Da terre sfiatate e inospitali
muoverai le ali
sul rame della sera,
storno in uno stormo in novembre.
Notti insonni e poi
l’alba lattiginosa.
Annuserai la meta
e sarai onda che approda
seguita da altra e altra ancora,
nessuna ricorderà
la tua epopea gloriosa.

*

Roccia madre

Come grandine mite
scioglierai
attraversando la terra.
Saluterai i blu, gli ocra, i viola,
fino a riabbracciarla commosso
la roccia madre.
Notti umide, dolci, acri
nella lenta discesa,
incrociando corpi ormai spenti.
Tutto accoglie la madre
e ride, fresco libeccio.
Dalla superficie non è dato
immaginare il percorso
lunghissimo fino al grembo.
Immerso come sei, ancora,
nel burro del mattino,
che lento sfrigola.

*

Corpo millenario

Le tue radici sono in volo
ma ogni tanto si posano
sul cuscino di terra e acqua
da cui si son staccate.
Affondi di nuovo nell’humus
di altre vite.
Vorresti amarli tutti,
conoscerli uno per uno
gli atomi di cui sei fatto,
ciò che a poco a poco è approdato
sul tuo corpo millenario,
con piogge e cataclismi,
mari impazziti
guerre, mostri, virus e batteri.
Un miracolo, se sei quello che sei.

*

La medaglia brunita

Su una medaglia brunita
c’è ora il tuo nome e il profilo.
Hai dato il meglio di te.
Hai letto tutti i libri,
giocato con tutte le parole.
Hai dato espressione a ciò
che ti premeva dentro.
Metà del tuo tempo è stato sogno.
Virgole, gli uccelli hanno volato
dando ordine e ritmo
ai giorni più sgrammaticati.
Le lucciole pulsavano
sotto il largo cappello della notte.
Con occhi fissi al cielo
hai seguito i contorni fumosi delle nubi,
mentre teso era l’orecchio
al lento sciabordare delle ore,
prima che scemassero, veloci.

*

Un luogo migliore di questo

Salteranno ponti e dighe,
chiese e palazzi tremeranno
con cigolio sinistro prima di crollare.
Il mare coprirà città e paesi.
Ci mancherà la terra sotto i piedi,
e finiremo dove non sappiamo,
un luogo forse migliore di questo.

*

Uovo fatale

Scompariremo tra ferite
e ustioni immedicabili
sulla pelle del pianeta.
Non basterà tutta
la nostra intelligenza
né il mea culpa
a riscattare il male fatto.
Sopravvivesse anche
un solo uovo, fatale,
in bilico sul crinale del domani,
nessuna femmina lo covi
ripopolando la terra di mostri.

*

Dopoguerra

I.
Del vuoto e del silenzio
lasciati dalla guerra
qualcosa era rimasto.
Giocavi nelle fosse
scavate dalle bombe
a Posatora.
Il sole basso infuocava
il rosso dei mattoni
della fortezza papalina
ferita da mitra e mortai.
Tredici anni sono niente
dopo l’inferno.
In strada da bambino
sentivi la rabbia ancora viva:
le accuse di fascista,
il respiro ansimante di un tizio
che ancora cercava
nell’aria il nemico.

II.
La vita andava lenta,
blandi i pensieri.
Il riposo dopo pranzo,
nessun affanno. Tutto
sembrava cambiare
solo in meglio.
Piccoli salari o stipendi
erano bastati a riempire
le strade di auto;
le case, di oggetti impensabili.
Il tempo ora
è un tulipano chiuso,
strappato via
e infilato in un vaso,
centrifuga veloce per cui
imploriamo una pausa.

*

Il grande tempo

Il grande tempo è ora.
Non dare retta ai media
alle fake, ai racconti
lacrimosi dei vecchi;
ti vogliono far credere
che siamo al capolinea,
che è la fine di tutto,
che hai perso chissà quali occasioni.
Ma il grande tempo è in te
oasi più grande del deserto.
Non sentirai fatica né ansia
se credi in ciò che fai.
Il grande tempo è la grazia del giorno
senza odio e paure, senza invidia,
fino all’ultimo sorso di vita.

