Nel muro una crepa e nella crepa una finestra. Sui libri di Francesca Perlini, Anna Maria Curci e Viviana Fiorentino  

 

di Lorenzo Mari

Trovare i muri attorno, costruzioni dall’opera certissima e ferrea, e tradurre/traslare/operare trasferimenti al di là di questi limiti – renderli incerti. Ci sono tre libri recenti di poesia, scritti da altrettante autrici, nascosti in questa descrizione, un po’ vaga, di una dialettica interno/esterno che non è soltanto un esercizio formalista di topologia testuale, ma è prova della carne e del sangue, di intelletto e spirito, e questo non in vista di una qualche, consolante mistica di fondo, ma sempre all’interno e in funzione dell’esercizio della parola poetica. 

Tradurre il muro di Francesca Perlini, innanzitutto. Uno tra gli ultimi libri pubblicati in vita dal compianto editore-intellettuale Francesco Forte per il marchio Oèdipus, il libro di Perlini fa seguito a Prima di partire (Sigismundus, 2013) e Dire casa (Arcipelago Itaca, 2015). Da subito, si intuisce che i muri d’intorno non sono più quelli di una possibile “casa”, ma fanno parte di un ancor più ferreo apparato di contenzione, isolamento, repressione. Al tempo stesso, non sono muri invalicabili, anzi: «Cerca la crepa, arrivano voci» (p. 15), si legge nel dialogo iniziale; il problema, però, è che «chi torna non racconta, non dice, / tace la libertà» (p. 17). 

Del resto, non può essere altrimenti, e di certo non può esserci conclusione consolatoria, quando le voci in questione provengono da un internamento manicomiale di inizio Novecento rispetto al quale non c’è stata una vera via d’uscita, se non con la morte delle protagoniste. Dantina (straordinario nome che rinvia a Dante e dunque consolida la citazione di Clemens Brentano posta in epigrafe alla sezione La scatola nera: «La follia, sorella sfortunata della poesia»), Eleonora ed Elisa, in particolare, sono i nomi ricordati nelle prose incluse tra pagina 26 e pagina 31 – nomi, peraltro, già presenti nella mostra foto-documentaria itinerante I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista a cura di Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, e che una nota dell’autrice ci ricorda ospitata nel foyer del Teatro della Fortuna di Fano dal 27 aprile al 6 maggio 2017.

Tuttavia, l’operazione di Perlini non è soltanto memoriale; per meglio dire, nell’esercizio della memoria si scopre poi che «[i]n pericolo» – e si coglierà la citazione hölderliniana – «si diventa efficienti / e isolati» (p. 52). L’isolamento, dunque, aspetta il fuoco, che brucia i corpi («Si è detto che l’incendio è partito da / una sigaretta dimenticata accesa troppo vicino al cuscino / di sinistra. Dei corpi nessuna traccia nei verbali», p. 50) e i documenti, ma anche le pareti: «Sui confini, come al centro della casa, i fuochi bruciano i significati per liberare ciò che di fatto è una rivoluzione di parole isolate» (p. 47). 

Una liberazione, o rivoluzione, impossibile, dunque, o almeno catturata in una contraddizione tragica; rimane soltanto una possibilità postrema, sconosciuta alle «Voci scomposte» ,che è quella di «riparare al male» e «riprovare ad amare» (p. 65) – possibilità che si riversa nell’atto poetico, foriero di una possibile traduzione immaginaria laddove le gabbie, e le pareti, reali e concretissime hanno portato unicamente sofferenza e morte. Talvolta la traduzione di Perlini si impania in opzioni didascaliche (come la triade di rime “croci”, “atroci” e “voci” di pagina 21), ma la sua vera lezione, riproposta al lettore, è che – per quanto ustionata al massimo grado, e anzi proprio perché porta le tracce di tale ustione e combustione – può comunque sopravvivere la fede nell’atto poetico, in quanto possibile testimonianza, contraddittoria e mai decisiva, del «rimosso collettivo» (p. 8) del quale parla Fabrizio Lombardo nella sua acuta prefazione.

