Mark Strand: Five songs

Mark Strand
(USA, 1934-2014)

Traduzione di Stefanie Golisch.

Lines for Winter

for Ros Krauss

Tell yourself
as it gets cold and gray falls from the air
that you will go on
walking, hearing
the same tune no matter where
you find yourself—
inside the dome of dark
or under the cracking white
of the moon’s gaze in a valley of snow.
Tonight as it gets cold
tell yourself
what you know which is nothing
but the tune your bones play
as you keep going. And you will be able
for once to lie down under the small fire
of winter stars.
And if it happens that you cannot
go on or turn back
and you find yourself
where you will be at the end,
tell yourself
in that final flowing of cold through your limbs
that you love what you are.

*

Versi per l’inverno

per Ros Krauss

Di’ a te stesso
quando viene il freddo e il grigio cade dal cielo
che tu andrai sempre
avanti mentre ascolti,
ovunque ti trovi,
sempre la stessa melodia –
dentro la cupola dell’oscurità
o sotto il bianco scricchiolante
dello sguardo della luna in una valle di neve.
Questa sera quando verrà il freddo,
di’ a te stesso
l’unica cosa che sai,
la melodia delle tue ossa
mentre cammini. E sarai pronto
per una volta a stenderti sotto il piccolo fuoco
delle stelle invernali.
E se non puoi più
andare né avanti né indietro
perché sei arrivato in fondo,
di’ a te stesso,
in questo volo dell’ultimo freddo nelle tue membra,
che ami quello che sei.

Coming to this

We have done what we wanted.
We have discarded dreams, preferring the heavy industry
of each other, and we have welcomed grief
and called ruin the impossible habit to break.

And now we are here.
The dinner is ready and we cannot eat.
The meat sits in the white lake of its dish.
The wine waits.

Coming to this
has its rewards: nothing is promised, nothing is taken away.
We have no heart or saving grace,
no place to go, no reason to remain.

*

Arrivato qui

Abbiamo fatto quello che volevamo.
Abbiamo scartato i sogni, abbiamo preferito l’industria pesante
dell’altro, abbiamo dato il benvenuto al dolore
e abbiamo chiamato rovina l’impossibile abitudine di spezzarsi.

Ed eccoci qui.
La cena è pronta e non possiamo mangiare.
La carne è seduta nel bianco lago del piatto.
Il vino attende.

Arrivato qui,
la ricompensa è questa: nulla è stato promesso, nulla è stato portato via.
Siamo senza cuore, senza grazia salvifica,
non c’è nessun luogo dove andare, nessuna ragione per rimanere.

Keeping Things Whole

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

*

Tenere insieme i fili

In un campo
sono l’assenza
del campo.
E’
sempre così.
Ovunque mi trovo
sono quello che manca.

Mentre cammino
separo l’aria
e sempre l’aria
riempie
gli spazi
che ha lasciato il mio corpo.

Ci sono buoni motivi
per muoverci.
Mi muovo
per tenere insieme i fili.

From the long sad party

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away.

*

Della lunga triste festa

Qualcuno parlava
delle ombre che coprivano il campo, di
come tutto passa, di come si dorme verso la mattina
e di come la mattina se ne va.

Qualcuno parlava
del vento che si calma, ma che poi ritorna,
delle conchiglie che sono le bare del vento
ma fuori il tempo continua.

Fu una lunga notte
e qualcuno parlava della luna che perde il suo
candore,
sul campo freddo, che nulla sarebbe
cambiato mai, diceva.

Qualcuno menzionava
una città che aveva visitato prima della guerra, una stanza con due
candele
contro il muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che questa notte non sarebbe mai finita.
Qualcuno diceva che la musica si era fermata e che nessuno
vi aveva fatto caso.
Poi, qualcuno parlava dei pianeti, delle
stelle,
di quanto erano piccole e così lontane.

The one song

I prefer to sit all day
like a sack in a chair
and to lie all night
like a stone in my bed.

When food comes
I open my mouth.
When sleep comes
I close my eyes

My body sings
only one song;
the wind turns gray
in my ams.

Flowers bloom.
Flowers die.
More is less.
I long for more.

*

L’unica canzone

Preferisco stare seduto tutto il giorno
come un sacco sulla sedia
e stare sdraiato tutta la notte
come un sasso nel mio letto.

Quando arriva il cibo
apro la bocca.
Quando arriva il sonno
chiudo gli occhi.

Il mio corpo canta
una canzone soltanto;
il vento diventa grigio
nelle mie braccia.

I fiori sbocciano.
I fiori muoiono.
Più è meno.
Io desidero di più.

5 pensieri riguardo “Mark Strand: Five songs”

  1. testi belli, esemplari, a ricordarci di come ognuno di noi si rivolga a se stesso, a quell'”io desidero di più” che salta fuori da ogni parte, specie forse proprio quando ci si vive come una mancanza:” Wherever I am
    I am what is missing”.

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