*

Le ciurme

Il bivacco di manipoli
la legge Acerbo
le parole inascoltate di Turati
e Matteotti, i militari
in assedio fuori dal Palazzo.
Le ciurme non sono mai
sconfitte dalla storia
muoiono e riaffiorano,
pronte a sostenere sull’attenti
nuovi narcisi e prepotenti.
Le mogli dei comandanti, decaduti
la notte fanno un giro nella rete;
con le amiche scambiano
rimedi contro l’ansia
consigli su come riconquistare la scena.
Confondono, rientrate nelle camere
i sogni dei mariti con i loro.
Come in una sbornia triste
piangono ciò che è andato perso.
Col rotocalco amico concordano
foto e intervista in esclusiva.
È gelatina che esonda,
la moltitudine,
che vedi quando monta e la direzione,
mai la logica.

*

Che pioggia

C’è poco verde e poche case intere,
un’aria densa di fumo.
Trovalo un albero, un frutto
un uovo caduto a una gallina in fuga.
Tuona il cielo ma poco o nulla
resta da distruggere.
Che pioggia dovrà ancora cadere
per ripulire il grigio dell’aria
il rosso della terra;
quale vento a spazzare via
l’ennesimo sfacelo;
quali mani per ricostruire.
La città non smette di fumare.
Qui eravate ma nessuno è rimasto;
qui la vostra casa, più giù la scuola
il mercato, la chiesa.
Niente c’è più da calpestare
né un prato né una strada.
Nessuno con cui condividere
il dolore, una parola.
Non tutto può morire. Non tutto.
Almeno la forza di un piede
ci resti, pronto a ripartire.

*

L’ultimo ad andartene

Hop, un colpo di reni
e sei di nuovo in piedi.
Quante albe
energie
e dolci ore.
Scoprirsi vivi,
ogni mattina,
e in salute.
Liberi.
Sapere che in realtà
non ci sarà giudizio
per l’agire buono o cattivo.
Che tutto è prossimo allo zero
nella memoria che si sgretola.
Passa perciò sereno la vacanza
porta con te una sdraia
ombrellone e borsa frigo.
Sii l’ultimo ad andartene
cantando, a passo lento,
da gran figo.

*

Le fedi

Gonfie delle attese dei preganti,
immote su un fondale di tempo
stanno le fedi.
Non la profondità che aumenta
offusca il verbo dei profeti.
Né l’apnea sofferta
che a galla riporta
a malapena
qualche scarna parola.
Sono i popoli giusti
ed eletti
a essersi mangiati l’eden.
Non resterà una sola mela
a tentare un redivivo Adamo.
Gerarchie per nulla sante
hanno preso il largo dai vangeli.
Alla larga, allora
da colonie di batteri,
da punteruoli rossi
che il cuore della palma,
con orrido appetito,
si son mangiati.

*

Frutti

Piantiamo un seme di cui
non vedremo frutto.
Tra il sogno
e il nostro limite terreno
c’è un cuscino di cielo.
Un altro al nostro posto godrà
di ciò che inutilmente abbiamo atteso.
Voi che verrete
siate grati per ciò che troverete,
lieti per ciò che lascerete.

*

Campidano

Il caldo toglieva il fiato e le forze
a Tramatza.
Dopo pranzo uscivamo di nascosto
mentre gli adulti riposavano.
L’aria rovente mossa
da un vento leggero
effondeva profumi
di terra e sterpaglia.
Un sentiero polveroso
conduceva fino al fiume.
Da alte pareti di rovo
staccavamo le more
pulendole sull’avambraccio,
prima di mangiarle.
Infine giungevamo su una piana
vasta e secca.
Il fiume era lì, olio marrone
sfrangiato dall’erba, su una riva.
Mentre sull’altra
i salici ricurvi offrivano
una stretta porzione di ombra.
Nudi si nuotava
giocando a cassai (*),
con fughe sott’acqua ad occhi chiusi,
sfiorando il fondo con la pancia.
Ci voleva coraggio
a immergersi e sgusciare
in quelle acque scure,
tra carpe e anguille.
Ci asciugavamo in un minuto
e rientravamo a casa,
stanchi e adrenalinici come eroi
dopo una battaglia.

(*) In sardo campidanese, a prendersi.