Un altro tipo di traduzione è invece quello che si affaccia nell’Opera incerta (L’Arcolaio, 2020) di Anna Maria Curci, il cui titolo viene spiegato in una splendida nota iniziale: opus incertum è la definizione data nel De architectura di Vitruvio per una struttura muraria composta da elementi diseguali, eppure più solida, nel tempo, del reticolatum. Non si tratta soltanto di una giustificazione metaforica per un libro che l’autrice sembra percepire come una silloge composta da entità testuali differenti – il che non è per lei, né per chi legge, un reale problema di valore – ma di «mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune» (p. 13), espressione, quest’ultima, rimasta incertissima anche dopo la pubblicazione dell’omonima antologia, per Atelier, nel 1999, ma ancora oggi possibile orizzonte – travalicando generazioni, poetiche, stili, etc. – per la scrittura poetica. 

Opera incerta è anche un modo per farsi guidare, nella scrittura, da un memorabile testo, È ancora incerto, di Marie Luise Kaschnitz, scrittrice tedesca (1901-1974) tradotta a più riprese – qui, ad esempio – da Curci. Affiora così, già nella nota iniziale, una traduzione come attività professionale e, di più, come un saper stare tra le lingue, a volta come natante in balia dei flutti, a volte come Barcaiola, che è anche il titolo della prima sezione del libro. È la pratica della traduzione che insegna, infatti, quella «moderata cantabile eversione» (p. 30) che anche Curci insegue, esplicitamente, nella propria poesia, slogando certo la sintassi, eppure mantenendosi sempre prossima al canto. Più avanti nel libro, se ne avrà una chiara manifestazione, in Anapestica, dove, appunto «era ora di ballare saltella / il compagno segreto anapesto / già un po’ brillo ma sempre modesto» (p. 52).

Si tratta del testo conclusivo della seconda sezione, che reca lo stesso titolo del libro intero; poco prima, è incluso un testo, Riprendi la maglia, dove l’elogio delle croci e delizie della traduzione, per altri versi tanto comune tra i traduttori, lascia spazio a un più desolato confronto con la realtà esistenziale: come non leggere, infatti, la chiusa – «Tu non entri lì dentro; con le braccia / come incrocio di ferri mi ricordi / che agilità di tecnica mi è aliena» (p. 47) – come un riconoscimento della diversità tra le finezze tecniche dell’ars traducendi e ciò che richiede, momento dopo momento, la vita quotidiana?

Né la traduzione né la poesia salvano la vita, come ricorda il testo In memoria, andando a scovare «il fondo doppio / del sorriso / della frase amuleto» (p. 75). Non ci si può arrendere, tuttavia, né rendere, semplicemente, il testo (come succede di dover evitare nella maggior parte delle traduzioni), comeCurci scrive a chiare lettere nel testo Vorrei restituirti: «Restituire è rendere? / Restituzione è resa? // Non mi arrendo» (p. 58). Non ci si può nemmeno ritrarre, se è per questo, ci ammonisce la chiusa di Iris indaco: «Tu rannicchiati dentro l’anagramma, / cerca lo schermo, il nascondiglio. / Pure ti scoveranno, non badare / alla torma dei cani, avido strazio» (p. 83).

Non ci si può nascondere alla storia, si potrebbe dire, perché questa ti viene comunque a cercare; alla citazione bachmanniana, pur se tra le righe, fa esplicita eco Francesca Del Moro, citando, nella sua acuta postfazione, il commento di Cristina Campo su Gottfried Benn già evocato da Curci in un sottotitolo di un suo testo: «Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli l’avvenire» (p. 99).

Se quest’ultimo riferimento appare come l’ennesima rifrazione di una parte della biografia, e al tempo stesso dell’opera, di Anna Maria Curci, tra lingua italiana e tedesca, il caleidoscopio si fa anglo-irlandese con Viviana Fiorentino, in Trasferimenti (Zona, 2021). È un’opera che ricongiunge alcuni lembi del discorso già esposto – la traduzione come attività biografico-professionale e, insieme, il racconto di un’infinita dialettica interno/esterno – ma aggiungendovi la consapevolezza, posta in epigrafe dal riferimento a Positions (1972) di Derrida (finalmente tradotto, per i tipi di Orthotes, nello stesso anno di Trasferimenti) che le rotture, le interruzioni, i distacchi tornano sempre ad essere reiscritti nella trama testuale. Un po’ come nella tela di Penelope, ricorda giustamente Marilena Renda nella prefazione (e ci sarebbe tanto da dire ancora sul lavoro utile e per nulla scontato di chi ha scritto la prefazione di ciascuno di questi tre libri!), fatta e disfatta in continuazione. 