*

Scuola Belvedere

Dove c’era la scuola e l’asilo,
in cima alla collina Belvedere,
c’è ora un parcheggio rivolto
alla campagna che digrada, a oriente,
verso il porto e il Duomo.
Guardano i musi silenziosi delle auto
dove guardavi tu dal tuo banco.
Sembra impossibile
che nel poco spazio
ci fossero sei aule, due anditi
i bagni ed il giardino
e cento cinquanta bambini.
Pensi alle cose che hai imparato
dalle maestre di allora:
Andreoli e Barbarossa,
la signorina Amalia, già anziana,
lenti spesse e camicia bianca.
Il latte caldo nei bicchieri
annacquato e zuccherato,
all’asilo, appena si arrivava,
era per tutti,
perché non fossero diversi alcuni.
Le buste del patronato
riservate a pochi
sembravano invece un ingiusto privilegio.
Di tutto quel passato
sei anche tu che tieni acceso
il cerino del ricordo,
assieme ad altri che non sai,
forse seduti in quest’istante
nei bar gloriosi
di Gioacchini e Polenta.
Perché si sappia che è esistita
la gioia semplice di un mondo
che ha saputo ridere e gioire,
costruire dal niente.
Tornato dopo anni a Posatora,
ti è parso di sentirle per un attimo
le urla dei bambini di allora,
di vederne i grembiuli,
i fiocchi, le borse, i sorrisi.

*

Uniti di nuovo

A B.N.

Mi segui da lontano
col fiato corto
e il tuo pastrano d’aria.
Corrente fresca, d’estate;
d’inverno, tepore che mi avvolge.
Anche così distanti siamo
sereni e silenziosi come un tempo,
in quella nostra casa calda
di affetto e fumi di cucina.
Lente erano le ore
forte il filo che le univa
in anni in cui con poco si viveva.
Quel mondo immenso
assieme condiviso ci ha segnato.
Senza cercarci, un domani
ci troveremo di nuovo.


Nato ad Ancona nel 1958, vive attualmente a Sassari.
Ha scritto i libri di poesia “Il tempo invisibile” (Book Editore, Castelmaggiore, 2003; Premio Nazionale di poesia “Alessandro Contini Bonacossi” ed. 2003, come opera prima), “In terza persona” (Manni, Lecce, 2006) e “La parola data” (L’arcolaio, di Gianfranco Fabbri, Forlì, 2009), “Transiti” (Quaderno di Poiein, a cura di Gianmario Lucini – Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2010). Per la poesia inedita, ha ricevuto il Premio Turoldo ed. 2005 organizzato dall’Associazione Poiein (1° classificato); sono stato segnalato al Premio Lorenzo Montano 2008 (22° edizione) per la sezione “Raccolta inedita”. Sue poesie sono presenti nelle antologie “Biblioteca dell’inedito” 2004 – Antologia multimediale (Edizioni Il filo), “Parliamo dei fiori” a cura di Vincenzo Guarracino (Zanetto Editore 2005), “Haiku, Tre versi per la pace” (Edizioni Il filo 2003), “Vicino alle nubi sulla montagna crollata” (Campanotto editore, 2008), a cura di Luca Ariano ed Enrico Cerquiglini. Hanno scritto sulla mia poesia Giorgio Bàrberi Squarotti, Maurizio Cucchi, Antonio Fiori, Sebastiano Aglieco, Flora Restivo, Angelo Mundula, Giovanna Marras, Antonio Strinna, Marco Scalabrino, Gianmario Lucini, Roberto Rossi Testa, Franco Fresi, Gianfranco Fabbri, Gian Ruggero Manzoni, Savina Dolores Massa, Giovanni Campus, Salvatore Tola, Massimo Onofri, Stefano Guglielmin, Pasquale Vitagliano, Anna Maria Curci, Narda Fattori. Poesie, note di lettura e interventi critici, suoi o sul suo lavoro, sono stati pubblicati sulle riviste l’immaginazione, La clessidra, Polimnia, Gemellae e Le Muse, sul quotidiano La Nuova Sardegna; in rete, su Nazione Indiana, Via delle belle donne, Italia Libri, ORG, Poiein, Sinestesie, Lietocolle, Il Convivio, Rotta Nord Ovest, La costruzione del verso, Rebstein – La dimora del tempo sospeso, Blanc de ta nuque, LucaniaArt, Oboesommerso, Compitu re vivi, I poeti del Parco, Lingua Siciliana, Parole di Sicilia, Fara, Via delle Belle Donne, La Ginestra, Margo, Rainews24, Neobar, Poetarum Silva, Mutter Courage. Fa parte della redazione del blog collettivo “La Poesia e lo spirito”. Il suo blog personale è “Transito senza catene”.

Immagine: Andrew James, Florence (particolare)

2 pensieri riguardo “Il grande tempo è ora, di Giovanni Nuscis”

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