Lo scrive anche l’autrice, in un testo che reca già nel titolo traccia consistente di un esercizio del potere che l’autrice stessa ha subito, nella sua migrazione verso l’Irlanda (ma che Fiorentino sa anche distinguere dal proprio caso individuale, senza cadere nella falsa coscienza di molti altri autori… e il maschile universale è d’obbligo, in questo caso…), ovvero Impronta digitale: «L’indice può tracciare / e nello stesso tempo / cancellare» (p. 24). Questo non vuol dire che manchi del tutto il dolore, proprio e altrui; di questo, anzi, dà conto una sezione drammatica e in più luoghi toccante come la terza, Madre; quello di Fiorentino è, tuttavia, e perlopiù, un «migrare sottoterra» (p. 32) con una serie di movimenti sottotraccia che poi emergono, a tratti, o anche esplodono, con grande forza e lucidità (ad esempio, nella chiusa di Resistenza non binaria: «io tengo il codice segreto // per rompere la terra / con la penna», p.55). 

D’altronde, il testo appena citato – intitolato Porto e chiaramente orientato da una nota ai piedi del testo contro l’iniziativa salviniana della chiusura dei porti, nell’ormai lontano 2018 pre-pandemico (ma senza per questo restare intrappolato nei vicoli ciechi di certa poesia “civile” o direttamente agit-prop) – si chiude con lo sguardo al cielo, perché «miglia sopra la testa / […] ancora / le sterne sanno volare» (p. 33).

Chi venga dalla lettura di Anna Maria Curci, come anche noi, in questo percorso, non potrà fare a meno di chiedersi, a questo punto, se si tratti della famiglia di uccelli così diffusa sulle coste irlandesi, dello Sterne capostipite della prosa romanzesca in lingua inglese (e tuttavia nato in Irlanda), oppure delle stelle, se lo si volge in tedesco, die Sterne. Scelta a tutti gli effetti, improbabile, ma che potrebbe dar conto di quel continuo tornar fuori “a riveder le stelle” che è uscita dall’inferno dantesco e anticipazione di una possibilità salvifica, a tratti presunta dalla poesia di Fiorentino come quella «teoria della luce» (p. 40) che precede tutto, anche la parola poetica.

Vi si accede da una Finestra, tale è il titolo del componimento di Fiorentino in oggetto, a ribadire ancora una volta che i muri sono fatti per essere attraversati. O almeno per provarci.

 

(da: F. Perlini, Tradurre il muro)

Restare fedeli alla propria lingua perseguitata dalla
fedeltà alla lingua madre. Un uso della parola estraneo
alla facilità, con scalate verso la vertigine del comunicare
il proprio coincidente. Nessuno capisce ciò che non
coincide con la politica del ben detto. Sui confini, come
al centro della casa, i fuochi bruciano i significati per
liberare ciò che di fatto è una rivoluzione di parole isolate.
Luci, nel deserto della corrente. 

*

Il buio si assottiglia in penombra appena percettibile. Gli
occhi non conoscono l’abitudine ai contorni netti. La
messa a fuoco, da queste disposizioni di luce, richiama
senza risposte la conformazione degli eventi. Stai ferma,
assorbi il poco chiarore, posa ciò che trascini.
Ora, esci.





(da: A. M. Curci, Opera incerta)

Leggere versi all’alba

leggere versi all’alba
salutare maestri
nel vento freddo
dell’oscuramento

spogli di scuse
fronzoli intrisioni
è luce   dopotutto.



Traducendo Rose Ausländer

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto





(da: V. Fiorentino, Trasferimenti)

Finestra

Primo volo. Prima volta. Prima frase. Primo incontro. Prima della stagione.

Prima,
prima
e ancora prima.

		E poi, nulla.

					(O solo l’ipotesi)


Solo teoria della luce.



Cinciarella

                                                         Belfast 1989
                                                         per Kate

La pioggia leggera, un cappotto, una lunga coda
e spalle nere, alle porte di Royal Avenue.

L’ispezione delle borse il cancello
chiuso alle 18.

Una cinciarella viene e si ferma
sul marciapiede di cemento.

Il giallo delle piume
il morbido ricordo.


Viene ancora la cinciarella nel mio giardino
giovane lei come trent’anni fa.

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